Avete capito chi è Vannacci?
Roberto Vannacci vuole modificare l’articolo 48 della Costituzione. Quello che dice che il voto è personale ed eguale.
Vuole dare ai genitori più schede elettorali: tante quanti sono i figli, divise tra padre e madre e, quando il numero è dispari, assegnate a turno.
Fermiamoci su questa cosa.
In Italia il suffragio universale ed eguale è arrivato nel 1946, dopo vent’anni di fascismo e una guerra mondiale. Ottant’anni dopo un partito rappresentato in Parlamento scrive nel proprio programma che vuole modificare proprio l’articolo 48 per dare ad alcuni cittadini più voti di altri.
È un programma per governare l’Italia.
Forse sarebbe il momento di capire con chi abbiamo a che fare.
Perché è possibile che Roberto Vannacci dica cose del genere e continui a essere trattato come folklore? È possibile mettere in discussione l’uguaglianza dell’articolo 3 della Costituzione, l’eguaglianza del voto dell’articolo 48, i diritti civili, la parità tra uomini e donne, la libertà delle persone e continuare a raccontare tutto come l’ennesima provocazione del generale?
Adesso basta.
Vuole cancellare le unioni civili. Vuole il matrimonio come unico istituto riconosciuto per la coppia perché soltanto la procreazione avrebbe «rilievo pubblico». Vuole riservare le adozioni alle famiglie composte da un padre e una madre. Vuole limitare l’accesso all’aborto e riconoscere giuridicamente il concepito. Vuole impedire che contenuti definiti «genderisti» e «omosessualisti» arrivino in televisione quando potrebbero vederli i bambini, con una fascia protetta che arriverebbe fino alle undici di sera. Vuole portare l’educazione militare nelle scuole.
Prima c’erano stati il «patriarcato mediterraneo» e la battaglia contro il riconoscimento specifico del femminicidio. Adesso nel programma c’è anche la preferenza esplicita per gli immigrati provenienti da Paesi a maggioranza cristiana, considerati più compatibili culturalmente con l’Italia.
Mettete insieme i pezzi e smettono di essere sparate.
Compare un’idea precisa di società. Lo Stato decide quale famiglia merita di essere riconosciuta, quali coppie possono avere determinati diritti, fino a dove arriva la libertà di una donna, quali identità devono essere tenute lontane dai bambini, quali stranieri sono più desiderabili degli altri. Arriva persino dentro la cabina elettorale e decide che un cittadino con figli può contare politicamente più di uno senza figli.
Avete capito dove vuole andare?
Vannacci vuole uno Stato che entri nelle famiglie, nelle relazioni affettive, nelle scelte delle donne, nelle identità personali, nelle televisioni, nelle scuole e nella cabina elettorale. Uno Stato che stabilisca il modello giusto e costruisca le proprie leggi intorno a quel modello.
La chiama libertà.
La libertà è poter vivere diversamente da Roberto Vannacci senza che Roberto Vannacci possa usare lo Stato per decidere come devi vivere tu.
Poi c’è Dio.
Vannacci prende la parte più tradizionalista e reazionaria del cattolicesimo, la trasforma in identità nazionale e la porta dentro lo Stato.
Per ottenere la cittadinanza italiana vuole che uno straniero sottoscriva una dichiarazione di assimilazione alla civiltà greca, romana e cristiana. Per scegliere gli immigrati ai quali consentire l’ingresso propone di privilegiare quelli provenienti da Paesi a maggioranza cristiana. Per gli altri il suo programma arriva a parlare di «invasione maomettana di massa».
A quel punto la fede diventa politica. La religione diventa un criterio per scegliere chi è più adatto a diventare italiano. Una determinata morale cristiana diventa il modello sul quale costruire famiglia, sessualità, riproduzione e diritti civili.
Questa strada ha un nome antico.
È la strada che porta uno Stato laico verso uno Stato confessionale e, spinta fino in fondo, verso un’idea teocratica del potere: una verità religiosa assunta dallo Stato come verità pubblica e trasformata in regola anche per chi quella religione non la professa.
È proprio qui che torna in mente l’Afghanistan.
Da anni guardiamo i talebani e vediamo una società nella quale una concezione religiosa diventa legge dello Stato. Vediamo qualcuno decidere in nome di Dio come deve vivere una donna, quale famiglia sia conforme alla morale, quali comportamenti siano leciti, cosa possa essere insegnato, mostrato, detto.
