On Friday the 13th 1987, the first and only time the horror legend Vincent Price performed the monologue from Michael Jackson’s “Thriller” live, ending it with that laugh that still freezes the blood.
Happy Thrillerween X Halloween
#ThrillerChallenge2026#Thrillerween
La sigla "Le nuove avventure di Lupin III" era cantata da Irene Vioni, storica voce dell'Orchestra Castellina-Pasi.
Il brano, pubblicato nel 1982 e intitolato semplicemente Lupin, fu scritto da Franco Migliacci per il testo e da Franco Micalizzi per la musica e l'arrangiamento
Visto adesso.
Ma come fa questo a non essere rigore?
Già che non l’abbia visto Mariani.
Ma il Var è proprio da sospensione immediata, ma che ci stai a fare
#InterFiorentina
“De Europeanen staan op het punt om binnen zeer korte tijd wakker te worden in een verschrikkelijke nachtmerrie.
Er zijn mensen die eruitzien zoals ik, met een baard en donker haar, die zijn gevlucht voor de terreur en de islam. Ik ben bijvoorbeeld half Duits, half Egyptisch en geboren in Duitsland. Ik zie er nog steeds uit zoals zij.
Maar er zijn ook mensen die eruitzien zoals ik en die niet voor de terreur zijn gevlucht. Zij hebben de terreur en de islam juist met zich meegebracht. En om heel eerlijk te zijn, vormen zij de meerderheid. Niet andersom.
Jullie hebben werkelijk géén idee wat er onder de oppervlakte sluimert en slechts wacht tot een kritische massa is bereikt.
Als jullie liberalen niet naar een witte man willen luisteren, luister dan naar mij. Ik waarschuw jullie omdat ik weet hoe deze mensen zijn. Ik ben daar geweest. Ik heb er een jaar gewoond. Ze haten jullie.
Jullie zullen wakker worden in een verschrikkelijke nachtmerrie. Een absolute nachtmerrie.
Zodra een bepaald punt is bereikt, wat ik de kritische massa noem, onder andere door geboortecijfers en demografische ontwikkelingen, zullen jullie niet langer in staat zijn jezelf te verdedigen.
Helaas is de witte man door psychologische manipulatie gaan geloven dat mannelijkheid iets slechts is. Dat mannen zwak moeten zijn, zich vooral door hun emoties moeten laten leiden en zacht en meegaand moeten zijn.
Tegelijkertijd komen hier zeer agressieve mensen naartoe. Ze accepteren jullie cultuur niet. Ze accepteren jullie religie niet. Ze accepteren jullie vrouwenrechten niet. Ze accepteren helemaal niets van dit alles.
Ze willen het uitwissen. Ze willen jullie uitwissen.
En jullie zijn blind voor wat er gebeurt. Jullie weigeren het te zien.
Geloof me, dit wordt een nachtmerrie. Een bloedige, verschrikkelijke nachtmerrie.
Word in godsnaam wakker. Ik meen dit bloedserieus.”
This is Lecco, Italy. North Africans threatened on social media to do here what they did in Milan, destroy everything. The Lecco football ultras showed up to defend the square and the shops. Result: none of the North Africans showed up. Honor to Lecco ultras—true patriots, true men.
IL FASCISMO NON LO PREPARA CHI CHIEDE ORDINE. LO PREPARA CHI PER TRENT’ANNI HA DISARMATO LO STATO
✍🏻 Roberto Riccardi
I maranza hanno più paura degli ultras che della polizia. Dovevano fare a Lecco peggio che a Milano. Lo prometteva l’appello rimbalzato sui social. Quanti se ne sono presentati? Nessuno.
Martedì pomeriggio, in piazza XX Settembre, c’erano gli ultras blucelesti, scesi a difendere la loro città. Intorno, le forze dell’ordine e le vetrine coperte di cartone. Molti genitori avevano tenuto i figli a casa da scuola.
Non c’è stato uno scontro. Non ce n’è stato bisogno.
