Continuo a sbattere la storia dell'#Iran in faccia a chi difende, con sconsiderata leggerezza, la presunta "libertà di non essere liberi".
Mi rivolgo a voi, e soprattutto a voi donne: svegliatevi! Smettete di mettere a rischio la libertà per la quale i vostri padri e le vostre madri hanno lottato, sofferto e a volte..versato sangue.
Smettete di capovolgere la realtà, trasformando un cieco buonismo in un'arma per nutrire il vostro ego e la vostra ignoranza. Noi l'abbiamo vissuto sulla nostra pelle: abbiamo commesso il tragico errore di sacrificare la libertà fondamentale in nome di una chimera, un'illusione di giustizia che ha finito solo per divorare ogni diritto.
Ci siamo lasciati spogliare di tutto e abbiamo assaggiato l'incubo della regressione rosso-nera, quel fanatismo ideologico che, in nome di una presunta giustizia, giustiziava solo gli innocenti.
Voi il terrore vero non l'avete mai provato. Non avete mai sentito l'eco del ricatto "o ti copri o ti mazziamo", né avete mai tremato per la paura di essere sfregiate con l'acido per il solo "crimine" di aver mostrato i capelli al sole. L'oscurantismo e il fanatismo non si possono includere.
La trappola scatta sempre in silenzio: prima vi concedono le piscine separate, poi le scuole, le università, i ristoranti e le strade, finché non vi chiudono a chiave in casa sigillando le finestre. Non è una fantasia d'avvertimento, è successo e sta succedendo proprio ora. Basta con questa falsa inclusività che vi condanna all'ombra.
Abbiate l'orgoglio feroce della vostra cultura e di quella libertà che milioni di persone in questo momento invidiano disperatamente, rischiando la vita ogni singolo giorno per averne anche solo un assaggio.
Nessun rifugio potrà salvarvi quando il fanatismo siederà sul trono.
IL CORAGGIO DI UN MAGISTRATO
La giudice Ceccarelli si dimette dal direttivo dell’Anm non prima però di sbattere in faccia ai colleghi alcune pesanti responsabilità: “Nessun cittadino si sentirà più garantito nelle aule di giustizia dopo aver assistito alle scene di giubilo di cui si sono resi protagonisti i magistrati, con balli e cori da stadio intonati contro il massimo esponente di un altro potere dello Stato, e contro una giovane collega”. Dall’Anm “martellante campagna di disinformazione”, “manipolazione storico-giuridica”, “vero e proprio furto di verità”.
L’intervento integrale di Natalia Ceccarelli ⬇️ (notare il fuggi fuggi sdegnato dei colleghi mentre parla)
Eccellente intervento di Giorgio Mulè, la cui ricostruzione non è altro che un riconoscimento fotografico della realtà. La separazione delle carriere è una necessità assoluta.
Un breve ripasso credo sia opportuno in un paese in cui qualcosa, qualunque cosa, se “l’ha detta Barbero” deve essere per forza vera. Questo in virtù del processo di normalizzazione del tronismo tv, che premia i manipolatori, purché siano ottimi divulgatori. Non bisogna però mai dimenticare che questi due signori, Barbero e D’Orsi, oltre a parlare alle masse attraverso i media, hanno plasmato il sapere di migliaia di studenti, producendo cioè danni inimmaginabili.
Dire che la Crimea sia “sempre stata russa” non è solo una semplificazione, ma una puttanata storica plateale che nasce dalla confusione, voluta tra dominio imperiale, composizione etnica prodotta dalla forza e legittimità storica. Tre cose diverse, che in Crimea vengono sovrapposte per giustificare ex post un’annessione.
La Crimea, per secoli, non ha avuto nulla di russo. È stata greca, bizantina, persino genovese, poi soprattutto tatara. Dal XV secolo fino al 1783 esiste il Khanato di Crimea, uno Stato con proprie istituzioni, lingua, élite e popolazione, legato all’Impero Ottomano. La Russia arriva tardi, con Caterina II, e arriva da potenza coloniale, non da “continuità storica”. L’annessione è una conquista militare all’interno dell’espansione imperiale zarista nel Mar Nero.
Da quel momento inizia un processo che spesso viene scambiato per “storia”, ma è russificazione. I tatari vengono progressivamente espropriati delle terre, spinti all’emigrazione, marginalizzati culturalmente. Coloni russi e slavi vengono insediati in modo sistematico. La trasformazione demografica non è spontanea, ma indotta con l’oppressione. La maggioranza russofona che oggi viene esibita come prova della “russità” della Crimea è il prodotto di quel processo coloniale, non la sua premessa.