Cambiano la religione, la storia, i metodi, la misura della repressione. Resta una domanda terribilmente semplice: quanto della propria fede ha diritto di imporre agli altri chi governa uno Stato?
Se la risposta è «quanto ritiene giusto», abbiamo già abbandonato un pezzo dello Stato laico.
Allora apriamoli davvero, questi Vangeli che vengono continuamente sventolati in nome della «civiltà cristiana».
Dove insegna Gesù Cristo a selezionare gli stranieri in base alla loro religione? Dove assegna più dignità a una famiglia rispetto a un’altra? Dove stabilisce che un uomo debba avere più potere politico perché ha avuto più figli?
Nei Vangeli trovo molto più facilmente lo straniero, il povero, l’ultimo, l’escluso.
Il cristianesimo di Vannacci assomiglia invece sempre più a una frontiera: serve a stabilire chi sta dentro e chi resta fuori.
Questa è la parte che dovrebbe inquietare anche un cattolico.
Una fede può essere conservatrice senza diventare uno strumento dello Stato. Può avere una morale severissima senza trasformarla nella legge di tutti. Può considerare sacro il proprio modello di famiglia senza togliere allo Stato il dovere di riconoscere cittadini che vivono secondo modelli diversi.
Vannacci vuole oltrepassare quel confine.
Dov’è allora il Governo? Dov’è Giorgia Meloni? Dove sono quelli che parlano ogni giorno di Costituzione, libertà e Occidente?
Giovanni Donzelli ha chiuso la porta a un’alleanza con Futuro Nazionale. Vannacci gli ha risposto che se Meloni è disposta a perdere le elezioni, lui è pronto a vincerle.
Poi arrivano i numeri.
Nella rilevazione Ipsos Doxa per il Corriere della Sera del 25 luglio, Futuro Nazionale è al 7,1%, in crescita di 1,1 punti in un mese. La Lega è al 5,1%, in calo di mezzo punto.
Ma il numero che conta per Giorgia Meloni è un altro.
Con Futuro Nazionale dentro, il centrodestra arriva al 47,9%.
Senza Vannacci si ferma al 40,8%.
Sette punti.
Eccolo, il peso politico di Vannacci.
Sette punti spiegano molto meglio di cento dichiarazioni quanto potrebbe costare alla destra rompere davvero con lui. Donzelli può chiudere tutte le porte che vuole davanti ai microfoni. Quei numeri restano lì.
Ed è per questo che il silenzio sul merito delle sue proposte diventa politicamente enorme.
Perché qui non stiamo parlando di una frase infelice del generale. Stiamo parlando dell’articolo 48 della Costituzione, dell’uguaglianza del voto, dei diritti civili, dell’aborto, delle unioni civili, della cittadinanza, della religione usata come criterio di appartenenza.
Su questo Giorgia Meloni dovrebbe dire agli italiani una cosa molto semplice: questo progetto di società è compatibile oppure no con la destra che governa l’Italia?
Dove sono i liberali della destra italiana? E dove sono i giornali capaci di raccontare questa storia per quello che è, invece di aspettare la prossima frase del generale buona per un titolo e un talk show?
La magistratura qui c’entra fino a un certo punto. Le idee si combattono politicamente finché restano idee. La responsabilità è di chi le normalizza, di chi le minimizza, di chi le trasforma in spettacolo e di chi pensa di poterle usare per prendere qualche voto senza pagarne il prezzo.
Vannacci ormai ha ben altro che un microfono.
Futuro Nazionale ha otto deputati alla Camera: Laura Ravetto, Rossano Sasso, Edoardo Ziello, Emanuele Pozzolo, Domenico Furgiuele, Gianangelo Bof, Attilio Pierro e Davide Bergamini. Provengono da Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia. Alla Camera siedono nella componente del gruppo Misto «Futuro Nazionale Vannacci - Free».
Quel «Free» racconta una storia meravigliosa.
Free era una lista che alle politiche del 2022 aveva raccolto 829 voti.
Ottocentoventinove.
Il suo simbolo ha consentito ai parlamentari di Futuro Nazionale di utilizzare la deroga prevista dal regolamento della Camera e costituire una componente politica pur senza raggiungere il numero normalmente necessario.
Gli otto deputati erano stati eletti con altri partiti. Futuro Nazionale alle elezioni del 2022 neppure esisteva. Oggi siedono sotto un nome nuovo, agganciato al simbolo di una lista da 829 voti.
E qui la storia diventa quasi oscena.
