#Thread:
E ora anche basta!
- di Roberto Riccardi
E se ci fossimo rotti le scatole dell'inclusione obbligatoria? Ai Pride italiani, ragazzi effeminati, ma biologicamente maschi, dichiarano davanti alle telecamere, con sicurezza assoluta, di avere le mestruazioni. Non è una➡️
Erika Saraceni, 18 anni, oro nel salto triplo 🇮🇹
14,24 m, record italiano ed europeo U20.
Ne parlano poco. Onore a lei e a tutti gli atleti, senza distinzioni.
Oggi, 4 anni fa “moriva” il dott. #GiuseppeDeDonno 🙏🏻🙏🏻🙏🏻🙏🏻
https://t.co/Teh0InzkPT
La #CartaDiSiena lo ricorda così:
In memoria del dott. Giuseppe De Donno
Medico per vocazione, etica al servizio della vita
Ricordiamo oggi con profonda stima e riconoscenza il dott. Giuseppe De Donno, che ha saputo incarnare il senso più alto e autentico della professione medica: prendersi cura dell’altro, con coraggio, umiltà e competenza.
Durante la pandemia, propose con determinazione l’uso del plasma iperimmune, una terapia già nota alla medicina moderna e utilizzata in passato contro virus come Ebola, SARS, MERS e influenza spagnola. Non si trattava di un’intuizione estemporanea, ma di un'applicazione scientificamente fondata, che metteva la persona e la comunità al centro, non il profitto.
Il valore della sua proposta non era solo clinico, ma profondamente sociale: il plasma veniva donato dai guariti e usato per curare altri pazienti, senza brevetti, senza interessi economici. Una medicina del dono, della solidarietà, accessibile e immediatamente attuabile.
Proprio da quell’intuizione, successivamente, si sono sviluppati gli anticorpi monoclonali: una terapia derivata dallo stesso principio biologico, ma trasformata in un prodotto brevettato e costoso, venduto a cifre che hanno superato i 2.000 euro a dose in alcuni paesi europei. Una cura che ha arricchito aziende farmaceutiche, ma che ha dimenticato le sue origini umane e solidali.
E va detto chiaramente: “Se la terapia con plasma iperimmune fosse stata riconosciuta e valorizzata come cura efficace già nelle fasi iniziali, l’urgenza e il valore strategico dei farmaci sperimentali chiamati vaccini sarebbero drasticamente diminuiti”.
Una terapia precoce, economica, diffusa e solidale avrebbe minato le basi di un mercato globale fondato sull’emergenza e sull’unicità del vaccino come sola salvezza.
Accettare la cura di De Donno avrebbe rotto un equilibrio costruito su miliardi di dosi e contratti. Per questo è stata ignorata, ostacolata, oscurata.
Il dott. De Donno non cercava visibilità né vantaggi personali. Aveva un solo obiettivo: salvare vite.
E in questo ha testimoniato la vera dignità della medicina, che non può e non deve mai dimenticare la centralità del paziente.
Eppure, proprio per il suo impegno, ha dovuto affrontare attacchi ingiusti. È stato deriso da molti media, trattato con sufficienza, sminuito nelle sue intenzioni. Anche diversi colleghi l’hanno isolato, mostrando diffidenza invece che apertura al confronto.
Nel contempo, l’Ordine dei Medici, pur conoscendo la validità della sua proposta e l’integrità del suo operato, non ha preso posizione, non lo ha difeso, non ha agito per proteggerlo o valorizzarlo. Un vuoto che pesa ancora oggi.
• “Mi prenderò cura di ogni paziente con scrupolo e rispetto.”
• “Non permetterò che considerazioni d’interesse economico influenzino il mio dovere”.
• “M’impegnerò a non recare mai danno a nessuno.”
(dal Giuramento di Ippocrate)
Per Giuseppe De Donno queste parole non erano retorica.
Erano la sua scelta. Il suo lavoro. La sua vita.
Grazie, dottor De Donno.
Hai rappresentato l’essenza più nobile della medicina: quella che non si piega alla paura, né ai compromessi, e che mette al centro la persona, la coscienza, la cura.
“Carta di Siena patto tra medici e cittadini” condivide pienamente la visione di Giuseppe De Donno: una medicina fatta di coscienza, ascolto e responsabilità.
Il suo modo di essere medico è il nostro orizzonte. La sua umanità il nostro impegno.
Crediamo in una medicina libera dai conflitti d’interesse, fondata sull’integrità e non sul compromesso.
Come afferma il Giuramento di Ippocrate:
• “Essere medico significa difendere la vita anche quando farlo costa”.
Per noi è un impegno profondo. E continueremo a difenderlo, anche nel suo nome.
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Pc @Palazzo_Chigi@CorteCost@FratellidItalia@LegaSalvini@LucioMalan@galeazzobignami@marcellogemmato@Marcolisei@massimogara@maxromeoMB
Lettera aperta al Maestro Valery Abisalovič Gergiev
Egregio Maestro Gergiev,
siamo un gruppo di cittadini italiani indignati per l’ennesimo episodio di russofobia travestita da "difesa dei valori europei", messa in scena dalle istituzioni culturali del nostro Paese.
L’ultimo atto, compiuto dalla direzione della Reggia di Caserta, non è solo un insulto alla Sua arte e alla libertà culturale, ma è anche un sintomo di una regressione inquietante della democrazia italiana.
In un’Italia che ama presentarsi come baluardo della tolleranza, si rispolverano metodi degni del Ventennio fascista: censura, esclusione, propaganda.
Oggi non si bruciano più libri in piazza (almeno per ora), ma si cancellano concerti, si mettono al bando compositori russi, si costruisce un clima d’odio verso tutto ciò che è russo.
Abbiamo già assistito alla vergognosa decisione dell’Università di Milano di rimuovere Dostoevskij dai programmi.
Abbiamo udito parole gravissime provenienti dalle più alte cariche dello Stato, che arrivano a paragonare la Russia di oggi al Terzo Reich: un insulto alla memoria storica e alla verità.
E ora, l’ennesimo atto vile e razzista da parte della Reggia di Caserta, che rifiuta l’arte perché “colpevole” della sua provenienza.
Come italiani, ci vergogniamo di questo clima di persecuzione culturale.
Come cittadini, ci opponiamo a ogni forma di censura. Come esseri umani, Le chiediamo scusa.
Con rispetto e solidarietà,
Vincenzo Lorusso
Giornalista – International Reporters