3 Euro für einen Liter Benzin bedeuten das Aus für bezahlbare Mobilität. Berufspendler und Familien werden durch astronomische Spritpreise schamlos abkassiert. Die Wahrheit ist, dass die Eliten genau das wollten! Sie wollten den Sprit so teuer machen, dass sich niemand mehr das Autofahren leisten kann. Darum: Schluss mit der staatlichen Plünderung an der Zapfsäule! Schluss mit grüner Ideologie!
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Eccolo qui l'originale, con il simbolo del suo partito.L'avevano censurato su tutta la rete, ma io l'ho ritrovato 😂 Condividetelo perché il popolo dimentica.....
Eccolo qui l'originale, con il simbolo del suo partito.L'avevano censurato su tutta la rete, ma io l'ho ritrovato 😂 Condividetelo perché il popolo dimentica.....
Benzina alle stelle, amento delle bollette, crollo dei salari reali, deindustrializzazione, aumento della povertà, precariato, mancata crescita, austerità, inflazione. Tutto quello che per anni ci hanno detto sarebbe accaduto uscendo da UE ed Eurozona è puntualmente successo restandoci.
Svizzera nel 1992, Norvegia nel 1994, Danimarca nel 2000, Svezia nel 2003, Francia e Paesi Bassi nel 2005, Grecia nel 2015, Regno Unito nel 2016. Ogni volta che la parola è passata ai cittadini, l'Unione Europea è sempre stata bocciata (adesione a UE, adozione dell'euro, costituzione europea, austerità, uscita dalla UE). Per questo a Bruxelles preferiscono prendere le decisioni al riparo dal processo democratico.
We think the collapse in birth rates is a modern problem. It is not. The most powerful man in the world once faced the exact same thing, and he was so alarmed he passed laws to force his people to have children.
This was not a modern government: it was Rome 2000 years ago...
The emperor was Augustus, and by his reign the Roman elite had grown wealthy, comfortable, and reluctant to marry or raise families. Men preferred bachelorhood and affairs to the burden of a wife and children.
Augustus found it alarming enough to legislate. Around 18 BC and again in AD 9, he pushed through the Lex Julia and the Lex Papia Poppaea, a sweeping set of laws designed to engineer a baby boom by decree.
The measures were direct: unmarried men and childless couples faced penalties on what they could inherit. Those who married and had children were rewarded with faster careers and public honors. Women who bore three or more children were granted a special legal freedom, the ius trium liberorum, the "right of three children," releasing them from male guardianship.
The state was, quite literally, paying its citizens to reproduce and fining them when they did not.
It didn't work...
The laws were resented, evaded, and endlessly tinkered with, and Rome's elite went on having small families anyway. The historian Cassius Dio records Augustus standing before the childless men of Rome and shaming them to their faces: "You are committing murder in not begetting in the first place those who ought to be your descendants." A city, he warned them, is not its buildings but its people: "For it is human beings that constitute a city, not houses or porticos or market-places empty of men."
Now look at the numbers today. For a population simply to hold steady, women need to average about 2.1 children each. South Korea recently hit 0.72, the lowest rate ever recorded for any country on earth, and even after a small rebound to 0.8 in 2025, it remains less than half of what a country needs to sustain itself. Italy and Japan sit near 1.2, China around 1.0, Spain near 1.1. The United States is about 1.6, the United Kingdom 1.5. According to the UN, more than half the world's countries are now below that line.
History doesn't repeat itself, the saying goes, but it often rhymes, and this pattern is old and eerily familiar. A society climbs to the height of its wealth and comfort, and at that very peak its people stop having children, and no law, no incentive, no sum of money seems able to talk them back into it.
Rome tried, with the full power of an empire behind it, and failed. At its height the city held more than a million people, a size no European city would reach again for 1700 years, until London in the 1800s.
The Roman historian Livy, writing as the Republic gave way to the empire, said his was an age that "can endure neither its vices nor their cure." Two thousand years later, staring at the same problem and just as unable to solve it, we may be watching the beginning of the same story...
A civilization does not always fall to an enemy at the gates. As the historian Arnold J. Toynbee once said: “Civilizations die from suicide, not by murder.”