Il partito che vuole cambiare l’articolo 48 per dare ad alcuni italiani più voti degli altri ha costruito la propria presenza organizzata alla Camera utilizzando il simbolo di una lista votata da 829 persone.
Adesso vuole decidere quanto deve pesare il nostro voto.
Dietro Vannacci c’è ormai una struttura politica. C’è un coordinatore nazionale, ci sono responsabili regionali e dipartimenti, c’è Lorenzo Gasperini come responsabile nazionale del programma. Il documento che stiamo leggendo è stato elaborato, organizzato e presentato come progetto politico per l’Italia dei prossimi dieci anni.
Quindi basta con la macchietta.
Le democrazie possono essere consumate molto prima di vedere i carri armati davanti al Parlamento. Basta abituarsi. Una cosa aberrante diventa una provocazione. La provocazione diventa una posizione politica. La posizione politica entra in un programma. Il programma prende voti.
Poi arriva il giorno in cui qualcuno ha abbastanza voti per provarci davvero.
Roberto Vannacci ha un partito. Ha otto deputati. Ha una struttura. I sondaggi gli attribuiscono milioni di potenziali elettori.
E ha scritto il Paese che vuole.
Ha scritto quali famiglie riconoscere, quali diritti restringere, quali stranieri preferire, quale morale portare dentro lo Stato.
Ha scritto persino quale articolo della Costituzione vuole cambiare per modificare il peso del voto degli italiani.
Il 48.
Leggetelo.
Poi almeno smettiamo di dire che non avevamo capito.
Lettera aperta a Claudio Borghi, Lucio Malan, Marco Lisei, a Maurizio Belpietro e alla redazione de "La Verità"
Una bambina è morta.
Una bambina di quattro anni è morta a Palermo, allo Zen, la notte del 20 agosto. Si chiamava Anna Rosa. Aveva la febbre da giorni, vomitava, non mangiava. Al pronto soccorso l'hanno guardata e l'hanno rimandata a casa, tonsillite. Due giorni dopo è tornata che non respirava più. L'hanno intubata, caricata su un'ambulanza, portata da un ospedale all'altro attraverso una città che ad agosto, di notte, dorme.
Una bambina è morta di difterite, che in Italia non ammazzava nessuno dal 1991. Roba da libro di storia. La tossina le ha preso il cuore, il fegato, il colon. Hanno provato tutto, anche la circolazione extracorporea. Due giorni.
Una bambina è morta perché non era vaccinata. Sua madre e suo padre avevano paura che il vaccino le facesse venire l'autismo. Non erano cattivi. Avevano paura.
Suo cugino, quattro anni pure lui, ricoverato con la difterite, sta bene. Lei non era vaccinata. Lui sì. In mezzo ci sono pochi secondi, il tempo di una puntura fatta o non fatta quando erano piccoli.
Qualcuno ha reso rispettabile quella bugia. Di questo si parla.
Una bambina è morta perché quei due hanno creduto. La bugia però non l'hanno inventata loro, non l'hanno cercata, non hanno letto niente. L'hanno respirata. Gliel'hanno passata già pettinata, già uscita dalla bocca di gente che porta la cravatta e sta in televisione.
Una bambina è morta mentre il senatore Borghi continua a ripetere che l'obbligo vaccinale non serve a niente, che siamo un'anomalia in Europa, che ci riproverà a smontare la legge Lorenzin. Il suo emendamento non riguardava la difterite. Riguardava morbillo, rosolia, parotite, varicella. Lo scrivo perché è vero.
Allo Zen però le distinzioni non arrivano. Non arriva la differenza tra i quattro obblighi vecchi e i sei aggiunti nel 2017. Arriva il video, trenta secondi, un senatore della Repubblica che dice a una madre che deve essere libera di scegliere. Lei sceglie. Poi il senatore torna a casa e la madre resta con la figlia.
Una bambina è morta dopo anni in cui il senatore Malan ha coltivato il sospetto. Le morti improvvise. Gli effetti avversi. Il malore di Ndicka in campo e quel messaggio che lasciava intendere una correlazione senza mai dirla, perché dirla sarebbe stato verificabile.
Una bambina è morta e il metodo resta quello. Non si mente, si allude. Non si dice che i vaccini uccidono, si domanda se per caso non uccidano. Una domanda non la puoi querelare. Entra e basta, poi ci mette anni a uscire, e certe volte non esce.
