Le bugie della sinistra marxista e islamista sulla Savak: come fu costruito il "mostro" nel contesto della Guerra Fredda
Nel contesto della Guerra Fredda, l'Iran dello Scià Mohammad Reza Pahlavi era un alleato strategico degli Stati Uniti, situato lungo il confine con l'Unione Sovietica.
Il Paese:
- ospitava basi americane,
- riforniva di petrolio l'Occidente
- rappresentava una barriera contro l'espansione sovietica in Medio Oriente.
In questo scenario, gruppi armati di ispirazione marxista tra cui i Fedayeen-e Khalq e alcune frazioni dei Mojahedin-e Khalq e gruppi islamisti condussero una campagna di lotta armata contro il regime.
Nello stesso periodo, in Europa occidentale, organizzazioni come la Rote Armee Fraktion in Germania e le Brigate Rosse in Italia portavano avanti attentati, sequestri e omicidi contro lo Stato e i suoi rappresentanti.
Fondata nel 1957 con l'assistenza iniziale della CIA, la Savak (Sazeman-e Ettela'at va Amniyat-e Keshvar) fu l'agenzia di sicurezza e intelligence incaricata di contrastare queste minacce interne.
I suoi metodi sorveglianza, arresti, interrogatori duri e, in alcuni casi documentati, esecuzioni extragiudiziali, rientravano nelle pratiche di contro-insurrezione diffuse durante la Guerra Fredda, adottate sia da regimi autoritari sia da servizi occidentali in contesti di conflitto come il Vietnam, l'Algeria e l'America Latina.
Una narrazione costruita da esuli marxisti e islamisti, da intellettuali di sinistra occidentali e dalla propaganda rivoluzionaria trasformò tuttavia la Savak in un apparato di repressione senza precedenti, gonfiando i numeri, aggiungendo episodi non verificati e presentando l'insieme degli oppositori come vittime innocenti.
Questo articolo ricostruisce, con esempi documentati, come si sia formata questa narrazione.
👉🏻 Il contesto della lotta armata: Iran ed Europa
In #Iran , a partire dagli anni Sessanta e soprattutto dopo l'attacco di Siahkal del 1971, i gruppi marxisti passarono all'azione armata: assalti a posti di polizia e gendarmeria, rapine in banca per autofinanziarsi, attentati ed eliminazioni di funzionari del regime e agenti di sicurezza, alcuni dei quali causarono vittime tra i civili e il personale straniero.
I Fedayeen-e Khalq, influenzati dalle teorie di guerriglia urbana di Marighella e Debray, teorizzarono e praticarono questa forma di lotta; tra i loro principali ideologi figurava Bijan Jazani, arrestato nel 1968 e giustiziato nel 1975 dopo aver continuato a scrivere dal carcere.
Parallelamente, gruppi islamisti radicali condussero azioni simili, tra cui il rogo del Cinema Rex di Abadan, il 19 agosto 1978, quando quattro militanti appiccarono il fuoco a una sala cinematografica chiusa a chiave, uccidendo tra le 377 e le 470 persone presenti.
La propaganda anti-Shah attribuì immediatamente l'episodio alla Savak.
In Europa, la RAF nella Germania Ovest e le Brigate Rosse in Italia operavano con metodi analoghi, attentati, sequestri (celebre il caso di Aldo Moro), omicidi di rappresentanti dello Stato e di civili e gli Stati europei risposero con leggi speciali, carceri di massima sicurezza, isolamento prolungato e, in alcuni casi, tecniche di interrogatorio dure: in Germania emersero accuse di "tortura bianca" legate all'isolamento estremo, oltre a controversie sulle morti in carcere dei leader della RAF nel 1977; in Italia furono adottate misure di emergenza analoghe.
Pur trattandosi di democrazie, questi Stati impiegarono dunque strumenti repressivi severi contro il terrorismo di sinistra.
La vicinanza dell'Iran all'Unione Sovietica, unita alla presenza di movimenti islamisti radicali nei paesi limitrofi Afghanistan, Iraq, Libano rendeva il contesto regionale particolarmente sensibile: il regime temeva sia infiltrazioni sovietiche sia la destabilizzazione a opera di gruppi armati marxisti e islamisti.
