Destra e sinistra sono convinte che il 3,1% di deficit sia dovuto non alla spesa (più alta) ma al pil (più basso). Cambia solo il responsabile: per il governo la colpa è dell’Istat che sottostima il pil nominale, mentre per l’opposizione è colpa del governo se il pil non aumenta abbastanza.
Alla base dell’errore di prospettiva c’è probabilmente la convinzione, aritmeticamente infondata, che nella definizione del rapporto deficit/pil la variazione del numeratore o del denominatore contino all’incirca allo stesso modo. Se anziché diminuire l’indebitamento, aumenta il pil il risultato non cambia. E invece cambia molto, perché per avere un effetto sul risultato la variazione del denominatore (pil) deve essere molto più ampia (oltre 30 volte) di quella del numeratore (indebitamento).
Il deficit attuale al 3,1% è frutto del rapporto tra un indebitamento di circa 70 miliardi e un pil di circa 2.265 miliardi. Per avere un deficit appena inferiore al 3%, con un pil (denominatore) sempre di 2.265 miliardi, serve un indebitamento (numeratore) di 67,5 miliardi: sono i 2,5 miliardi di uscite che sono apparsi come spese impreviste per investimenti.
Se invece volessimo arrivare a un rapporto deficit/pil appena inferiore al 3% facendo aumentare il denominatore (pil) e lasciando il numeratore (indebitamento) a 70 miliardi, allora servirebbe un pil pari a 2.341 miliardi: ovvero 76 miliardi in più rispetto al livello attuale. Circa 3,5 punti di pil in più. Varrebbe a dire che, rispetto al pil del 2024 pari a 2.210 miliardi, nel 2025 in Italia ci sarebbe stata una crescita nominale del 6%: oltre il doppio di quella effettiva.
Il governo non può davvero credere che l’Istat possa sottostimare così tanto la crescita che c’è stata, l’opposizione non può davvero credere che il governo avrebbe potuto far crescere l’economia a tassi cinesi. La realtà, invece, è che la ragione del deficit al 3,1% non sta nella crescita inferiore alle attese ma nella spesa fuori controllo rispetto al previsto. È questo che la politica non vuole vedere, ma che la matematica non può nascondere.
https://t.co/9Mqu1XOcfg
Rapporto deficit-pil al 3,1
(4 anni fa era sopra l'8)
Spread a 80 (4 anni fa erano attorno a 220)
Posizionamento sull'Ucraina: corretto, salvo tante componenti interne contrarie o pavide
Non sono risultati che consentono di definire la premiership di Meloni come un fallimento
Leggiamo tanti sfoghi di professori che si lamentano, più o meno giustamente, della loro precarietà, dei loro stipendi bassi, della cattiva strutturazione dei concorsi.
Il problema è che i loro sfoghi finiscono con la richiesta di maggiore Stato.
Lo stesso Stato che è la causa della loro situazione.
Volete migliori condizioni economiche?
Scagliatevi contro il monopolio della scuola pubblica, chiedete la liberalizzazione del settore dell’istruzione, battetevi per l’istituzione del voucher scuola.
Fate in modo che le scuole debbano competere per attrarre studenti e che, di conseguenza, debbano competere anche per attrarre i professori migliori.
I migliori di voi scopriranno di valere molto più di quanto oggi lo Stato sia disposto a pagarli.
L'ECONOMIA SECONDO I SOCIALISTI
🔴 L'economia per i socialisti è quella strana religione dove il successo è una colpa, la povertà una virtù e il portafoglio degli altri un bancomat infinito.
🔴 L'economia dei socialisti demonizza chi rischia il proprio capitale e divinizza il burocrate che non ha mai visto una fattura in vita sua.
🔴 Se una loro ricetta economica fallisce e crea miseria, la risposta è sempre la stessa: "Non era vero socialismo, riproviamo".
🔴 Sono così ossessionati dal tagliare la torta in parti uguali che non si accorgono che, a furia di minacciare il pasticcere, la torta è diventata un muffin.
🔴 Credono che un ufficio statale possa sostituire milioni di decisioni individuali.
🔴 Nel loro mondo capovolto, un'azienda che fa profitto sta "sfruttando", mentre uno Stato che affoga nei debiti sta facendo "solidarietà".
🔴 I socialisti trasformano il fallimento della pianificazione in un argomento per più pianificazione.
🔴 Non vedono il mercato come un luogo di scambio, ma come un ring morale dove chiunque offra un servizio utile va punito in nome della "giustizia sociale".
🔴 Sono convinti che la scarsità delle risorse si sconfigga stampando moneta o firmando decreti legge, come se la realtà si piegasse alla burocrazia.