@DavideGiac Caro professore Giacalone lei sa benissimo che “tenere i conti in ordine” è l’unico modo per soddisfare la finanza internazionale che spadroneggia in UE e quindi per rimanere in sella, al governo. Intanto il paese reale muore. Punto
L'EURO E LA BULGARIA: LA MONETA PIÙ STUPIDA DELLA STORIA
"La sostanza è che anche la Bulgaria, entrata a far parte della moneta unica soltanto dal primo gennaio, sembra avviata verso un percorso molto simile a quello di altre economie che l’hanno preceduta nell’adesione all’euro e che segue quasi sempre lo stesso copione. Nella prima fase l’ingresso nella moneta unica viene salutato come un successo indiscutibile: il costo della raccolta bancaria si riduce, si spalanca l’accesso diretto alla liquidità della Bce, la fiducia dei mercati finanziari si consolida. Ne consegue un’espansione del credito che si riversa sulla domanda interna, alimentando crescita e consumi, non di rado accompagnata da comportamenti opportunistici di alcuni settori che, al cambio di valuta, approfittano per alzare i prezzi ben oltre la semplice conversione aritmetica.
Si apre così una fase di divergenza tra l’inflazione del Paese entrante e quella media dell’Eurozona, che va costantemente aumentando. Il Paese, con prezzi sempre più elevati rispetto ai partner commerciali, perde progressivamente competitività: le importazioni crescono, le esportazioni arrancano, il saldo con l’estero peggiora e, con esso, si accumulano più rapidamente passività nei confronti del resto del mondo, passività che a loro volta generano interessi e redditi da pagare all’estero, deteriorando ulteriormente il conto delle partite correnti.
Si arriva quindi, inevitabilmente, al momento della correzione macroeconomica, quello in cui si ripetono le solite formule sul “mettere in ordine i conti” e “fare le riforme”, che nella sostanza significano comprimere la domanda interna, principalmente attraverso un taglio reale dei salari, fino a riportare il saldo con l’estero in attivo e la dinamica dei prezzi in linea con la media della zona euro, se non sotto.
In appena sei mesi di adesione, la Bulgaria ha già accumulato un differenziale di inflazione di un punto percentuale con l’area euro, mentre il saldo delle partite correnti nei primi cinque mesi dell’anno è stato negativo per 4,5 miliardi di euro e la posizione netta sull’estero (la differenza tra attivo e passivo verso il resto del mondo) è peggiorata di 9,6 miliardi negli ultimi dodici mesi. Come detto, non si tratta di un’anomalia bulgara. La Croazia, entrata nell’euro nel 2023, ha accumulato da allora un differenziale di inflazione di 7,1 punti, il saldo delle partite correnti è stato negativo per circa 4 miliardi negli ultimi dodici mesi e la posizione netta sull’estero è scesa a -29 miliardi dai -23 dell’ingresso. Lo stesso copione hanno seguito i Paesi baltici tra il 2011 e il 2015 e, in precedenza, le economie più fragili della prima ora (Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda e Italia), che hanno accumulato differenziali d’inflazione colmati solo dopo anni di crescita asfittica e compressione salariale.
L’Italia entrò nell’euro con una posizione netta sull’estero negativa per 90 miliardi, arrivata a -355 alla vigilia della crisi del 2011 (oggi è a +351). La Spagna, partita da -248, è arrivata a -1.016 miliardi. La Grecia da -106 a -222, il Portogallo da -60 a -190. Specularmente la Germania, entrata con un attivo netto di 142 miliardi e capace di mantenere un differenziale di inflazione costantemente inferiore alla media grazie al contenimento della domanda interna e dei salari, ha costruito un attivo netto di quasi 4mila miliardi. Sul fronte opposto, la Francia, che nel 2011 aveva interessi allineati a quelli tedeschi in quanto creditrice netta dell’Eurozona, è oggi la principale economia debitrice dell’area con un passivo di 885 miliardi.
Verrebbe da chiedersi, a questo punto, perché un’economia debba rinunciare alla propria valuta se l’esperienza insegna quanto sia arduo, quasi impossibile, sfuggire al deterioramento dei conti con l’estero una volta entrati nel club."
Francesco Lenzi (Il Fatto Quotidiano 10 agosto)
Il caldo nelle città non si combatte con gli slogan, ecco 10 cose concrete da fare subito.
