@stacce2021 Sono appena uscito dal mercato arabo @mercato_arabo con una gustosissima bistecca, del laban e datteri, e la soddisfazione di essermi complimentato con loro per la bellissima festa a Villa Gordiani. E sempre in culo ai Carabella (e ai fasci). @mercato_arabo
The EU has no Middle East strategy because *checks notes* there's too much going on in the Middle East. You can't make this up. This is the EU foreign policy chief. In 2026.
Quello che sta succedendo, senza attenuanti
Fabio Rampelli non parla da osservatore. È vicepresidente della Camera. Quando pubblica un elenco di 41 scuole e licei di Roma accusandoli di non aver celebrato in modo adeguato il Giorno del Ricordo, non sta commentando. Sta usando una posizione istituzionale per esporre nomi, per indicare chi, secondo lui, non si è comportato come doveva. Non un giudizio generico, ma una lista. Un atto pubblico.
E qui serve essere chiari. Rampelli non è una figura isolata. Viene da una tradizione politica precisa, quella della destra post-missina da cui nasce Fratelli d’Italia, il partito guidato da Giorgia Meloni. Una tradizione che porta ancora la fiamma tricolore nel proprio simbolo, lo stesso emblema del Movimento Sociale Italiano fondato dai reduci della Repubblica di Salò. Non è una questione di etichette, è una questione di continuità culturale. Quando riemergono pratiche di esposizione, di controllo, di distinzione tra chi è conforme e chi no, non sono deviazioni. Sono coerenze.
Già questo sposta qualcosa.
Poi arriva il passaggio successivo, ed è quello che chiarisce tutto. L’Ufficio scolastico regionale del Lazio, struttura che risponde al Ministero dell’Istruzione e del Merito, quindi alla responsabilità politica del ministro Giuseppe Valditara, si attiva. Scrive alle scuole, chiede quali iniziative siano state organizzate, domanda spiegazioni.
Adesso immagina la scena. Una preside, un martedì mattina qualunque, apre la posta istituzionale. Tra le circolari e le comunicazioni di routine trova una richiesta dell’Ufficio scolastico. Le si chiede di rendere conto. Di spiegare cosa ha fatto il suo istituto per il Giorno del Ricordo, con quali modalità, in quali classi. Non perché sia emerso un problema disciplinare, non perché un genitore abbia protestato. Perché un parlamentare ha pubblicato una lista e qualcuno, più in alto, ha deciso che quella lista meritava un seguito. Quella preside ha vent’anni di lavoro alle spalle, conosce i suoi studenti, ha costruito percorsi didattici con i suoi docenti. Adesso deve giustificarsi. Non davanti alla comunità scolastica, non davanti alle famiglie. Davanti a un apparato che le chiede conto di una scelta che la legge le riconosce come propria.
Ora fermiamoci un momento e diciamo la cosa che nessuno dice. A Rampelli delle Foibe interessa relativamente. Qui non sono il punto. Sono lo strumento. Lo strumento perfetto, anzi, proprio perché è una ricorrenza su cui è difficile dissentire apertamente. Chi contesta la sua lista si espone all’accusa di negare le Foibe, di essere anti-italiano, di stare dalla parte sbagliata della storia. È una trappola retorica costruita con precisione.
Quello che interessa a Rampelli è stabilire un principio: che le scuole rispondano a un’indicazione politica. Che esista un perimetro di comportamenti attesi, definito non dalla legge ma dal governo, e che chi ne esce venga esposto. Non serve vietare nulla. Basta rendere costoso il dissenso. Basta far sapere a tutti cosa succede a chi sceglie diversamente. Il controllo non passa per l’obbligo. Passa per la paura di essere segnalati.
L’obiettivo finale non è la memoria storica. Non è il Giorno del Ricordo. L’obiettivo è la scuola come spazio. Se riesci a stabilire che un istituto deve rendere conto delle proprie scelte didattiche a un parlamentare, hai ottenuto qualcosa di enormemente più grande di una commemorazione. Hai stabilito che lo spazio educativo non è autonomo. Che è permeabile all’indirizzo politico. Che gli studenti, in ultima istanza, vanno formati dentro un perimetro deciso dal governo. Noelle-Neumann la chiamava spirale del silenzio: non serve reprimere, basta far percepire che l’opinione dominante è una sola e che dissentire ha un costo. Si occupa lo spazio in cui si formano le coscienze e si fa in modo che la conformità diventi la scelta naturale.