🔴 La loro specialità? Promettere diritti infiniti e gratuiti, dimenticando che le risorse per pagarli sono finite e le pagano sempre gli stessi.
🔴 E alla fine, si sorprendono pure se i capitali e i cervelli fuggono all'estero, dopo averli trattati come nemici pubblici e bersagli fiscali.
Milton Friedman on government’s four major functions:
1) Ensure national defense
2) Protect citizens from “abuse and coercion by other citizens”
3) Define and uphold private property rights
4) Maintain a judicial system to adjudicate disputes and enforce rules
È vero, Poste è stata risanata in modo eccellente (come altre realtà, penso a Ferrovie).
Ma il ruolo dello Stato non è consegnare pacchi, così come non è gestire aziende di telecomunicazioni.
Il ruolo dello Stato è garantire che i cittadini possano uscire la sera sicuri, che la giustizia funzioni, che il sistema fiscale sia leggero ed efficiente, che i servizi pubblici di base siano eccellenti, che regolamentazione di monopoli naturali e tutela della concorrenza permettano prezzi bassi e servizi eccellenti, che le istituzioni pubbliche funzionino come un orologio svizzero.
Il @Partito_Libdem nasce per questo: lo Stato pensi a fare bene questo, prima di (tornare a) giocare a fare l’imprenditore.
Giorgio Mule’ non è indagato.
Negli atti c’è solo una persona che lo nomina (“si diceva che qualcuno diceva che si era interessato, ma non so”).
Atti che, comunque, non avrebbero potuto per legge entrare in possesso dei giornalisti.
Tuttavia ecco l’articolo che un quotidiano ne tira fuori.
Con tanto di sottotitolo “Mule’: non ricordo”, che nelle scuole di merda nel ventilatore si insegna essere perfetto per instillare il dubbio nel lettore.
@giorgiomule ovviamente, paga soltanto l’aver sostenuto con l’efficacia maggiore, tra tutti noi, le ragioni del SÌ al referendum.
E per questo, deve essere punito da quello stesso “complesso giudiziario-giornalistico” (semi-cit) di cui spesso abbiamo parlato.
Questa è l’Italia del 2026, signore e signori.
Se voi dite che va tutto bene così, che questo è il massimo della liberal-democrazia a cui possiamo aspirare, beh allora anche questo weekend - come lo scorso - ci inchiniamo alla volontà popolare.
Richiesta pretestuosa, unita a una visione della storia faziosa e parziale.
La schiavitù esisteva in Africa da oltre un millennio prima dell’arrivo degli europei. Già dall’VIII secolo le fonti arabe parlano di “Zanj” (gli schiavi neri catturati in Sudan e nell’Africa Orientale) e di una tratta organizzata verso la Penisola Arabica, il Golfo Persico e l’India.
Non fu una pratica sporadica: fu un sistema regolare e duraturo che per secoli collegò le coste swahili al mondo islamico. Furono proprio gli africani – sovrani, mercanti, regni locali – a catturare e vendere la stragrande maggioranza degli schiavi.
I regni vassalli (come quello di Nubia dal 652 d.C.) pagavano tributi annuali di centinaia di schiavi al Califfato. I procacciatori compravano prigionieri di guerra nei mercati locali del Ghana, Gao o Mali, o li catturavano direttamente nelle razzie tra tribù.
Nel XIX secolo a Zanzibar su 300.000 abitanti circa 200.000 erano schiavi, con arrivi annui di oltre 20.000 persone forniti dalle razzie interne.
Solo nella tratta orientale arabo-musulmana si parla di 5-10 milioni di africani ridotti in schiavitù tra VIII e XIX secolo.
La pratica della schiavitù ha interessato tutte le società umane. Intere regioni africane vivevano con questo business e hanno prosperato vendendo schiavi per millenni, prima agli arabi e poi anche agli europei.
Quando i portoghesi arrivarono alla fine del Quattrocento, trovarono un sistema già perfettamente rodato: gli europei si limitarono spesso a comprare sulla costa, mentre la cattura restava in mano agli africani.
Il mondo occidentale è stato il primo ad abolire la schiavitù, mentre gran parte del mondo islamico e di altre realtà resistette a lungo alle pressioni abolizioniste.
La storia va letta, ma va letta per intero, non soltanto le parti che fanno comodo.
Chi racconta solo la tratta atlantica europea omette secoli di schiavitù autoctona africana e araba documentata da fonti storiche, cronache arabe e testimonianze dirette.