Una bambina è morta e sua madre aveva paura. Mentre quella paura girava per le case dello Zen, il presidente di una commissione parlamentare d'inchiesta stava su un palco ad Atreju a dire che i no vax andavano rinobilitati, che chi aveva avuto paura dei vaccini aveva avuto ragione.
Oggi quella madre ha una figlia sottoterra e un'indagine per omicidio colposo per omissione. Il senatore Lisei ha una carriera.
Una bambina è morta e quarantotto ore dopo la Verità, il giornale che si porta stampata sotto la testata la domanda di Pilato, quid est veritas, pubblicava un pezzo di Mario Giordano secondo cui se gli italiani non si fidano dei vaccini la colpa è di Roberto Burioni. Non del batterio. Non di dieci anni passati a raccontare che i vaccini fanno più male che bene. Di Burioni.
Anna Rosa era morta da due giorni e voi stavate già regolando i conti con un virologo antipatico. Chiedetevi che cos'è la verità, direttore. Ve lo chiedete in latino ogni mattina, provate una volta in italiano.
Anna Rosa è morta nella regione con la copertura vaccinale pediatrica più bassa d'Italia, 85,13 per cento contro una media nazionale del 94,46. La procura per i minorenni sta setacciando le materne della zona nord di Palermo. Cercano gli altri bambini.
Una bambina è morta e nessuno di voi l'ha uccisa. La responsabilità penale è personale, e la vostra fedina resta pulita.
A pagare saranno due poveracci dello Zen convinti di proteggerla. Loro hanno creduto. Voi avete lavorato per anni perché ci fosse qualcosa in cui credere, poi vi siete voltati dall'altra parte e avete chiamato libertà il risultato.
Una bambina è morta e voi continuerete a parlare. In aula, in televisione, in prima pagina, e nessuno vi chiederà conto di niente. Ve lo chiedo io. Quando prendete una paura ignorante e le mettete addosso la giacca di un senatore, cosa pensate che succeda dopo, nelle cucine dove quella paura arriva?
Una bambina è morta. La responsabilità penale non vi riguarda. Quella politica non prescrive, non si archivia, non aspetta l'esito di un'autopsia.
Dormite pure. Il nome però imparatelo. Anna Rosa, quattro anni, Palermo.
Rispondetene.
Timostene
Chissà come lo percepiva don Giovanni Minzoni, parroco di Argenta (Ferrara), che ci stava in mezzo e il #23agosto 1923 fu ucciso da due squadristi fascisti, che lo colpirono a bastonate e sassi alla testa, fratturandogli il cranio.
"Guardate questo scatto e convincetevi che conciliare maternità e professione sia un gioco da ragazzi":
l’ennesima favola raccontata da Giorgia Meloni.
Facciamo un rapido esperimento sociale. Lunedì mattina, tutte a lavoro con i propri
figli.
Sei una cassiera al supermercato? Posiziona il passeggino accanto alla cassa.
Fai i turni in ospedale? Portalo tra i letti del reparto.
Lavori alla catena di montaggio? Trova un angolino sicuro in fabbrica.
Perché quella non è la vita delle lavoratrici normali, ma il privilegio concesso alla Presidente del Consiglio.
Lei sale sui voli di Stato con la figlia a carico e poi si erge a testimonial dell’emancipazione femminile.
Che maestosa lezione per il Paese!
E tu sei ancora lì a disperarti tra graduatorie bloccate, liste d'attesa interminabili, rette d'oro e nonni usati come ammortizzatore sociale?
Evidentemente sei solo una disfattista che si piange addosso.
Perché nella narrazione dell’Italia della "madre cristiana", la rete dei servizi brilla: un posto al nido pubblico garantito per appena tre bambini su dieci.
Un traguardo memorabile!
Per il restante 70%? Soluzione a portata di mano: gli utilissimi asili privati.
Un dettaglio da poche centinaia di euro al mese. Che vuoi che sia per chi percepisce stipendi da capogiro?
Un po' meno banale, magari, per chi ne guadagna 1000/1200 euro al mese.
Quella foto non celebra il riscatto delle donne.
Smaschera semplicemente la disparità: chi possiede risorse, coperture e potere vive in un altro mondo. È
la classica logica del Marchese del Grillo riadattata a uso e consumo dei social network.
Nel frattempo, la cruda realtà racconta di decine di migliaia di madri che ogni anno sono costrette a rassegnare le dimissioni perché schiacciate dall'assenza totale di sostegni.
Non è stata una loro scelta: sono state messe con le spalle al muro.
