Mi sento dare, a me, del massimalista da qualcuno che si definisce riformista e vorrei sapere che riforme ha fatto. Io sono un riformista. Ma quella definizione è diventata per qualcuno il modo politicamente corretto di dar ragione agli altri e di essere subalterno.
@RobertaFw3i la speranza è che questo governo che ha avuto il primato e la grande chance della prima donna presidente del consiglio finisca nell'oblio storico ..com'è giusto che sia.
Schlein non l'avrebbe riconfermata vicepresidente del Parlamento europeo.
Senza quella carica -che dà visibilità - conta come il due di picche.
Per questo ha lasciato il Pd.
Lo struggente caso di Pina Picierno spiegato in 5 righe (che poi è lo spazio che si merita).
Dopo avere logorato solo sé stessa Pina Picierno lascia il Pd. A dare il triste annuncio il Foglio, con solo tre pagine di intervista alla prode eurodeputata e futura statista. Adesso Picierno potrà finalmente puntare al Quirinale con mente sgombra e il sostegno di radio Atreju.
Lo spot di FdI con le donne del '46 che hanno le visioni mistiche di Giorgia Meloni sembra scritto dai tre sceneggiatori di Boris, con Duccio alla fotografia che smarmella tutto per dare la luce nostalgica. Girato rigorosamente "a cazzo di cane", picco di cringe del decennio.
@EmanuelePozzolo Pioveva tantissimo.
Ho avuto un aquaplaning.
Ho dovuto evitare dei negri che spacciavano in mezzo alla strada.
Mi è caduta addosso una bottiglia di grappa.
La sinistra ha messo una curva dove prima non c’era.
Le cavallette!
Non è stata colpa mia!
Lo giuro su dio!
pozzolo.
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Con un nazista non si discute. Nemmeno se si fa chiamare generale.
Vannacci ha scritto un libro per dirti che il mondo è al contrario, che è sbagliato il mondo in cui un nero, una lesbica, una persona diversa da lui esistono senza chiedere permesso. Il titolo è già la confessione. Il resto sono note a piè di pagina.
Sotto i suoi post qui su Twitter c’è la sua truppa. Gente che sventola svastiche metaforiche e insulta chiunque non sia di etnia europea, qualunque cosa voglia dire etnia europea, visto che nessuno di loro saprebbe spiegartelo senza scivolare dritto in un manuale del 1938.
Si portano dietro un dizionario, però. «Sub-umano.» «Razza inferiore.» «Ratti.» «Scimmie.» Non sono parole mie. Sono le loro.
«Untermensch» l’hanno scritta loro, nera su bianco, prima di trasformarla in un binario e in una camera a gas. «Ratti» è il nome che davano agli ebrei mentre li caricavano sui vagoni. «Scimmia» è quello che vedono ancora oggi quando guardano un uomo nero che esiste senza chiedere permesso.
Quel vocabolario ha un proprietario. Glielo restituisco.
Perché «sub-umano» non descrive una pelle, non descrive un sangue. Descrive un gesto. È sub-umano chi guarda un uomo e ci vede una bestia. Quello è l’atto che ti sfila dalla specie umana: non subirlo, compierlo.
Allora la parola torna a casa. L’unico ratto, qui, è chi ha passato la vita a chiamare ratti gli altri. L’unica scimmia è chi ha avuto bisogno di sentirsi sopra qualcuno per restare in piedi. L’unico sub-umano è chi l’umanità l’ha tolta per primo.
Per questo niente confronto. Niente sedia. Niente palco. Niente «però sentiamo anche lui».
Non c’è nessuna ragione da ascoltare.
C’è solo da dire no, e tenerli fuori dalla porta. Il generale e le sue scimmie da tastiera, che la parola scimmia adesso che gliela sbatti in faccia non gli piace più.
Senza spiegazioni. Le spiegazioni gliele abbiamo già date una volta.
Si chiamavano Norimberga.
De Gregori ovviamente è libero di (non) dire e di (non) fare quello che vuole. Magari qualcuno gli spieghi che l'ignavia è complicità. A maggior ragione nel tempo che stiamo vivendo. C'era una volta il principe dei cantautori.