Perché l’autonomia didattica delle scuole è un principio sancito per legge da oltre vent’anni. Non esiste una norma che imponga di celebrare quella ricorrenza con modalità definite. Non esiste un obbligo giuridico che le vincoli. Esiste uno spazio di libertà che dovrebbe garantire la possibilità di decidere contenuti, tempi, approcci.
E invece ti trovi a dover rispondere. A ricostruire, a giustificare, a spiegare perché hai fatto o non hai fatto.
Non è un ordine. Non c’è una sanzione esplicita. Però cambia la posizione in cui ti trovi. Non sei più solo libero di scegliere. Sei osservato. E questa cosa, quando entra, non resta neutra. Lo hanno detto i sindacati della scuola, la FLC CGIL in testa, parlando apertamente di intimidazione. Lo ha detto l’Associazione Nazionale Presidi del Lazio, ricordando che nessun dirigente scolastico è tenuto a rendicontare le proprie scelte didattiche su impulso di un parlamentare.
Qualcuno prova a riportare la discussione su un altro piano. Dice che il Giorno del Ricordo va rispettato. Che le Foibe non si possono ignorare. È vero. Ma qui non si sta discutendo questo. Qui si sta discutendo chi decide come una scuola deve comportarsi e attraverso quali strumenti può essere richiamata.
Se la risposta diventa un esponente politico seguito da un apparato amministrativo, allora il problema non è più marginale.
Mettere in fila scuole “non allineate” introduce un criterio. E i criteri, quando vengono legittimati dall’alto, iniziano a sedimentarsi. Non restano mai episodi isolati.
Quella preside, la prossima volta, ci penserà. Prima ancora di scegliere un percorso, prima ancora di parlarne con i docenti, la domanda sarà già lì: vale la pena? Vale la pena uscire da quello che ci si aspetta, rischiare un’altra richiesta, un altro elenco, un’altra esposizione pubblica? La risposta, per la maggior parte delle persone, è no. Non per vigliaccheria. Per stanchezza. Per la consapevolezza che il prezzo di una scelta autonoma è diventato più alto del prezzo della conformità.
Alla fine la libertà non te la tolgono. Smetti di usarla.
Quello che colpisce è la facilità con cui tutto questo viene assorbito. Un giorno di discussione, poi si passa oltre. Come se fosse normale che un rappresentante delle istituzioni esponga pubblicamente delle scuole e che l’amministrazione si attivi per verificarne i comportamenti.
Non è normale. Non dovrebbe diventarlo.
Il punto, ormai, non è più solo Rampelli. È il contesto che rende possibile questa sequenza senza attrito. È la disponibilità di un apparato a muoversi in continuità con un impulso politico. È il fatto che il livello ministeriale, cioè la responsabilità politica di Valditara, resti sullo sfondo, come se non fosse chiamato in causa.
Ecco, fermati qui un momento. Guarda il meccanismo per quello che è. Un politico indica chi non è conforme. L’amministrazione si muove per verificare. Il ministro non interviene, non smentisce, non richiama. Il messaggio è chiaro: chi si allinea è al sicuro, chi non lo fa è esposto. Non è un incidente. È un metodo. Lo stesso metodo che questo governo applica ogni volta che incontra un potere che non controlla.
Le scuole oggi. La magistratura domani.
Perché il referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati, previsto per il 22 e 23 marzo, è esattamente questo. Lo stesso governo che fa verificare l’allineamento delle scuole a una linea politica chiede di riformare la giustizia separando i magistrati in due corpi distinti. L’obiettivo è identico: ridurre l’autonomia di chi non è allineato, indebolire l’unico potere dello Stato che può ancora dire no a chi governa. Con le scuole il controllo passa per le liste e le richieste di rendiconto. Con la magistratura passa per una riforma che la frammenta, la gerarchizza, la rende più permeabile alla pressione politica.
Votare no significa questo. Dire che la scuola non si espone, non si segnala, non si richiama per verificare se è allineata. Dire che la magistratura non si smonta per renderla più docile. Significa difendere spazi che esistono proprio perché non sono sottoposti a questo tipo di pressione. Significa dire a questo governo che il metodo, quello delle liste, dei controlli, delle riforme che indeboliscono chi non obbedisce, ha un limite. E quel limite lo decidiamo noi.
Non risolve tutto. Non cancella quello che è già successo. Però i simboli, in democrazia, hanno un peso concreto. Sono il punto in cui una maggioranza silenziosa smette di essere silenziosa e dice no, qui non si passa.
Italia che partecipa al #boardofpeace personale di Trump
Gli unici paesi in Europa che aderiscono sono Ungheria e Bulgaria.
La tragedia di un paese ridicolo.