Recensione: Kolchoz di Emmanuel Carrère (Adelphi, 2026)
Kolchoz è uno di quei libri che ti restano addosso, non solo per la storia che racconta ma per come la racconta: con una sincerità disarmata, quasi brutale. Emmanuel Carrère mette a nudo i suoi sentimenti personali senza il minimo pudore, e lo fa con una naturalezza che spiazza. Non c’è filtro, non c’è posa: è lui, con le sue contraddizioni, i suoi amori, le sue rabbie, di fronte alla figura imponente della madre, la grande storica Hélène Carrère d’Encausse.
Ciò che rende il libro straordinario è la capacità di Carrère di trasformare le sue esperienze personali e familiari in spunti per considerazioni che riguardano la Storia con la maiuscola. La saga di una famiglia – dalle radici aristocratiche russo-georgiane alla Francia del dopoguerra, passando per il comunismo, l’esilio, la guerra fredda – diventa un prisma attraverso cui osservare il Novecento intero: le illusioni, le violenze, le eredità che non si scelgono. Il kolchoz del titolo, quel rito infantile di dormire tutti insieme nella camera dei genitori (ripetuto drammaticamente accanto al letto di morte della madre), è metafora perfetta di un’intimità forzata, di un collettivo familiare che è insieme rifugio e prigione.
La lettura, però, non è tutta in discesa. Le prime cinquanta pagine sono dense di nomi di antenati, alberi genealogici, date e luoghi: un po’ faticose, quasi da manuale di storia familiare. Poi, per fortuna, il libro prende il volo e scorre via piacevole, fluido, ipnotico. Carrère è un narratore virtuoso e qui lo dimostra al meglio: divaga, disserta, torna sui suoi passi, ma senza mai perdere il filo.
Bellissimi, poi, gli aneddoti sui grandi scrittori russi: pagine che si leggono d’un fiato, piene di vita, di umorismo e di quella capacità unica di Carrère di rendere la letteratura una cosa viva, carnale, quasi familiare. E tra questi, mi ha colpito moltissimo il passaggio su Robert Brasillach. Anche io l’ho scoperto da poco e me ne sono innamorato subito: quel suo talento folgorante, la sua tragica cecità politica, la sua fine terribile. Carrère ne parla con una delicatezza e una profondità che mi hanno fatto sentire meno solo nella mia recente passione per lui. È un tocco che rende il libro ancora più personale e, paradossalmente, universale.
In chiusura, un cameo dolcissimo e quasi commosso va al padre, figura vissuta per tutta la vita all’ombra luminosa della moglie carismatica e dominante. Silenzioso, discreto, quasi invisibile nel racconto pubblico della famiglia, egli emerge però, grazie ai suoi diari, come l’architrave segreto di tutto il libro. Sono proprio quelle pagine private, scritte con pazienza e fedeltà, a fornire al figlio le chiavi, i dettagli, le sfumature che permettono a Carrère di costruire questo romanzo familiare così potente e spietato. Senza i diari del padre, Kolchoz non sarebbe esistito nella forma che conosciamo: è lui, il grande assente-presente, a regalare al testo la sua ultima, silenziosa profondità.
In sintesi, Kolchoz è un libro magistrale, intimo e ambizioso al tempo stesso. Un congedo dalla madre che è anche un atto d’amore spietato, un romanzo familiare che è al contempo un romanzo russo e un pezzo di storia europea – e, alla fine, un omaggio discreto ma indelebile al padre che ha reso tutto possibile. Se amate Carrère, qui lo trovate al culmine della sua arte. E se non lo conoscete ancora, questo è il libro perfetto per cominciare. Da leggere assolutamente.
(Adelphi Edizioni, traduzione di Francesco Bergamasco)