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Lobby universitarie e il pericolo del lobbismo dall’estero, soprattutto dal Medioriente
Le università non sono isole neutrali. Al loro interno operano gruppi di interesse organizzati, associazioni studentesche di orientamento politico (UDU, Link, Azione Universitaria), rappresentanze negli organi di governo degli atenei e nel CNSU, reti di docenti, mentre dall’esterno arrivano pressioni di industria, governi e fondazioni straniere. Il caso più discusso negli ultimi anni riguarda i finanziamenti e le partnership provenienti dal Medioriente, in particolare da Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Iran.
Non si tratta di un complotto unico, ma di un fenomeno di soft power che solleva interrogativi seri su trasparenza, autonomia accademica e possibile influenza su curricula, ricerca e clima dei campus.
Negli Stati Uniti il fenomeno è quantificato e ampiamente documentato. Secondo i dati del Department of Education e analisi di think tank come JINSA e Jewish Virtual Library, i paesi arabi hanno versato circa 16 miliardi di dollari alle università americane dal 1986. Il Qatar è di gran lunga il primo donatore (oltre 7,7 miliardi), seguito da Arabia Saudita (circa 4,2 miliardi) e Emirati (1,8 miliardi).
Gran parte di questi soldi finanzia campus satelliti a Doha (Education City): Cornell (Weill Cornell Medicine), Carnegie Mellon, Georgetown, Northwestern, Texas A&M, Virginia Commonwealth. I contratti, resi pubblici in parte grazie a inchieste del Congresso, prevedono spesso diritti di consultazione su nomine, controllo sulla proprietà intellettuale sviluppata, obblighi di riservatezza secondo la legge qatariota e obiettivi di ammissione legati alle priorità dello Stato. La Qatar Foundation, braccio statale, non è un donatore neutro: il Qatar ospita i leader di Hamas, finanzia media come Al Jazeera e ha una storia di sostegno a reti legate alla Fratellanza Musulmana.
Le critiche non sono solo ideologiche. Studi e rapporti parlamentari hanno correlato alcuni flussi di denaro con un aumento di incidenti antisemiti sui campus e con la produzione di contenuti critici verso Israele.
Non tutto il denaro è “nascosto”: una parte significativa va a campus all’estero. Ma la mancanza di dettagli su miliardi di dollari (molte donazioni non dichiarano lo scopo) e la possibilità di influenza indiretta sui campus americani restano questioni aperte.
In Europa i volumi sono inferiori e meno trasparenti, ma non assenti. Nel Regno Unito centri di studi mediorientali hanno ricevuto finanziamenti da paesi del Golfo; a Oxford è stata discussa una cattedra sostenuta da fondi qatarioti. In Italia non esiste un sistema di donazioni private di scala americana, ma proliferano gli accordi di cooperazione accademica.
Secondo inchieste di *Il Foglio* e verifiche su elenchi ministeriali, le università italiane hanno decine di accordi con istituzioni iraniane (in alcuni conteggi oltre 90-180 nel tempo, con Sapienza in testa per numero di partnership). Esistono anche MoU con KAUST (King Abdullah University of Science and Technology) in Arabia Saudita firmati da Politecnico di Torino e Milano-Bicocca e collaborazioni con Qatar Foundation su medicina, genomica e ricerca (Tor Vergata, Trieste, Gemelli). Un memorandum recente è stato firmato anche con gli Emirati.
Questi accordi prevedono scambi di studenti e docenti, progetti congiunti e, in alcuni casi, co-finanziamenti.
Il problema segnalato da osservatori è il doppio standard: mentre molti atenei italiani hanno sospeso o ridotto collaborazioni con università israeliane dopo il 7 ottobre 2023 (con Italia tra i paesi europei con più segnalazioni di boicottaggio), gli accordi con la Repubblica Islamica dell’Iran, regime che reprime dissidenti e sostiene gruppi armati restano in larga parte attivi.
Un accordo di Genova con l’Università Islamica di Gaza (fondata da Hamas) è stato citato come esempio estremo.
👇🏻continia nei commenti #lobby
Stiamo assistendo alle elezioni dell'unico Paese davvero democratico del Medio Oriente. Quanto avrei voluto che fosse il mio, e quanto vorrei che il mio diventasse presto il secondo.
#IsraelElection
I rischi concreti
Il lobbismo estero dal Medioriente presenta rischi specifici:
- Influenza narrativa: i finanziamenti possono orientare cattedre, centri di ricerca e curricula verso temi graditi al donatore (islamismo politico, critica a Israele, “islamofobia”) e scoraggiare linee di ricerca scomode.
