Che senso ha resistere per restare in questo Paese? Me lo chiedo davvero: resistere a cosa, e soprattutto per ottenere cosa?
Abbiamo una sola vita. Una. E il tempo che trascorriamo a sopportare ciò che ci stressa non ci viene restituito quando, forse, le cose cominceranno ad andare meglio. Non c’è un premio per chi ha stretto i denti più a lungo, né una medaglia per chi è rimasto a guardare un Paese consumarsi, convincendosi che la propria presenza potesse in qualche modo salvarlo.
L’Italia, per come la vedo oggi, è un Paese insalvabile. Non soltanto per la politica, per l’economia o per le opportunità che mancano. È insalvabile perché si è sfaldato qualcosa di più profondo, o forse non c'è mai stato: il senso di comunità, l’idea che ciò che accade agli altri riguardi anche noi, che il bene comune non sia una formula vuota da tirare fuori nei discorsi solenni.
Ci siamo abituati a vivere gli uni accanto agli altri, ma sempre più spesso gli uni contro gli altri, difendendo il nostro piccolo spazio mentre tutto ciò che sta intorno si deteriora.
E allora perché chi ha avuto la miracolosa fortuna di esistere dovrebbe sentirsi in dovere di resistere? Chi l'ha detto che vivere così è normale?
Perché dovemmo sacrificare anni (quanti?), possibilità, serenità, magari il futuro dei nostri figli, sull’altare di un’appartenenza che non ha senso?
Essere nati in un luogo non significa aver firmato un contratto che ci obbliga a trascorrerci tutta la vita. La terra in cui siamo venuti al mondo può essere amata, portata dentro, persino rimpianta, ma non dovrebbe mai diventare una prigione.
A volte chi parte viene trattato come se avesse tradito qualcosa. Io, invece, penso che tradire sé stessi sia restare soltanto per senso di colpa, continuando a chiamare coraggio quella che magari è paura di cambiare.
Andarsene non significa necessariamente smettere di amare il proprio Paese. Può significare, molto più semplicemente, amare abbastanza la propria vita da cercare un posto in cui sia possibile viverla meglio.
Non credo che altrove esista il paradiso, né che cambiare Paese garantisca la felicità. Le difficoltà ci saranno ovunque.
Ma c’è una differenza enorme tra affrontare le difficoltà della vita e passare la vita a resistere ad un sistema costruito per rendere tutto più faticoso, incerto, avvilente.
C’è una differenza enorme tra scegliere una battaglia che sentiamo nostra e combatterne una soltanto perché qualcuno ci ha convinti che sia nostro dovere farlo.
Bisogna smettere di considerare la resistenza una virtù. Resistere può avere senso quando apre la strada a qualcosa, quando non diventa l’unico modo che conosciamo per stare al mondo.
Ma se resistere significa rinunciare, giorno dopo giorno, alla possibilità di vivere con più pienezza, allora perché dovremmo continuare a farlo?
Siamo qui per un tempo brevissimo, grazie a una combinazione di eventi tanto improbabile da sembrare un miracolo. E abbiamo una sola occasione per scoprire che cosa possiamo diventare, quanta bellezza possiamo incontrare. Perché mai dovremmo sentirci colpevoli se decidiamo di cercare anche altrove?
Io non credo che il nostro compito sia resistere a ogni costo. Credo che sia vivere. E cercare, nel luogo in cui ci è possibile farlo meglio, la nostra occasione di essere felici.
E no, non me ne vado. O almeno non ancora. Perché andarsene è complicatissimo: ci sono gli affetti, le radici, le responsabilità, una vita intera costruita qui. Non basta fare una valigia per lasciarsi tutto alle spalle.
Ma questo non impedisce a certe domande di diventare sempre più insistenti. E forse la più difficile è proprio questa: quanto della nostra vita siamo disposti a consumare, continuando a chiamarla resistenza, nell’attesa che accada qualcosa che forse non accadrà mai?
Perché devo lasciare i miei figli in un luogo che tarpa le ali, svilisce l’intelletto, mortifica le ambizioni e insegna troppo presto ad accontentarsi di esistere? In un Paese in cui spesso il talento e la preparazione non vengono riconosciuti e il merito deve farsi largo tra conoscenze, convenienze e porte chiuse?
Perché dovrei chiedere anche a loro di resistere, di abbassare le aspettative, di imparare a convivere con ciò che non funziona, quando potrebbero crescere in un luogo capace di offrire loro più possibilità?
Dovrei resistere, devo resistere per cambiare le cose affinché loro possano vivere in un paese migliore? E perché dovrei farlo quando là fuori nel mondo magari ce n'è uno già pronto per loro, e io sono qui a sbattermi nella vana speranza lo diventi anche questo?
Non pretendo per loro una vita senza ostacoli. Vorrei che incontrassero ostacoli degni di essere affrontati, non muri innalzati dalla mediocrità, dalla sciatteria e dall’indifferenza.
Vorrei che potessero studiare, immaginare, sognare, provare, sbagliare e costruire il proprio futuro senza sentirsi dire che pretendono troppo solo perché chiedono di essere valutati per ciò che valgono e di vivere al meglio l'unica vita che hanno.
E allora quella domanda diventa ancora più dolorosa: resistere è una scelta che faccio anche per loro, oppure è una scelta che faccio per me, perché non riesco a lasciare ciò che conosco?
Non ho una risposta semplice.
So soltanto che, quando penso a loro, l’idea di resistere qui smette di sembrarmi una prova di coraggio e comincia ad assomigliare a una responsabilità della quale non so più se riuscirò a rendere conto.