La cosa che mi rende particolarmente fastidiosa Meloni non è nemmeno politica. È caratteriale.
Perché dietro la retorica della donna forte, della combattente, della leader che non arretra di un passo, io continuo a vedere una piangina professionista. Una che davanti a ogni ⤵️
Basta così. Non sottoporremo le 57 persone a bordo di #SeaWatch5 a un viaggio di altri 1.100 km per raggiungere Marina di Carrara. È tortura di Stato. Disobbediamo a questo ordine assurdo e facciamo rotta verso Trapani.
La posta in gioco
Vi hanno raccontato che questo referendum riguarda la terzietà del giudice. Che si tratta di una riforma tecnica, di buon senso, né di destra né di sinistra. Meloni ci ha speso tredici minuti di video per spiegarvelo con quella voce da maestra paziente che usa quando vi sta mentendo in faccia.
Poi è arrivata Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto del Ministero della Giustizia, la persona che quel ministero lo governa davvero, e in tredici secondi ha detto la verità: “Votate Sì e ci togliamo di mezzo la magistratura, che sono plotoni di esecuzione.”
Una gaffe? Un’uscita infelice nel calore di un dibattito televisivo? No. Quella frase è il programma. E lo sappiamo perché la Bartolozzi quel programma lo ha messo per iscritto, sei anni fa, quando nessuno la guardava.
Il disegno è già scritto
L’8 ottobre 2020, da deputata di Forza Italia, Giusi Bartolozzi depositò alla Camera una proposta di legge costituzionale che chiunque può ancora andare a leggere. Il cuore di quella proposta era semplice e devastante: togliere ai pubblici ministeri l’autonomia nell’esercizio dell’azione penale e attribuire al governo il potere di stabilire le priorità investigative. Nella relazione introduttiva lo scriveva senza pudore: “La definizione delle priorità dell’esercizio dell’azione penale è un supremo compito che spetta alla politica.”
Rileggete. Supremo compito che spetta alla politica. Il governo decide cosa si indaga. Il governo decide cosa si ignora. Il governo decide chi viene toccato e chi resta al sicuro.
Lo stesso giorno depositò un’altra proposta: un’Alta corte disciplinare per i magistrati composta da nove membri, sei nominati dal Parlamento, tre dal Presidente della Repubblica, nessuno dalla magistratura. Un tribunale dei giudici senza giudici dentro. Sei mesi dopo arrivò la terza mossa: una Commissione parlamentare d’inchiesta sull’uso politico della giustizia, con poteri enormi, costruita sulla premessa che le procure fossero diventate un potere autonomo fuori controllo, una “Repubblica dei PM” da smantellare.
Tre proposte di legge, un unico disegno: sottomettere la magistratura al potere politico. Pezzo per pezzo, norma per norma.
Il referendum è il primo pezzo
Quella proposta del 2020 sulla subordinazione dei PM al governo non passò. Non poteva passare, per una ragione costituzionale precisa: finché giudici e pubblici ministeri appartengono allo stesso ordine giudiziario, protetto dall’articolo 104 della Costituzione, qualsiasi tentativo di mettere i PM sotto il controllo dell’esecutivo si schianta contro un muro. L’autonomia e l’indipendenza della magistratura valgono per tutti, giudicanti e requirenti.
La separazione delle carriere serve a demolire quel muro.
Una volta che i PM vengono separati dai giudici, una volta che hanno un loro CSM distinto, una volta che non appartengono più formalmente allo stesso ordine, il passaggio successivo diventa possibile. Diventa persino logico, nella retorica di chi lo proporrà: se i pubblici ministeri non sono più giudici, perché non dovrebbero ricevere un indirizzo dal governo, come le forze di polizia? Se sono un corpo a parte, perché non rendere le loro priorità coerenti con le priorità politiche del paese?
Non è un piano segreto. Non è un’interpretazione malevola. È la sequenza scritta dalla stessa persona che oggi siede nel posto più importante del Ministero della Giustizia. Prima la separazione costituzionale, poi il controllo con legge ordinaria. Il referendum è il primo tempo. La legge Bartolozzi è il secondo.
