Visto che ci fanno l’analisi del sangue per sapere se siamo renziani, renzisti o renzomani, tanto da dedicarci articoli.
Allora vi dico perché mi piace @matteorenzi, poi definitemi come vi pare.
Mi piace perché è un innovatore un vulcano di idee, una mente dinamica.
Mi piace perché è preparato su ogni argomento.
Mi piace perché se una cosa non funziona più, cerca nuove vie. Solo gli sciocchi non cambiano mai idea.
Mi piace il carattere da combattente, la forte personalità, il carisma.
Mi piace il suo intuito che gli permettere di essere sempre 10 passi avanti agli altri.
Mi piacciono i suoi interventi, sempre centrati e che sanno mettere in difficoltà l’avversario, con intelligenza.
Mi piace la passione e l’impegno che mette in tutto ciò in cui crede.
Mi piace il senso di rispetto che ha verso le istituzioni.
Mi piace l’amore che ha per la cultura.
Mi piace la sua umanità.
Mi piace anche quando é perdente, perché so che si rialzerà.
Mi piace e mi rende orgogliosa per i riconoscimenti che ha a livello internazionale.
Mi piace la sua ironia.
Mi piace perché condividiamo le stesse idee.
Mi piace perché è LEADER.
E per niente al mondo mi sognerei di farne a meno. 🍀
Come si combatte davvero la povertà?
Servono leggi, non slogan. Una riflessione controcorrente nel mio editoriale di oggi sul Riformista.
Con l’avvento del grillismo in Italia la povertà è diventata strumento di consenso.
Proprio mentre gli economisti alla Esther Duflo vincevano il Premio Nobel spiegando come la lotta contro la povertà richiedesse sforzi educativi, sanitari, culturali, i populisti nostrani inauguravano una stagione in cui la lotta alla povertà andava annunciata, non combattuta, andava fatta con gli slogan e non con la politica.
C’è un filo rosso tra il Luigi Di Maio che, attorniato dai colleghi grillini, annuncia dalla terrazza di Palazzo Chigi “abbiamo abolito la povertà” e il Giuseppe Conte che, attorniato dai colleghi del campo largo, spiega in Sala Verde che il disegno di legge sul salario minimo è lo strumento risolutivo per contrastare la povertà.
Tra il Di Maio del terrazzo e il Conte della Sala Verde ci sono due piani di distanza fisica e cinque anni di distanza temporale. Ma il ragionamento è identico.
Guardate le accuse populiste di chi mi dice: non sei andato all’incontro sul salario minimo perché a te dei poveri non interessa.
Chi fa proposte irrealizzabili non si interessa dei poveri: li strumentalizza.
Chi scrive una legge come quella sul reddito di cittadinanza, vera manna per i truffatori e per chi vive di voto di scambio, non si interessa dei poveri: li strumentalizza.
Chi l’11 agosto fa passerelle sui TG ma poi rimanda la palla al CNEL, cioè all’organismo più inutile della storia, non si interessa dei poveri: li strumentalizza.
Chi firma una proposta di legge in cui il salario minimo ha bisogno di un fondo pubblico pagato dal contribuente italiano, non si interessa dei poveri: li strumentalizza.
Combatte la povertà, invece, chi aumenta i salari abbassando le tasse sul lavoro. Perché gli altri comunque uno stipendio buono lo portano a casa e va aiutato il ceto medio a non scendere sotto la soglia della povertà.
Combatte la povertà chi chiede il Mes sanitario per abbattere le liste d’attesa. Perché gli altri comunque possono accedere alla sanità privata, sono i poveri che attendono mesi per i risultati di una biopsia.
Combatte la povertà chi crea le condizioni perché aumentino i posti di lavoro.
Aiutare le aziende ad assumere non significa sostenere “i padroni”, ma significa combattere la povertà. E per non avere stipendi da fame, la soluzione è detassare integralmente tutti i denari che vanno negli stipendi degli operai, degli impiegati, del ceto medio.