Io ci provo, se siete d'accordo con le proposte e con questa visione, condividendo il post, magari qualche decisore politico potrà leggere. Fermo restando il discorso delle emissioni che resta importante ma con un impatto a lungo termine, il caldo urbano non dipende solo dall’atmosfera ma dipende anche da come abbiamo costruito le città. Troppo asfalto, troppo cemento, poca ombra, poco verde, superfici che accumulano calore di giorno e che lo restituiscono lentamente di sera e di notte come vi ho spiegato tante volte. Se vogliamo ridurre davvero il disagio durante le ondate di caldo, servono interventi concreti. Non miracoli, ma scelte pratiche. Ecco le mie proposte:
1. Mappare i quartieri più caldi con dati satellitari e sensori al suolo, così da intervenire prima dove il rischio è maggiore.
2. Depavimentare piazze, cortili scolastici, parcheggi e marciapiedi inutilmente cementificati, restituendo spazio a suolo naturale e permeabile.
3. Aumentare in modo serio gli alberi nelle strade, non piantarli a caso. Servono specie adatte, spazio per le radici, acqua e manutenzione.
4. Creare corridoi d’ombra lungo percorsi pedonali, fermate dei mezzi, scuole, ospedali, mercati e zone molto frequentate.
5. Rendere obbligatori materiali chiari e meno assorbenti per tetti, piazze, parcheggi, edifici pubblici e grandi superfici esposte al sole.
6. Trasformare i grandi parcheggi scoperti in aree ombreggiate, con alberi e superfici drenanti.
7. Proteggere gli edifici più sensibili. Scuole, ospedali, RSA devono avere schermature solari e raffrescamento efficiente anche attraverso un sistema di condizionamento efficace ma non invasivo.
8. Adattare gli orari dei lavori all’aperto durante le allerte caldo, soprattutto in edilizia, agricoltura, manutenzione stradale e logistica.
9. Recuperare acqua piovana e acque riutilizzabili per mantenere vivo il verde urbano anche nei periodi più secchi.
10. Introdurre per legge un test climatico per ogni nuova riqualificazione urbana. Quanta ombra crea? Quanto calore accumula? Quanta superficie impermeabile aggiunge? Quanto sarà vivibile a luglio ed agosto alle 15?
Servono città che nei mesi estivi non diventino piastre roventi ed ogni metro quadrato sottratto alle superfici che diventano bollenti può fare differenza dove il caldo pesa davvero.
Lo ha annunciato il ministro Tajani, questa volta senza esibirsi nel suo proverbiale saltello: l'Italia utilizzerà il fondo Safe per il riarmo. Detto fondo prevede che gli Stati dell'Unione Europea possano attingere da Bruxelles una notevole quota di danari per armarsi. Il giullaresco governo della destra bluette neoliberale si conferma una volta di più per quello che realmente è, il nemico dell'interesse nazionale e il servo dell'imperialismo occidentale. Naturalmente il riarmo viene attuato in funzione antirussa, come se la Russia di Putin fosse in procinto di invadere l'Italia ed Europa: Al di là del vitreo teatro delle ideologie e della martellante propaganda, sappiamo benissimo che è invece l'Unione Europea che si sta adoperando in ogni modo per occasionare la guerra con la Russia di Putin, fingendo però, con massima ipocrisia, che sia quest'ultima a cercare il conflitto. Hanno pure il coraggio di definirsi patrioti, quando in realtà sono nemici della patria e dell'interesse nazionale: dietro il patriottismo ideale si nasconde l'atlantismo imperialistico reale. Anziché mettere a disposizione fondi per lo stato sociale e per la scuola, per la sanità e per il lavoro, l'Unione Europea investe sulle armi e sulla guerra, con ciò rivelando una volta di più la propria natura di treno in corsa verso l'abisso.
La Ue ormai è collassata: riformarla è impossibile
(di Gabriele Guzzi, Il Fatto Quotidiano)
Da più parti arrivano proposte per riformare l’Unione europea. I rapporti Letta e Draghi si soffermano ad esempio sul mercato unico e sulla competitività. Quasi nessuno però mette a fuoco il problema decisivo: il contesto in cui è nata l’UE non esiste più. Essa prende forma nel clima culturale degli anni ’80 e ’90 del Novecento, dominato da tre grandi visioni del mondo: una filosofica, una geopolitica e una economica. Il problema è che tutte stanno attraversando una crisi definitiva, rendendo una riforma della UE impraticabile. Non è possibile mettere pezze a un edificio che sta collassando.