Chi comanda davvero
La Bartolozzi non è una funzionaria qualunque che si è fatta scappare una frase. È la persona che detta le linee del ministero. Nordio fa le dichiarazioni, va in televisione, ci mette la faccia. Lei decide. Chi frequenta i piani alti di via Arenula lo sa benissimo. È lei che ha gestito il caso Almasri (per il quale è indagata per false informazioni al PM, mentre Nordio e Piantedosi si sono fatti scudo dell’immunità ministeriale). È lei che ha costruito l’architettura della riforma. È lei che conosce il passo successivo.
Quando Meloni dice che questa riforma non è contro i magistrati, mente sapendo di mentire. Quando Nordio si scusa per le parole del suo capo di gabinetto, recita una parte. La Bartolozzi ha detto la verità: l’obiettivo è togliersi di mezzo la magistratura. Prima con la separazione. Poi con il guinzaglio.
Non è un rischio. È un progetto.
Smettiamola di trattare la questione come un’ipotesi remota, come uno scenario pessimistico agitato dall’opposizione per fare paura. Il disegno è stato scritto, depositato, protocollato. Porta una firma. Quella firma appartiene alla persona che oggi ha più potere di chiunque altro sulla politica giudiziaria di questo governo.
Il 22 e 23 marzo non vi stanno chiedendo se volete un giudice più imparziale. Vi stanno chiedendo se volete aprire la porta a un sistema in cui il governo decide chi viene indagato e chi no. In cui un PM che indaga un ministro può essere richiamato all’ordine. In cui le priorità investigative le stabilisce chi ha interesse a non essere investigato.
Votate come volete. Ma sappiate cosa state votando.
Un’altra donna uccisa.
L’assassino aveva il braccialetto elettronico.
Possiamo aumentare le pene fino all’ergastolo, ma chi decide di uccidere la propria ex non si ferma davanti alla pena. 1/2
La Meloni continua a scappare. Ogni volta che la storia bussa alla porta di Palazzo Chigi, lei esce dal retro.
Anche oggi si è rifugiata ai microfoni di una radio privata pur di non presentarsi in Parlamento. Giorni e giorni nel pieno di un conflitto internazionale che scuote gli equilibri globali, e lei tace. Si nasconde. Manda avanti gli altri. Evita di esporsi.
Dice quattro frasi imparate a memoria al Tg5, poi concede qualche parola a una radio amica. Contesti protetti, domande morbide, nessuno che possa incalzarla. Il copione perfetto per chi non ha niente da dire.
Il Parlamento no. Quello lo evita come la peste. Perché il Parlamento è il posto dove tocca rispondere davvero, dove le crisi si affrontano guardando in faccia chi ti ha eletto. Tutto ciò che questa donna non sa fare e non vuole fare.
Il motivo è sotto gli occhi di tutti.
Giorgia Meloni ha scelto di inginocchiarsi davanti a Donald Trump e adesso non ha più lo spazio per rialzarsi. Dire a Trump di andarsene a quel paese significherebbe ammettere di aver sbagliato tutto, di aver puntato sul cavallo sbagliato, di aver svenduto la credibilità dell’Italia per un posto al tavolo di uno che il tavolo lo sta ribaltando. Così preferisce collezionare figuracce con i leader europei e figuracce con gli italiani, pur di non rompere con l’unico uomo al quale continua a obbedire come un cagnolino ammaestrato.
Per restare fedele a lui è disposta a umiliare il Parlamento italiano e a tacere davanti al Paese che dovrebbe guidare. Una vigliaccheria politica ormai imbarazzante, la resa totale di chi ha costruito un’immagine di forza e nel momento decisivo si scopre per quello che è: niente.
Nessun italiano merita questo.
Nemmeno quelli che l’hanno votata.
Gentile dr. Cazzullo,
parto da lontano, mi segua, la prego.