Il dovere di chi guida un Paese non è ostentare quanto sia agevole fare la madre quando si ha la strada spianata.
È azzerare gli ostacoli per chi non ha le stesse tutele.
Altrimenti non parliamo di conquiste femminili, ma di puro ed esibito privilegio.
Poiché vedo che l’argomenti si sta affievolendo, nascosto da una serie di tentativi di depistaggio, ve lo ricordo io:
Hanno segretato le chat di del mastro con un camorrista
Hanno segretato il motivo per cui hanno dato cento milioni al tizio che accusa Conte in commissione Covid.
Tutto il resto è fumo.
«Lasciate che vi dica tutta la verità: se mai il fascismo dovesse arrivare in America, arriverà nel nome della libertà.»
Ricordando Thomas Mann, morto il #12agosto 1955.
Ma secondo voi, uno che la sera della strage di Cutro cantava insieme a Giorgia Meloni "La canzone di Marinella" - la storia di una ragazza che annega tragicamente-, cosa volete che capisca delle canzoni di Fabrizio De André. O non le ascolta o è un analfabeta funzionale
#Salvini
"Io non so cosa sia riuscito a capire #Salvini dei testi di mio nonno. Una ragazza che contesta un politico a un concerto di #DeAndré non è fuori luogo è una delle cose più correnti che è successa durante tutta la serata". La nipote di Fabrizio De André la tocca pianissimo 🫶
Delmastro?
Il padre di Giorgia Meloni è stato condannato in Spagna nel 1995 per narcotraffico. Millecinquecento chili di hashish su un veliero fermato a Minorca. Questo sta negli atti.
Che fosse un corriere al servizio di Michele Senese lo dice il collaboratore di giustizia Nunzio Perrella, a Report e a verbale. Resta una sua dichiarazione, non un fatto accertato. Lei ha risposto in aula che il padre è morto e che non lo vedeva da quando aveva undici anni. Vero, e un padre non si sceglie. La questione finirebbe lì, se il nome Senese non tornasse ogni volta.
Torna con Delmastro, che di Meloni è stato l’avvocato nei processi per diffamazione. Lo stesso Delmastro socio della srl “Le 5 Forchette” con la figlia di Mauro Caroccia, condannato in via definitiva per intestazione fittizia con l’aggravante mafiosa e ritenuto dagli inquirenti prestanome del clan Senese.
Torna col selfie del 2 febbraio 2019, hotel Marriott di Milano, prima grande iniziativa di Fratelli d’Italia al Nord in vista delle europee. Meloni da un lato, dall’altro Gioacchino Amico, indicato dagli inquirenti come referente del clan Senese in Lombardia, oggi collaboratore di giustizia nell’ambito del procedimento Hydra. Lei ha parlato di squallidi attacchi e di palate di fango. Una foto non prova niente, d’accordo.
Sul selfie va detto il resto. Un ex parlamentare ha riferito a Report che Amico entrava a Montecitorio senza controlli, come se avesse un tesserino o un accredito speciale. Amico stesso, agli investigatori, ha dichiarato di disporre di un badge per entrare e uscire dal Parlamento quando gli pareva. Sempre secondo quel racconto, nel 2018 avrebbe accompagnato l’ex deputato negli uffici di Fratelli d’Italia alla Camera.
La Camera ha smentito, e ha smentito una cosa sola: che sia mai stato rilasciato un tesserino permanente intestato a lui. Il tesserino permanente lo danno ai giornalisti e allo staff. Chi entra come ospite di un deputato non ne ha bisogno, e uno storico pubblico degli ingressi non esiste. Chi lo abbia invitato resta senza risposta. Lollobrigida, capogruppo all’epoca, fa sapere di non aver mai controllato gli ospiti dei colleghi.
Il 6 giugno 2020, secondo un’intercettazione riportata da Report, Amico esulta perché gli è arrivata la tessera di Fratelli d’Italia.
Arriviamo al 5 agosto. La Camera nega alla procura di Roma l’uso delle chat tra Delmastro e Caroccia, estratte dal telefono sequestrato a quest’ultimo. Duecentosei contro centotrentatré, scrutinio segreto. Ministri precettati in massa, dal titolare dell’Economia in giù. Mancava solo lei.
La sera prima la giunta per il regolamento aveva stabilito che i componenti della giunta per le autorizzazioni non hanno più accesso automatico agli atti trasmessi dalla magistratura. Decide di volta in volta l’intera giunta. Il presidente Devis Dori ha parlato di un paradosso: si vota senza aver visto le carte. Una prassi consolidata cambiata in una sera, con un voto di scarto.