Il punto di non ritorno arriva nel 1944, quando Stalin ordina la deportazione totale dei tatari di Crimea, accusati collettivamente (e falsamente) di collaborazionismo. Uomini, donne e bambini vengono caricati sui treni e spediti in Asia Centrale. Decine di migliaia muoiono durante il trasferimento o nei primi anni di esilio. La penisola viene quindi ripopolata forzosamente soprattutto insediando russi e ucraini.
Quando nel 1954 la Crimea viene trasferita dalla Repubblica Russa a quella Ucraina all’interno dell’URSS, l’atto avviene secondo il diritto sovietico. Per decenni nessuno a Mosca lo contesta. Nel 1991, al momento della dissoluzione dell’Unione Sovietica, la Crimea partecipa al referendum ucraino e resta, con voto a maggioranza, entro i confini dello Stato ucraino indipendente, confini riconosciuti dalla Russia stessa attraverso gli accordi internazionali degli anni Novanta.
Nei primi anni Duemila lo stesso Vladimir Putin afferma pubblicamente che la Russia non ha rivendicazioni territoriali sull’Ucraina e che i confini post-sovietici sono inviolabili. Non a caso, al di là delle spinte di alcuni nazionalisti, il concetto di Crimea “russa” non esiste ancora nel discorso politico del Cremlino, visto anche che Mosca ha accordi con Kyiv per l’utilizzo anche militare di snodi come il porto di Sebastipoli. Nasce dopo, nel 2014, come costruzione ideologica necessaria a giustificare l’annessione.
In virtù di questi FATTI, dunque, la Crimea è in Ucraina per il diritto internazionale - che, piaccia o no a D’Orsi e Barbero, si applica anche a Torino - e non è “sempre stata russa”. Lo è semmai diventata per effetto di politiche imperialiste e pulizie etniche durate 160 anni e riprese negli ultimi 12 (ma anche 25). Si tratta di CRIMINI plurisecolari utilizzati per giustificarne altri. Magari grazie anche ad un paio di utili idioti, orgogliosamente “comunisti”, che, sfruttando una millantata autorevolezza, scelgono di non raccontare la storia, ma di riscriverla sotto dettatura di un regime fascista.
15 agosto 2005, il premier israeliano Ariel Sharon pronuncia in diretta tv il seguente discorso.
Se non lo hai letto e non lo conosci non puoi esprimere sensatamente opinioni su Gaza - a cura di Sergio Perotta
“Il giorno è arrivato. Comincia il passo più difficile e doloroso di tutti: evacuare le nostre comunità dalla Striscia di Gaza e dalla Samaria del nord (Cisgiordania, ndr). Questo passo è molto difficile per me, personalmente. Non è a cuor leggero che il governo di Israele ha preso questa decisione sul disimpegno e il Parlamento non l’ha approvato a cuor leggero. Non è un segreto che io, come tanti altri, ho creduto e sperato che saremmo potuti restare per sempre a Netzarim e Kfar Darom.
Ma la realtà che cambia nel paese, nella regione e nel mondo mi ha richiesto di cambiare posizione. Non possiamo stare a Gaza per sempre. Più di un milione di palestinesi vivono lì e il loro numero raddoppia ad ogni generazione. Vivono ammassati nei campi profughi in povertà e nella disperazione, in focolai di odio crescente senza speranze né orizzonte. È perché siamo forti, non perché siamo deboli, che facciamo questo passo.
Abbiamo provato a trovare accordi con i palestinesi per portare i nostri popoli alla pace, ma i nostri tentativi si sono schiantati contro un muro di odio e fanatismo. Il piano di disimpegno unilaterale che ho annunciato due anni fa è la risposta israeliana a questa realtà. Questo piano farà il bene di Israele nel futuro. Noi riduciamo così gli scontri giornalieri e le vittime da entrambe le parti. L’esercito israeliano si riunirà di nuovo lungo le linee difensive dietro il recinto di sicurezza. Quelli che continueranno a combatterci, incontreranno la piena forza dell’esercito israeliano e delle sue forze di sicurezza.