Se davvero si vuole capire una città italiana, non bisogna partire dai monumenti, né dalle guide ben scritte, né dalle fotografie in controluce che rendono tutto più nobile di quanto sia.
Bisogna invece entrare da un antiquario, o meglio ancora da un rigattiere, o in un mercatino di robe vecchie, in una di quelle botteghe dove il tempo si deposita senza criterio e senza gerarchia, dove gli oggetti sopravvivono non perché valgano ma perché nessuno ha avuto il coraggio di buttarli via.
È lì che una città si racconta e comincia a tradirsi.
A Napoli questo tradimento è magnifico.
Entrare da un "o' sapunar" significa trovarsi davanti a un piccolo trattato involontario di antropologia: una statuina sacra accanto a un oggetto osceno, un libro consumato vicino a una cornice dorata senza quadro, una Madonna con lo sguardo assorto e subito sotto qualcosa di apertamente triviale, quasi che il sacro e il profano non abbiano mai litigato davvero ma abbiano soltanto deciso, da secoli, di dividersi lo stesso spazio.
È forse questa la vera grammatica di Napoli, quella che Paolo Sorrentino ha capito meglio di tanti altri cioè una città dove ogni cosa è teatrale senza chiedere permesso, dove ogni oggetto sembra già aver recitato una parte e ogni volto contiene una battuta che deve ancora pensare.
Napoli è piena di silenzi improvvisi infilati dentro il rumore, come fenditure inattese.
Urla, motorini, canzoni sgraziate, la voce quasi ferita di Mario Merola, la malinconia popolare di Nino D'Angelo, e poi, senza preavviso, l'eleganza armonica di Pino Daniele, che sembra arrivare per ricordarti che la raffinatezza qui non è mai stata il contrario del popolo ma una sua improvvisa mutazione.
Per questo Napoli è bellissima e sfatta insieme.
Il problema, gentile dr. Cazzullo, è che chi prova a raccontarla spesso cade nella tentazione di renderla leggibile, esportabile, ordinata.
Una Napoli addomesticata, tradotta in un linguaggio rassicurante, quasi pedagogico. È qui che il suo racconto si fa debole e non per cattiva fede, ne sono certa, ma perché cerca di riordinare una città che vive invece di dissonanze.
Napoli non si lascia ridurre a una melodia sola. Se è Pino Daniele, allora è anche Sal Da Vinci. Se è eleganza, è anche scultura sgraziata, devozione popolare, eccesso, ridondanza, kitsch.
"Napule è".
Facciamo pace con Napoli, dr. Cazzullo, perché questa città sopravvive sbagliata e vive perfetta.
In eterno.
Con simpatia.
Una lettrice.
🇪🇸Fuerza, Presidente Sánchez. Fuerza, querida España.
Los pueblos de Europa no quieren ser cómplices de un sistema que mata niños y protege a quienes lucran con su sangre. Europa merece algo mejor, y Vos ya sos parte de ese cambio. Gracias.
Sette Paesi, un solo uomo
Diciamolo subito, senza giri. Maduro era un dittatore. Khamenei era un dittatore. Il regime iraniano ha represso, torturato, ucciso migliaia di persone. Nessuno qui versa lacrime.
Il problema è un altro. Il problema è il principio.
Se il presidente degli Stati Uniti può decidere da solo di attaccare qualsiasi Paese sovrano, catturare un capo di Stato con un raid, assassinare una Guida Suprema con trentuno bombe anti-bunker, ordinare bombardamenti su 24 province e la sera stessa andare a una cena di raccolta fondi, allora non esiste più un ordine internazionale. Esiste la volontà del più forte. Nient’altro.
Sette Paesi in pochi mesi. Nigeria, Siria, Venezuela, Iran, Iraq, Somalia, Yemen. Non è contrasto al terrorismo. Non è legittima difesa. È l’affermazione di un potere senza limiti, senza autorizzazione, senza contrappesi. Un solo uomo, da una sola scrivania, decide chi governa, chi cade, chi muore. Oggi è toccato a Teheran e Caracas. Domani può toccare a chiunque. Non perché i bersagli siano innocenti. Perché il precedente è stato creato. Il meccanismo è in moto. Una volta che accetti che la forza militare sostituisce la politica, la diplomazia, il diritto, non c’è più modo di fermarla.