Poi Nordio spiega che nel telefonino c’è tutta la vita di una persona. Le foto, i video, le chat intime, le cartelle cliniche, i conti correnti. Vero. Peccato che quel telefono non sia di Delmastro.
Le chat stanno nel dispositivo di Mauro Caroccia, sequestrato in un’indagine antimafia. La riservatezza che il ministro della Giustizia indica come questione principale è quella di un uomo condannato in via definitiva per reati aggravati dal metodo mafioso. Mi pare un modo elegante di spostare l’attenzione. Trovo difficile credere che un guardasigilli non conosca la differenza tra il telefono dell’indagato e quello del deputato.
C’è di più, e lo racconta lui stesso al Corriere. Delmastro non aveva eccepito alcuna riservatezza, le chat le aveva già consegnate ai pm. A negare l’autorizzazione al loro uso processuale è stata la Camera. Il ministro ha poi telefonato per congratularsi e lo ha tirato su con un bicchiere di buon bianco. Anche questo l’ha raccontato lui, orgoglioso.
Diranno che un partito difende i suoi. Sarebbe una spiegazione, se il conto lo avesse pagato Delmastro. Invece lo hanno pagato tutti: ministri precettati in aula, regolamento cambiato la sera prima, voto segreto. Nessun capogruppo ordina una cosa così per un deputato di provincia.
Non dico che in quelle chat ci sia il suo nome. Non lo so, non lo sa nessuno, ed è il problema.
Dico quello che si sa già. Il selfie con l’uomo dei Senese è suo. La tessera che quell’uomo festeggia intercettato è del suo partito. A Montecitorio, stando a quanto dichiarato da lui e da un ex deputato, avrebbe avuto accesso anche agli uffici di Fratelli d’Italia. L’avvocato che difendeva lei nelle querele è finito socio della figlia del prestanome del clan. Il filo non passa per Delmastro. Passa per Fratelli d’Italia, e Fratelli d’Italia è lei. Questa è una valutazione politica, non un’accusa penale.
Nessuna di queste cose è un reato. Tutte insieme sono un problema politico che si risolveva in un modo solo, aprendo. Lei ha scelto di chiudere, e di non esserci mentre si chiudeva.
Aveva promesso che non avrebbe coperto nessuno. Bastava far leggere le chat e il dubbio moriva quel pomeriggio. Hanno preferito il dubbio. Adesso il dubbio è suo.
C’è un vizio che si ripete, e comincia a stancare.
Giorgia Meloni cita Guccini, cita Borsellino, cita il Vangelo. Ogni volta il senso di quelle parole resta fuori, sulla soglia. Si prende il verso e si butta via la vita che c’era dietro.
Guccini ha scritto contro il potere, contro i benpensanti, contro chi confonde l’ordine con la giustizia. Borsellino è morto in una guerra allo Stato deviato, non in una campagna elettorale. Gesù Cristo, per chi ci crede, sta dalla parte dell’ultimo, dello straniero, di chi arriva senza documenti.
Nessuno di questi tre ha avuto un ruolo nella sua formazione. Nessuno.
Sfugge il ruolo di Guccini nella formazione di Giorgia Meloni, così come quello di Borsellino e di Gesù Cristo. Si limiti a citare Almirante, Rauti e Licio Gelli.
Quella è la biblioteca vera, quello l’albero genealogico. Rivendicarlo non sarebbe una colpa: sarebbe la prima cosa onesta. La colpa è prendere in prestito i santi degli altri per costruirsi un fondale davanti alle telecamere.
Mah. Forse chiedere coerenza a chi vive di citazioni rubate è chiedere troppo.
"Servono giganti, e quelli che piacciono al Signore non sono i grandi di questo mondo ma quelli con il cuore grande, con tanta umanità, gratuita, che condivide e non calcola, che dona e non possiede". Lo ha detto il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei, nel suo intervento al funerale di Francesco Guccini, a Pavana. #ANSA
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“Un gesto che ci scuote e ci sveglia, ricordandoci che in Italia ci siamo abituati a tutto, anche a vedere una Repubblica antifascista guidata dai fascisti”.
Ben detto, prof.
#Marcinelle#8agosto
Spin Time, lettera del Nobel Parisi 'sostenere chi combatte l'emarginazione'. "Comunità esempio di organizzazione e vicinanza" #ANSA https://t.co/394sSOQwrs