Visto che Gratteri è diventato il principale volto del "no" alla riforma della giustizia è giusto ricordare il suo curriculum, fatto di maxi indagini con decine/centinaia di arresti ingiusti. Alcuni esempi: la maxi operazione contro la ’ndrangheta del 2003 a Platì, nella Locride, con 125 misure di custodia cautelare (alla fine solo in 8 vennero condannati); l’operazione “Circolo formato” del 2011, con l’arresto di 40 persone, tra cui il sindaco di Marina di Gioiosa Ionica e diversi assessori (gli amministratori locali poi vennero assolti); la maxi operazione "Stige", con 169 arresti (a processo 100 imputati sono stati poi assolti - all'epoca degli arresti Gratteri la definì "la più grande operazione degli ultimi 23 anni" e "un’indagine da portare nella scuola della magistratura"); l’ancora più nota operazione “Rinascita-Scott”, lanciata nel 2019 con 334 persone destinatarie di misure cautelari (in primo grado sono stati assolti 131 imputati su 338, praticamente uno su tre); l’inchiesta del dicembre 2018 che sconvolse la politica calabrese, con le accuse di corruzione e abuso d’ufficio contro l’allora presidente della regione, Mario Oliverio, poi assolto da tutte le accuse; l’indagine “Erebo Lacinio” del 2021, con 8 persone accusate di associazione a delinquere per traffico illecito di rifiuti (poi tutte assolte, ma nel frattempo l'azienda è fallita); l'indagine contro Domenico Tallini, ex presidente del Consiglio regionale della Calabria, accusato e poi assolto definitivamente dalle accuse infamanti di concorso esterno in associazione mafiosa e scambio elettorale politico mafioso (accuse che gli costarono anche un mese ai domiciliari). Eccetera eccetera.
Anche a causa delle maxi retate di Gratteri, la Calabria è diventata la prima regione italiana per indennizzi per ingiuste detenzioni. Dal 2018 al 2024 lo Stato ha pagato 78 milioni di euro per indennizzare i cittadini vittime di ingiusta detenzione in Calabria, il 35% della spesa nazionale (220 milioni).
Quando sul Foglio pubblicai questi numeri, Gratteri mi accusò di riportare “dati totalmente falsi” (peccato siano tratti dalla relazione del ministero della Giustizia). Poi, parlando di sé in terza persona, disse che “non c’è una sola ingiusta detenzione attribuibile a Nicola Gratteri”. Un’altra bufala, come spiegai raccontando la storia dell’imprenditore Francesco Zito, arrestato nella maxi operazione “Stige” condotta proprio da Gratteri, recluso per 26 giorni in carcere, ristretto altri 152 giorni ai domiciliari, infine assolto e indennizzato per l’ingiusta detenzione con 47 mila euro.
Bufale, come quelle che ora Gratteri racconta contro la riforma Nordio, accusandola di sottomettere il pm all'esecutivo (falso: l'articolo 104 della Costituzione continuerà a garantire autonomia e indipendenza all'intera magistratura, giudici e pm).
Eppure Gratteri continua a essere intervistato ogni giorni, senza contraddittorio, da tv e giornali, per commentare la riforma costituzionale e per parlare di "giustizia giusta". Lui.
Il peggior nemico della democrazia è la disinformazione. Visto che ci attendono mesi di dibattito sul referendum fate girare, se volete
La politica, alla fine, non è una cosa così complicata come può sembrare.
La ricetta è semplice: parla chiaro, fai ciò che hai promesso, porta risultati concreti.
E le persone ti premieranno. #Afuera#Vivalalibertadcarajo
🚨🚨🚨🪖🇪🇪🇷🇺 Il 24 novembre 2015, un Sukhoi Su-24M russo venne abbattuto da un caccia F-16 dell’Aeronautica militare turca. Ankara spiegò che il jet di Mosca era stato colpito mentre si trovava nello spazio aereo turco perché aveva violato il confine fino a una distanza di 2,19 chilometri per circa 17 secondi - ripeto, 17 secondi - dopo essere stato avvertito di cambiare rotta per dieci volte nell’arco di cinque minuti poco prima di entrare nello spazio aereo.
La notizia di oggi è che tre caccia russi MIG-31 sono entrati nello spazio aereo estone, hanno sorvolato l’isola di Vaindloo a transponder spento e vi sono rimasti per circa 12 minuti - sottolineo, DODICI MINUTI - prima di essere intercettati e respinti dai nostri (grande orgoglio, me lo consentirete) F-35.
Ora dobbiamo intenderci: quello che sta accadendo sul Fianco Est è chiaramente un’escalation. Per il momento di provocazioni, ma la situazione non volge sicuramente al meglio. E noi non siamo messi bene.
