@LorenzoCast89 Non possono esistere leggi sottratte al controllo di costituzionalità, inoltre la Corte Costituzionale ha lasciato, fino ad oggi, persino troppo margine alla discrezionalità del legislatore
@frncsc_cnt So che sembra strano ma in realtà non ci sono evidenti profili di illegittimità costituzionale almeno sulla base dell'esistente giurisprudenza della Corte
Marattin ha questa curiosa abitudine di distribuire patenti di competenza agli altri. Il problema è che ogni tanto dovrebbe controllare la sua.
Scrive:
«Ehi Corriere, c’è qui Pagella Politica che dice che avete pubblicato dati falsi. A chi dobbiamo credere?»
Luigi, ai dati. Sarebbe già un buon inizio.
Perché @PagellaPolitica non sta dicendo che il Corriere si è inventato dei numeri. Sta dicendo che tu li hai presi e ne hai ricavato una cosa che quei numeri non dicono.
Hai scritto che in Italia ci sono «5 milioni di invalidi».
No. Sono circa 5 milioni di PRESTAZIONI, ottenute mettendo insieme invalidità civile, invalidità previdenziale e rendite INAIL.
E prestazioni e persone non sono la stessa cosa.
Una persona può ricevere più di una prestazione. Non è un dettaglio semantico…
Lo dice l’INPS. Tra chi riceve pensioni di invalidità previdenziale il 46% cumula pensioni di altro tipo. Tra chi riceve prestazioni assistenziali siamo al 48%. Per le rendite indennitarie addirittura al 72%.
Nel calderone sono finite circa 593 mila rendite INAIL. Peccato che circa 85 mila siano rendite AI SUPERSTITI.
Tant’è che il giorno dopo anche tu ti sei corretto: i 5 milioni diventano «più di 4,5 milioni» di persone e riconosce che 5 milioni erano le prestazioni.
Solo che hai sbagliato ancora… quei 4,5 milioni sono dimostrati dal conto presentato. Per sapere quante PERSONE ci sono davvero bisogna eliminare le sovrapposizioni e contare i beneficiari unici.
Poi c’è la tesi costruita sopra quel numero: un’Italia evidentemente popolata da una quantità abnorme di invalidi, tanto da proporre controlli «uno per uno».
Ma guardiamo i confronti internazionali.
Eurostat: nel 2024 l’Italia spendeva per le prestazioni di disabilità circa l’1,5% del PIL. Media UE: 1,9%. Francia e Germania: 2,1%.
OCSE: poco più del 4% degli italiani tra 20 e 64 anni riceve disability benefits. Media OCSE: circa 6%.
Questo significa che non esistono falsi invalidi o che non bisogna controllare? Ovviamente no.
Significa che se vuoi raccontare l’Italia come un caso patologico rispetto agli altri Paesi, servono numeri che dimostrino che lo sia.
Non puoi sommare prestazioni diverse, trasformarle in persone, stupirti del risultato e poi prendere per il culo un intero Paese.
La competenza ha questo brutto vizio: funziona meglio quando, oltre a rivendicarla, si fanno bene anche i conti.
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@bovigus1 Il sistema tributario italiano é sempre stato strutturato in questo modo, la tolleranza dell’evasione di autonomi e PMI era uno dei pilastri del potere della DC. L’unica differenza é che la pressione fiscale complessiva era più bassa
@StefiHDaringal@FlaveManuel@the_real_MiSt@frncsc_cnt@La_manina__ Al Liceo ci va il 50% della popolazione studentesca italiana e dunque é ovvio che non sia frequentato solamente da “ricchi”, semplicemente la composizione di una classe liceale non é pienamente rappresentativa del paese.
@CarloCalenda@forza_italia Certo che non hanno alcun valore, gli unici valori che conoscono sono quelli delle quotazioni di in borsa di Mediaset e Mediolanum
@italy983@putino@FocusAmerica_it Non perderanno molto probabilmente in Kansas, ma il Maine é uno Stato democratico ed in questo contesto é difficile che Colllins ce la faccia
Vi svelo una cosa: in 🇮🇹 chi lotta contro il "woke" desidera tornare a potere usare in pubblico e impunemente le parole frocio, negro, ritardato (...). Cosa che peraltro era già garantita e anzi accettata nel periodo di massimo wokismo (cfr. Pio e Amedeo, Felicissima sera, 2021)
Molti anni fa passò a trovarmi, a Roma, un mio caro amico di Boston. Ad un tratto lo vidi fissare una piccola scultura in bronzo, una donna nuda di boteriane fattezze, appoggiata su uno scaffale della mia libreria. Dopo averla osservata, si rivolse verso di me con tono serio: “Non dovresti tenere esposta una scultura del genere, è offensiva nei confronti delle donne”.
Rimasi disorientato da questa sua uscita. Non me l’aspettavo da un fine intellettuale. Provai a fargli comprendere che l’arte non può essere compressa in valutazioni moraleggianti. Non lo convinsi. Quella fu la prima volta che toccai con mano gli eccessi della cultura “woke”.
Si è riaperto in questi giorni un dibattito sulla cultura “woke”. Credo sia il momento giusto per affrontarlo e definire le vere priorità di una forza autenticamente progressista.
Condivido qui il mio contributo pubblicato oggi su Repubblica.
Leggerò con attenzione i vostri commenti