Chi sosteneva che sarebbe stata un’operazione chirurgica, controllabile, limitata, guardi cosa è successo in meno di ventiquattro ore. Khamenei ucciso nel suo ufficio. Centootto persone morte in una scuola elementare femminile a Minab. Le Guardie Rivoluzionarie che lanciano missili su 27 basi americane in cinque Paesi del Golfo. Lo Stretto di Hormuz chiuso al traffico navale. Esplosioni a Riyadh, Abu Dhabi, Manama. Spazi aerei chiusi da Israele al Kuwait. Paesi che non avevano chiesto nulla si ritrovano sotto il fuoco. La teoria della forza chirurgica si è smentita da sola nel giro di poche ore.
L’Iran non era un attore isolato. Aveva alleanze, milizie, capacità di ritorsione dal Libano allo Yemen. Colpire Teheran significava accendere ogni miccia della regione. Lo sapevano tutti. Lo hanno fatto lo stesso. Le infrastrutture energetiche globali sono esposte. I mercati si muoveranno. L’economia mondiale ne pagherà il prezzo. Non fra mesi. Adesso.
C’è poi la normalizzazione, che è forse la cosa più inquietante di tutte. Un presidente che bombarda mezzo Medio Oriente e la sera si presenta a un gala repubblicano. Un Segretario alla Difesa che celebra «l’operazione più letale della storia» come fosse un record sportivo. La guerra non viene più dichiarata. Viene gestita come ordinaria amministrazione, inserita tra un comizio e una foto di rito. Il confine tra guerra e pace non si è assottigliato. È scomparso.
Perché il vero problema non è l’Iran. Non è il Venezuela. Il vero problema è un uomo che si è convinto di stare sopra a tutto. Sopra al diritto internazionale, sopra al Congresso, sopra alle Nazioni Unite, sopra a qualsiasi vincolo che la civiltà ha costruito in ottant’anni per evitare che il mondo tornasse a essere una giungla. Trump non viola le regole. Le ignora. Le considera irrilevanti. Relitti di un’epoca in cui l’America aveva bisogno di alleati, di consenso, di legittimazione. Quell’epoca per lui è finita. Resta solo il potere, nudo, e la certezza messianica di poterlo esercitare senza rendere conto a nessuno.
Ha chiesto al popolo iraniano di «prendere il controllo del governo» mentre le bombe cadevano ancora. Ha festeggiato la morte di Khamenei su un social network con la stessa enfasi con cui commenta un indice di borsa. Ha trasformato un atto di guerra in un contenuto da piattaforma digitale. Non c’è solennità, non c’è peso, non c’è la consapevolezza minima che stai mandando a morire delle persone. C’è un uomo che si sente onnipotente e si comporta di conseguenza.
Qui sta la responsabilità dell’Europa. Il Segretario Generale dell’ONU ha condannato. L’Unione Europea ha chiesto moderazione. Parole. Comunicati. Niente. Il silenzio operativo è complicità. Accettare nei fatti ciò che si condanna nelle dichiarazioni significa ratificare un mondo in cui le regole valgono solo per chi non ha abbastanza bombe per ignorarle. Significa dire ai nostri figli che il diritto esiste finché conviene al più forte. Significa rinunciare a tutto quello su cui abbiamo costruito l’idea stessa di Europa.
Lo Stretto di Hormuz è chiuso. I missili volano su cinque capitali. Una scuola elementare di Minab non esiste più. E l’uomo che ha deciso tutto questo stasera è a cena.
Allora ricapitoliamo, perché qui siamo oltre il ridicolo.
Mogol,milionario di diritti d’autore, una vita di incassi, premi, onorificenze, si fa accompagnare con un elicottero dei Vigili del Fuoco da Sanremo a Roma.
Non perché fosse in pericolo.
Non perché fosse un’emergenza.⏬