To share the stage with Chris Evert for the past 5 decades has been an incredible privilege - our documentary Final Set is out on 26th June 2026 - @NetfIixFiIms
“Prima una porta che non si apre. Poi l’abisso.
Sono sdraiato in un letto d’ospedale a Sion. Respiro ancora fumo, la voce mi tradisce ogni volta che provo a mettere ordine nei ricordi. Ho 55 anni. Vivo a Crans-Montana con la mia compagna e mia figlia di 17 anni. Fino a quella notte la mia esistenza era semplice, normale. Poi è arrivato Capodanno. Alle 1.20 tutto si è spezzato.
Ero in casa quando ho visto il locale Constellation trasformarsi in un rogo. Lingue di fuoco uscivano dalle finestre. Subito dopo ha squillato il telefono: era mia figlia. Bastano poche parole per capire che qualcosa di irreparabile sta accadendo. Incendio, feriti, gente intrappolata. Ho afferrato un estintore e sono corso fuori, ma mi è bastato un respiro per capire che era inutile. Il fumo era tossico, denso, totale. L’incendio aveva divorato l’aria. Dentro non c’era più ossigeno, solo morte.
Ho trovato mia figlia all’esterno. Immobile, sotto shock. Aspettava il suo fidanzato, rimasto bloccato dietro una porta. È riuscito a uscire per pochi istanti, davanti ai suoi occhi. Ora è ricoverato a Basilea, gravissimo, con ustioni estese. Lei è viva per un dettaglio minuscolo, inspiegabile. Un attimo prima o dopo e oggi il mio racconto sarebbe un altro.
Ho chiamato i soccorsi cercando di restare lucido. Poi ho capito che non potevo fermarmi lì. Sul retro ho notato una porta secondaria: chiusa, serrata dall’interno. Attraverso il vetro si vedevano arti, corpi accatastati. L’edificio non era crollato, ma era diventato una gabbia.
Con un uomo che non conoscevo, arrivato attirato dal boato, abbiamo iniziato a tirare, colpire, spingere. Nessun attrezzo, solo forza e disperazione. I pompieri stavano arrivando, ma lì ogni secondo decideva chi viveva e chi no.
Quando la porta ha ceduto, le persone ci sono finite addosso. Ragazzi ancora vivi, bruciati, intossicati. Alcuni coscienti, altri incoscienti. Urlavano, piangevano, supplicavano aiuto. In tante lingue. Anche in italiano. Erano giovanissimi. Quel locale era pieno di minorenni. Ho visto ragazze con vestiti da festa, il corpo ancora avvolto dalle fiamme.
Li abbiamo trascinati fuori uno alla volta, con le mani nude. Senza pensare al dolore, al rischio, al fumo. Li depositavamo a terra, nel punto di raccolta. Gridavano. E nella mia testa continuava a martellare un pensiero solo: potrebbero essere i miei figli.
Non c’erano vie di fuga. Nessuna alternativa. Chi era rimasto dentro non aveva possibilità.
Eppure, in mezzo a quell’orrore, ho visto anche il meglio delle persone. I locali vicini hanno aperto le porte. Sono diventati rifugi improvvisati. Hanno accolto i feriti, li hanno aiutati a respirare, a restare coscienti. Quella solidarietà resterà con me per sempre.
Ciò che non mi lascerà mai, però, sono gli sguardi. La lucidità disperata di chi capisce che sta morendo. Ustionati che ti fissano e ti chiedono di non abbandonarli. È un peso che non si cancella.
Io oggi sono ricoverato per intossicazione. Mia figlia è salva. Il suo fidanzato è sospeso tra la vita e la morte.
A Crans-Montana il Capodanno non si è concluso con un brindisi.
È finito alle 1.20. Davanti a una porta che non si apriva.
Mentre, dall’altra parte, qualcuno gridava aiuto.”
— Paolo Campolo 💔
#CransMontana
Proietti che imita Gassman mentre Celentano e lo stesso Gassman muoiono dal ridere nel paradiso dei video più belli del mondo. Auguri Gigi.
Ti abbiamo voluto tanto bene.