Combatte la povertà chi fa politica, non chi si accontenta di slogan. Il dibattito sul reddito di cittadinanza e il salario minimo è figlio dello stesso impianto culturale non a caso marchio di fabbrica dei Cinque Stelle.
Chi vuole combattere la povertà abbassa le tasse alle imprese, aumenta gli investimenti in cultura e sanità, chiude la stagione dei sussidi. In una parola: chi vuole combattere la povertà fa politica, non si limita agli slogan.
La Premier sul salario minimo coinvolge il CNEL?
Sei al Governo, non sei un centro studi. Hai una ministra che in teoria si occupa di lavoro.
Se hai una idea, dilla. E invece rimandi la palla al CNEL, l’organismo più inutile della Costituzione Italiana?
La politica richiede l’intelligenza complessiva di inserire il singolo tema in dossier più ampi. Il salario minimo lo puoi fare - per me sarebbe giusto a dieci euro - se abbassi le tasse alle imprese.
Fai la decontribuzione con il JobsAct, fai Industria 4.0, togli l’Irap, fai la partecipazione dei lavoratori agli utili, semplifichi il modello contrattuale e hai una idea compiuta del lavoro, non del sussidistan come è stato grazie al reddito di cittadinanza. Allora fai anche il salario minimo.
Vi lascio qui la mia intervista a La Stampa, fatemi sapere cosa ne pensate!
https://t.co/CS4ODo0PNE
Ecco come la giustizia politicizzata
decise di fare fuori @matteorenzi!
Non è stato Renzi a distruggere il Pd, è stata la sinistra che per togliersi di torno Mister 41% con queste inchieste farlocche, ha distrutto se stessa, ha distrutto il Pd e ha favorito l'ascesa della destra!
Charlie Chaplin
Ci ha lasciato 4 dichiarazioni:
(1) Nulla è eterno in questo mondo, nemmeno i nostri problemi.
(2) Mi piace camminare sotto la pioggia, perché nessuno può vedere le mie lacrime.
(3) Il giorno più sprecato della vita è il giorno in cui non ridiamo.⬇️
All’Assemblea Ance uno straordinario discorso di Carlo Nordio, che è partito dalla definizione di società liberal-democratica per finire alle questioni di estrema attualità.
Viene da chiedersi che cosa ci faccia in mezzo a sovranisti e populisti.
Verrà il giorno in cui in questo paese le persone che “la vedono allo stesso modo” sempre e per sempre dalla stessa parte le troveremo.
"A 40 anni Franz Kafka, che non si è mai sposato e non aveva figli, passeggiava per il parco di Berlino quando incontrò una bambina che piangeva perché aveva perso la sua bambola preferita. La bambina e Kafka cercarono la bambola senza successo. Kafka le propose di incontrarsi di nuovo lì il giorno dopo, per tornare a cercarla insieme.
Il giorno seguente, non avendo ancora trovato la bambola, Kafka consegnò alla bambina una lettera "scritta" dalla bambola che diceva: "per favore, non piangere. Ho fatto un viaggio per vedere il mondo. Ti scriverò delle mie avventure."
Così iniziò una storia che proseguì fino alla fine della vita di Kafka. Durante i loro incontri, Kafka leggeva le lettere della bambola accuratamente scritte con avventure e conversazioni che la bambina trovava adorabili.
Alla fine Kafka le riportò la bambola (ne comprò una) che era tornata a Berlino.
“Non assomiglia affatto alla mia bambola", disse la bambina. Kafka le consegnò allora un'altra lettera in cui la bambola scriveva: "i miei viaggi mi hanno cambiato”. La bambina abbracciò la nuova bambola e la portò a casa tutta felice.
L’anno seguente Kafka morì.
Molti anni dopo la bambina, oramai adulta, trovò un messaggio dentro la bambola. Nella breve lettera firmata da Kafka c‘era scritto: "tutto ciò che ami probabilmente andrà perduto, ma alla fine l'amore tornerà in un altro modo."
("Kafka e la bambola viaggiatrice”, di Jordi Sierra I Fabra)
#Kafka #letture #bellezza