La prima di natura filosofica è la fine della storia. Le grandi battaglie erano terminate, il liberalismo aveva vinto, la storia come dialettica degli opposti si era consumata nell’uniformità armonica della globalizzazione. Ciò che si dimentica è la seconda parte del libro di Fukuyama, che si intitolava appunto “La fine della storia e l’ultimo uomo”, con il riferimento al concetto nietzschiano. Quella visione filosofica presupponeva cioè un’antropologia: un uomo comodo, anestetizzato, che si accontenta di vivere sulla reattività edonista del proprio ventre. Un uomo senza più grandi ambizioni, che poteva scorrazzare per un globo reso uguale a sé stesso. Tale visione era chiaramente collegata a una geopolitica.
E qui arriviamo alla seconda idea. L’UE è pensata nel momento unipolare statunitense. Crollata l’Unione Sovietica, il problema americano diviene controllare il continente non servendosi più della minaccia russa. L’UE rappresenta allora un vettore per gestire l’area europea dell’impero americano. Gli allargamenti all’Est Europa vengono fatti rigorosamente dopo l’entrata di quei paesi nella Nato, proprio a rimarcare la gerarchia tra i due progetti sul continente. L’UE non doveva essere che un braccio operativo, anche piuttosto inefficiente, dell’egemonia Usa.
La terza visione era economica. Gli Anni 80 vedono il risorgere della vecchia teoria neoclassica. Il mercato viene nuovamente visto come un dispositivo in grado di assicurare due obiettivi: il pieno utilizzo delle risorse produttive, a partire dal lavoro, e la giusta retribuzione. Non serviva perciò nessuna regolazione pubblica. Le forze sotterranee del privato sarebbero state sufficienti ad assicurare un risultato ottimale. Anche qui, l’interesse geopolitico era ben camuffato. Tali teorie erano state infatti diffuse tramite il Fondo monetario internazionale, controllato dagli Usa, per far sì che la finanza potesse controllare meglio i paesi satellite o in via di sviluppo. Il debito diveniva la prosecuzione dell’impero con altri mezzi.
Il problema non da poco è che queste tre visioni si sono rivelate colossali mistificazioni, immensi errori teorici o grimaldelli per imporre un’oligarchia burocratica.
La storia non è finita e sta riemergendo nelle sue forme più drammatiche. La guerra, senza un lavoro antropologico, rimane l’orizzonte delle civiltà. A sua volta, l’ultimo uomo sta ottenendo tutto tranne che un’atarassica serenità. Vediamo piuttosto la tendenza depressivo-nichilistica o quella transumanista: reazioni opposte ma speculari alla disumanizzazione. Non c’è appiattimento statico: l’inquietudine politica non la puoi controllare con gli analgesici.
Il mondo unipolare è finito, forse non c’è mai stato, se non nella testa di qualche stratega americano. Sicuramente, con la guerra in Ucraina, la realtà che conoscevamo dal 1989 è venuta meno. Esistono potenze che ambiscono a esercitare un controllo sulle proprie regioni. Ci riusciranno? Questo ce lo dirà la storia, ma sicuramente il presupposto su cui si fondava l’UE collassa: nessuno pseudo-riarmo riuscirà a farci tornare indietro.
La teoria neoclassica non funziona. Il mercato non è fattore di ordine ma di caos, e spreca immense risorse. In questo scenario, l’UE è la regione avanzata che è cresciuta meno, schiacciata da un’area monetaria incompleta e regole economiche suicidarie. L’Italia è stata la più colpita, come ci avevano detto gli economisti, con 30 anni di salari al palo.
Quello che sta succedendo all’Europa, perciò, non è una crisi passeggera, ma il venir meno di tutti i presupposti filosofici, politici ed economici che l’hanno costituita almeno dal 1992. La perdita di autonomia, la stagnazione economica, l’attivismo velleitario dei suoi leader: sono solo i sintomi più evidenti di uno smottamento profondo. Non ci possono essere perciò soluzioni tecniche. Si dovrebbe svolgere un vero e proprio lavoro rifondativo, che affronti il mutato contesto con strumenti realistici e audaci.