Ce lo siamo detti molte volte: se parliamo soltanto di Vecchio Continente, abbiamo un enorme problema dal punto di vista militare. Il riarmo è necessario e tutto il resto. È un ritornello che ormai conoscete bene. Ma se dovessi indicare una sola causa tra le tante che rischiano di portare questa parte di mondo in guerra direi che questa è la nostra “debolezza”, l’incapacità di affermare il principio di deterrenza, di scoraggiare Vladimir Putin dal sottoporre a questi continui test la nostra volontà di difenderci.
Lo stiamo vedendo a ripetizione: prima un paio di droni in Lituania, poi qualche decina in Polonia, di nuovo un’incursione in Romania, e oggi lo sconfinamento in Estonia. Se il Cremlino segue una qualche logica, i prossimi saranno i lettoni. E allora le domande sono due: cosa stiamo facendo? E cosa possiamo fare di diverso?
La prima risposta è la seguente: stiamo affrontando un duello con una mano legata dietro la schiena. Vladimir Putin è uno spadaccino rozzo, ma ha dalla sua arroganza e disinvoltura, sa che difficilmente riceverà un colpo indietro. Noi siamo invece schermidori raffinati, dall’ampio bagaglio tecnico, ma ci manca “cattiveria”, il nostro spirito cavalleresco rappresenta un problema.
Mi spiego: pochi giorni fa, in risposta alla violazione dello spazio aereo polacco, abbiamo inaugurato l’operazione Sentinella Orientale e inviato rinforzi a protezione di Varsavia. Lodevole. È servito a qualcosa? Onestamente non si direbbe.
Perché? Perché il punto non è militare, ma politico. Le nostre difese non sono “intelligenti” - spendiamo molto per rispondere a mezzi che costano pochissimi - ma alla prova dei fatti risultano efficaci. E per il momento va bene così. Se vi dicessero che per risolvere un importante problema di salute dovreste affidarvi al chirurgo più bravo ma costoso al mondo, avendone la possibilità lo fareste. Il fatto, però, è che noi dobbiamo avere l’ambizione di non ammalarci. Dobbiamo fare prevenzione, dobbiamo fare deterrenza. E purtroppo non ci riusciamo.
Quindi? Quindi lo so. Leggendo l’incipit di questo punto nave, so che avrete pensato: “Se Erdogan ha impiegato 17 secondi prima di abbattere un jet da combattimento russo, e noi ne abbiamo lasciati scorrazzare tre per ben 12 minuti, allora c’è un problema, siamo in ritardo di 703 secondi sulla tabella di marcia da rispettare per pretendere rispetto”. È una posizione legittima, a maggior ragione dopo la sequenza di provocazioni di cui abbiamo parlato nelle righe precedenti. Ma vi do una notizia: anche la prossima volta, nessuno abbatterà niente.
La prima reazione social di Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea, è la rappresentazione plastica del perché queste violazioni si ripeteranno: “L’Europa è al fianco dell'Estonia di fronte all'ultima violazione del nostro spazio aereo da parte della Russia. Risponderemo a ogni provocazione con determinazione, investendo nel rafforzamento del fianco orientale. Con l'aumentare delle minacce, aumenterà anche la nostra pressione. Invito i leader dell'UE ad approvare rapidamente il nostro 19° pacchetto di sanzioni”.
Insomma, Bruxelles prevede di inviare qualche altro aereo sul fianco orientale e di adottare delle sanzioni qua e là contro Mosca. Tutto fa brodo, ci mancherebbe, in particolare il rafforzamento della presenza alleata nei Paesi Baltici potrà migliorare l’efficacia dei nostri pattugliamenti, permettendoci di fare affidamento su rotazioni aumentate di unità NATO ad alta prontezza e di chiarire al Cremlino che i nostri interverranno sempre rapidamente.
Sì ma…se nessuno ordina di premere il grilletto…
Ci risiamo: il problema non è militare, ma di volontà politica.
Adesso, credete davvero che fra tutti gli Alleati non ce ne sia anche uno solo disposto a sfidare Putin sul proprio terreno? Anche fossimo pessimisti cosmici, il calcolo delle probabilità ci smentirebbe. Ma la questione è diversa: è che nella NATO non solo su questo punto non c’è consenso, ma si nutrono anche forti dubbi sul fatto che il “patron” della NATO, Donald Trump, sia disposto a coprire le spalle di questo o quel leader/Paese deciso ad applicare la “regola Erdogan”.