Ora tocca ai palestinesi. Loro devono combattere le organizzazioni terroristiche e smantellare la loro infrastruttura e mostrare intenzioni sincere per ottenere la pace e sedersi con noi al tavolo delle trattative. Il mondo aspetta la risposta palestinese, una mano tesa per la pace o il fuoco del terrore. A una mano tesa noi risponderemo con un ramo d’ulivo, ma risponderemo con durezza al fuoco con il fuoco. Il disimpegno ci permetterà di guardare in casa nostra. La nostra agenda nazionale cambierà. Per quanto riguarda le politiche economiche saremo liberi di occuparci delle divergenze sociali e di combattere davvero la povertà. Miglioreremo l’educazione e aumenteremo la sicurezza personale di ogni cittadino del paese.
La disputa intorno al piano di disimpegno ha provocato ferite, astio tra fratelli e parole e azioni forti. Capisco il dolore e il tormento di chi si oppone ma noi siamo un solo popolo anche quando combattiamo e discutiamo. Residenti di Gaza, oggi noi poniamo fine a un capitolo glorioso della storia di Israele, un episodio centrale nelle nostre vite di pionieri, di realizzatori del sogno di coloro che hanno portato il peso della sicurezza e degli insediamenti sulle loro spalle per tutti noi. Il vostro dolore e le vostre lacrime sono parte inestirpabile della storia del nostro paese.
Qualunque cosa succeda, noi non vi abbandoneremo e dopo l’evacuazione faremo di tutto per ricostruire le vostre vite e comunità di nuovo. Voglio dire ai soldati e alla polizia: voi dovrete affrontare una missione difficile. Non fronteggerete un nemico, ma fratelli e sorelle. L’ordine di oggi è sensibilità e pazienza. Sono sicuro che questo è il modo in cui agirete. Voglio che sappiate che la gente è con voi ed è fiera di voi. Credetemi, il dolore che provo nel compiere questo atto è pari alla consapevolezza che è necessario farlo.
Intraprendiamo una nuova strada che ha non pochi rischi ma che contiene anche un raggio di speranza per tutti noi. Con l’aiuto di Dio, questa sarà una strada che porta all’unità e non alla divisione, che non porta all’odio tra fratelli ma all’amore incondizionato. Farò tutto ciò che è nelle mie possibilità perché sia così”.
Da vedere!!! 👇🏻👇🏻👇🏻
Fenomenale. Semplicemente. Ascoltare Nick Freitas significa ascoltare le parole di chi sa esattamente di cosa sta parlando. La competenza è tutto, in ogni settore.
Uno così alla TV italiana non lo ascolterete mai.
Roberto Damico
Quali sono i meccanismi causali?
Il consumo di carne potrebbe influenzare il rischio di diabete di tipo 2 attraverso diversi meccanismi causali che peggiorano la sensibilità all'insulina, la funzione delle cellule beta pancreatiche o entrambi.
Ad esempio, la carne rossa è ricca di acidi grassi saturi ma povera di acidi grassi polinsaturi, e passare da una dieta ricca di acidi grassi saturi a una ricca di acidi grassi polinsaturi è stato associato a un miglioramento della resistenza all'insulina.
Inoltre, la carne è caratterizzata dal suo alto contenuto di proteine, e alcune ricerche hanno indicato una possibile associazione tra un alto consumo di proteine animali e un aumento del rischio di diabete di tipo 2.
Un altro possibile meccanismo potrebbe essere attraverso il trimetilammina N-ossido, un metabolita dipendente dal microbiota intestinale generato durante la digestione della colina e della L-carnitina, che sono abbondanti nella carne rossa, sebbene il meccanismo esatto sia ancora da stabilire.
Gli additivi di nitrato o nitrito e la formazione di composti N-nitroso durante la lavorazione della carne sono associati a un rischio maggiore di diabete di tipo 2.
Studi su piccola scala hanno indicato che i prodotti finali della glicazione avanzata - composti generati quando si cucinano prodotti a base di carne ad alte temperature, come friggere o grigliare - potrebbero contribuire allo stress ossidativo, alla risposta pro-infiammatoria e successivamente alla resistenza all'insulina.
La carne può essere una fonte importante di ferro in molte popolazioni, ma l'assunzione di ferro eme a lungo termine è stata implicata in un aumento del rischio di diabete di tipo 2 in studi osservazionali e in analisi di randomizzazione mendeliana.
#Longevità @AurelianoStingi
@biondini_marco Quindi lasciare vincere l’avversario nettamente più debole (in quel momento) è portargli rispetto? A me sembra esattamente il contrario