- Autonomia limitata: sui campus a Doha i vincoli di legge locale e i contratti riducono la libertà di critica al governo ospite.
- Proprietà intellettuale e sicurezza: alcuni accordi prevedono condivisione o diritti su ricerche in settori sensibili (AI, nucleare, biotech).
- Clima campus: correlazioni documentate in USA tra flussi di denaro e aumento di incidenti antisemiti o di attivismo estremista.
- Opacità: in Italia la mappatura completa degli accordi e dei flussi finanziari non è sempre pubblica e accessibile in modo sistematico.
Non tutto è male: la cooperazione scientifica con paesi del Golfo può produrre ricerca utile in medicina, energia e tecnologie. Studenti e docenti di quei paesi beneficiano di formazione di qualità. Il problema nasce quando i soldi o gli accordi arrivano da regimi autoritari senza controlli chiari, o quando vengono usati per soft power ideologico.
Cosa fare: La risposta non è chiudere ogni porta, ma applicare regole di trasparenza analoghe a quelle americane (Section 117): dichiarazione pubblica di donazioni e contratti sopra una certa soglia, valutazione del rischio di influenza, clausole di autonomia accademica non derogabili e un trattamento coerente verso tutti i paesi (senza doppi standard basati su mode politiche).
Le lobby interne alle università esistono e sono legittime. Quelle esterne, soprattutto quando finanziate da Stati con agende geopolitiche e ideologiche forti, richiedono vigilanza. L’autonomia universitaria non è un privilegio assoluto: è un bene pubblico che va protetto da pressioni interne e da quelle che arrivano da Riad, Doha o Teheran.
It is deeply saddening to see people who call themselves monarchists resort to insults, vulgar language, and personal attacks against others.
Such behaviour goes against the values of respect, dignity, good manners, and culture that our Shah has always represented.
I find it difficult to understand so much hostility, especially from those who claim to support and honour our cause.
I sincerely hope that the Pahlavi family never has to read the disgraceful things some people write in their name.
Honouring a Royal Family also means living by the values they represent and showing the same respect, dignity, and grace that we admire in them.
Per come la vedo io, la cosiddetta “israelizzazione” dell’Occidente, ammesso e non concesso che sia davvero in corso, non è affatto un male.
A chi non piace, consiglio di andare a vivere in Palestina (il territorio per intenderci, non uno stato che non esiste).
Il giornalista arabo israeliano Khattab Nassar: a Majd al-Krum 3 seggi sono stati chiusi dopo aver raggiunto il 100% di affluenza.
100%.
Nessun malato, nessuno all'estero, nessuno che ha avuto un imprevisto.
Chissà se hanno votato anche i morti.. 🤦♂️
Prossima volta che entrate in un supermercato grande, tipo Ocean, guardatevi intorno.
Scaffali pieni di articoli senza fine, tutti con prezzo e codice a barre. Tutto pulito, rifornito, in ordine. Nessun prodotto scaduto. Le offerte ben in vista, il parcheggio curato, le cassiere in divisa. E probabilmente non conoscerete mai il direttore, né i fornitori, né chi fa le pulizie alle cinque del mattino.
Eppure nel mondo ci sono centinaia di migliaia di supermercati così, che funzionano ogni giorno senza che nessun ministero decida cosa metterci sugli scaffali.
Ora provate a immaginare che a organizzarli siano il Comune, la Provincia, la Regione o il Governo.
Moriremmo tutti di fame.
So già che alcuni mi dirai: che lo Stato fa bene alcune cose, e che non tutto si può lasciare al mercato. Vero. Ma il punto è un altro: dove c'è concorrenza e chi sbaglia paga, le cose funzionano. Dove nessuno risponde dei risultati, funzionano molto meno.
Ci capiamo?
io sono con il sindaco.
-Cittadinanza sospesa alla donna che non parla italiano, il Viminale dà ragione al sindaco:
"Nuova verifica senza interprete»
Il ministero dell’Interno condivide la sospensione decisa dal sindaco Marco Schiesaro e chiede una nuova verifica sulla conoscenza dell’italiano della donna marocchina. In caso di esito negativo, la Prefettura dovrà accertare il possesso del livello B1 previsto dalla normativa."