Sarà in grado questa UE a farlo, o si dovrà andare oltre per salvare l’Europa? E la classe politico-culturale saprà compiere questo immenso sforzo in tempi di pace, o servirà una guerra per svegliarla? Su queste domande, dovremo porre la nostra consapevolezza, il nostro sforzo e, per quanto possibile, la nostra attiva speranza.
"Mai l'Italia in mano alla sinistra": così ha solennemente dichiarato, nei giorni scorsi, il prode generale Vannacci, fondatore del partito "Futuro nazionale" e autore del best seller che mette a tema quel mondo al contrario di cui il suo stesso autore, volens nolens, è parte integrante. Alla luce di questo slogan banale e logoro, il generale può una volta di più essere inquadrato come del tutto organico all'ordine dominante: il suo obiettivo non è togliere il potere al sistema finanziario e alla power élite cosmopolitica, al Sinedrio liberal-finanziario e ai sacerdoti dell'imperialismo senza frontiere. No, il il suo obiettivo è fare in modo che la sinistra non vada mai al potere. Su queste basi, e per logica deduzione, si inferisce che il suo obiettivo è altresì fare in modo che al potere resti la destra. Ma la destra, come infinite volte abbiamo sottolineato, non è alternativa alla sinistra, rispetto alla quale fa anzi valere l'alternanza che nega l'alternativa: al di là della fiction buona a galvanizzare i militonti delle rispettive parti, destra e sinistra condividono il medesimo programma, quello dei gruppi dominanti della globalizzazione neoliberale, con centralità del mercato sovrano e dell'imperialismo atlantista. Come ho provato a mostrare estesamente nel mio studio "Demofobia", destra e sinistra sono oggi soltanto gli zelanti maggiordomi del capitale finanziario: si contrappongono tra loro per accaparrarsi in maniera esclusiva il "lavoro" presso il padrone senza frontiere, eseguendo con solerzia tutti gli ordini che quest'ultimo impartisce loro. Come ho più volte evidenziato, il partito del Vannacci non è alternativo al sistema dominante, ma ne è espressione alla stregua di tutti gli altri partiti esistenti sia di destra, sia di sinistra. Il Vannacci condivide e fa suoi tutti i capisaldi del tableau de bord della power élite sans frontières: liberismo, atlantismo e manicomiale contrapposizione tra una destra e una sinistra ugualmente organiche all'ordine neoliberale. Anziché opporsi allo schema di destra e sinistra, il generale proclama pomposamente di rappresentare la vera destra. Eppure tanti capita insanabilia seguitano a coltivare l'infondata speranza che il generale rappresenti il nuovo e l'alternativa allo status quo, pensando che a rappresentare la rivoluzione possa essere un uomo adeguatamente reclamizzato e selezionato dal partito di "Repubblica" e "l'Espresso" (senza i quali, lo ricordiamo, nessuno oggi saprebbe anche solo dell'esistenza del prode generale).
Al popolo oggi sta sulle palle la guerra senza fine contro la Russia, l'assoggettamento dell'Italia all'UE, il sostegno supino alla Nato:
Su tutti e tre i punti, la sinistra la pensa o esattamente o è addirittura più estrema della destra.
Di cosa ci meravigliamo se la Meloni è ancora lì e Vannacci è l'unico che cresce?
Peccato che il 91% dell’incremento di ricchezza degli ultimi 15 anni sia andato al 5% più ricco dei nuclei familiari a fronte del misero 2,7% andato della metà più povera delle famiglie. L’1% più ricco della popolazione detiene oggi il 23,1% della ricchezza nazionale: 84 volte la ricchezza detenuta complessivamente dal 20% più povero. Il 5% più ricco delle famiglie italiane è titolare di quasi la metà della ricchezza nazionale (49,4%). Il 10% più ricco detiene invece il 60%, oltre 8 volte la ricchezza della metà più povera dei nuclei familiari. Dall'ingresso nell'Unione Europea, la ricchezza detenuta dall'1% e dal 10% più ricchi è cresciuta rispettivamente del 42,6% (passando dal 16,2% del 1991 al 23,1% attuale) e del 34,6% (dal 44,5% al 59,9%). Più che un aumento della ricchezza, c'è stata soprattutto una differente distribuzione. A scapito delle fasce di reddito basse, medio-basse e medio-alte.