Questo è uno dei motivi, detto apertamente, per cui i jet russi continueranno a violare i nostri spazi aerei senza conseguenze. Almeno fino a quando i nostri leader non avranno la granitica certezza di poter contare sulla disponibilità degli Stati Uniti non tanto a fare a botte con il bullo della scuola, ma a giurare di essere pronti a difenderci nel cortile dell’istituto. Il pensiero di fondo è che sia meglio ingoiare il rospo ed essere canzonati come “deboli”, che ritrovarsi a celebrare la morte della NATO, perché di questo si tratterebbe.
Attenzione, è una posizione comprensibile e responsabile: questo non è un videogame. Chi sbaglia una mossa non ripete il livello, ma rischia di sacrificare milioni di vite.
Il problema è che la nostra posizione è troppo responsabile. E di conseguenza prevedibile.
Dunque? Dunque dopo tutte queste parole, cosa ci rimane? L’unica soluzione possibile: preferire alle dichiarazioni social desolanti un livello d’azione diverso. Anzi tre.
Quando gli USA valutarono che la probabilità di utilizzo delle testate nucleari russe in Ucraina era del 50% inviarono l’allora capo della CIA, Bill Burns, a parlare con il capo dei servizi segreti russi. In quella circostanza, Burns chiarì che l’impiego di testate atomiche avrebbe comportato una risposta americana devastante, e spiegò per filo e per segno ciò che avrebbero fatto gli Stati Uniti se Putin avesse ceduto alla tentazione di schiacciare il grilletto. E voi direte: “Ma come? Finora hai detto che non siamo certi di avere l’ombrello americano a proteggerci!”. Vero, questo è il timore di fondo degli Alleati. Ma proprio per questo motivo bisogna lavorare su tre livelli.
Il primo: chiarire agli americani che a essere messa in discussione non è solo il nostro spazio aereo, ma la loro credibilità. I nemici guardano come l’America (non) difende i suoi protetti.
Il secondo: stabilire delle chiare regole d’ingaggio, anzitutto al nostro interno. Traduco: dobbiamo essere certi di avere il coraggio di fare rispettare le nostre linee rosse. Altrimenti meglio continuare così e tacere, sperando che Putin si accontenti.
Il terzo: comunicare ai russi in maniera diretta che a ogni azione, dopo un primo avvertimento, seguirà una reazione diversa dalle parole di “forte condanna” a cui siamo stati abituati fino a questo momento.
Ripeto: sono abbastanza sicuro che più leader Alleati lo sappiano. Bisogna trovare il coraggio, la forza e l’unità per affermare un principio difficile da rispettare ma semplice da comunicare: per vivere in pace, siamo disposti a tutto.
Mi scuso se sono stato troppo lungo. Spero che questo punto nave sia stato in qualche modo utile. La preghiera è quella di dare forza a questo spazio di informazione indipendente. Il solo modo per farlo è attraverso l’iscrizione al Blog, disponibile qui: https://t.co/BzPiSfEYcy. O qui per chi legge da iPhone: https://t.co/ZHMTBOuJ48
Grazie a tutti.
La destinazione più gettonata dai giovani italiani che emigrano per lavorare all'estero è la Gran Bretagna. Un Paese liberale dove le tutele del posto di lavoro sono praticamente assenti.
Come si spiega?
#referendum2025
Ronald Reagan | "Dobbiamo rigettare l'idea che ogni volta che viene commesso un crimine, la colpa sia della società. È ora di ripristinare il principio secondo cui ogni individuo è responsabile delle proprie azioni".
«Un cornetto può cancellare 45 minuti di corsa». Non è provocazione, è aritmetica: l’attività fisica rappresenta in media solo il 30 % del dispendio energetico quotidiano, mentre la quota dominante dipende da metabolismo basale.
1/n
Eddy e i suoi amici si chiedono perché in Italia siamo sempre schiavi delle piccole e grandi rendite e non possiamo essere più liberi.
E si danno una risposta.
Elio Germano ha vinto il David di Donatello come migliore attore protagonista. Ha concluso così il suo discorso di ringraziamento:
"Un palestinese ha la stessa dignità di un israeliano". Bene. Bravo. Applausi del pubblico. Ora, avete mai sentito dire da una stella o stellina del cinema italiano: "Gli ucraini hanno la stessa dignità dei russi"? No, non l'avete mai sentito. Perché? Facile: perché non è "figo". Perché non è percepito come "de sinistra". Quella vera, genuina come l'olio e il pane dei contadini di una volta. Il cinema è certamente una grande arte, ma i suoi artisti (non solo quelli italiani, beninteso) fuori dallo schermo sono spesso narcisi nostalgici del varietà e del teatro d'avanspettacolo.
"Coloro che affermano che tutte le culture sono uguali non spiegano mai perché i risultati di quelle culture siano così grossolanamente ineguali".
(Thomas Sowell)