Non è la prima volta che maranza e ultras si incrociano. A Peschiera del Garda la paura l’hanno avuta davvero.
Il paese, invaso e devastato nel 2022, l’anno scorso li ha visti tornare. Hanno trovato gli ultras dell’Hellas e sono scappati a gambe levate.
In un video che circola sui social uno di loro si lamenta: “Facevamo solo un po’ di casino, ci hanno buttati nel lago”.
A Verona uno dei capi dei maranza aveva chiamato i suoi alla stazione per sfidare la curva. Alla stazione non si è visto nessuno.
C’è però qualcosa di nuovo. Dopo Milano un appello rimbalza da una curva all’altra: scendere nelle piazze delle proprie città, senza violenza, senza maschere né passamontagna.
In un video gli ultras spiegano il perché: “Dobbiamo proteggere le nostre città, la nostra nazione, senza offendere nessuno. Pensiamo al futuro dei nostri figli, pensiamo a far uscire al sicuro le nostre figlie.
Se passa un limite non c’è più ritorno. Non succede niente se per una volta non andiamo allo stadio. Stavolta siamo dalla parte delle forze dell’ordine”.
Stavolta. Gente che ogni domenica si ritrova la polizia di fronte adesso dichiara di starle accanto. E rinuncia alla partita, che per un ultras è come per un prete saltare la messa.
Ecco il paradosso. Lo Stato schiera camionette e reparti mobili e i maranza, il sabato dopo, tornano. Dove compare la curva, invece, spariscono.
Il dato più inquietante è un altro: cittadini perbene che guardano una curva con gratitudine. Lo Stato in piazza c’era. Solo che ai maranza non faceva paura.
Come si arriva a questo?
La curva è rimasta l’ultimo corpo intermedio in piedi. Le sezioni di partito non esistono più, le parrocchie faticano a riempire il catechismo, i sindacati si mobilitano solo per le loro vertenze.
CGIL a parte, che se la prende con chi filma le borseggiatrici e sfila per la Flotilla e per Maduro.
Chi riesce oggi a portare cento uomini in piazza in meno di ventiquattro ore? Solo la curva.
Per l’ultras la città non è un indirizzo. La bandiera non la porta, la rappresenta. Quando i maranza spaccano il centro, per lui è come se entrassero in curva a strappare lo striscione.
Soprattutto, l’ultras sa una cosa che sanno tutti: il poliziotto ha le mani legate, lui no.
L’agente che prende una sassata deve restare fermo, perché al primo manganello parte l’esposto. Il soldato mandato a Milano ha un fucile d’assalto che non potrà mai usare contro un quattordicenne con una bottiglia in mano.
L’uomo più armato della piazza è quello che può fare meno di tutti.
Il governo la sua parte l’ha fatta. Ha mandato 500 militari, ha varato un decreto con il fermo preventivo per i minorenni e l’arresto differito grazie alle immagini, ha provato a dare ai soldati il potere di arrestare.
Quel potere è saltato prima ancora che arrivassero in città. A sinistra hanno tirato un sospiro di sollievo.
Poi ci sono i tribunali, con le loro porte girevoli.
A Roma, a settembre, due agenti sono rimasti feriti mentre fermavano un uomo in via Cavour. Il giorno dopo il giudice ha convalidato l’arresto e lo ha rimesso in libertà. I poliziotti erano ancora pesti, lui già a spasso.
A Milano, dopo due giorni di guerriglia, stando alle cronache sono finite in questura 271 persone. Gli arrestati sono più di quaranta, in gran parte minorenni.
Il ministro della Giustizia ha parlato di una stretta sui minorenni mai vista prima. Vero. Ma dei trentacinque ragazzini fermati tra sabato e domenica, in carcere ne sono andati tre. Gli altri sono a casa o in comunità.
E uno dei maggiorenni, in pochi giorni, è passato dal carcere ai domiciliari con il braccialetto. Attendiamo con ansia che qualcuno gli chieda scusa per il disturbo.
Per i minorenni la porta girevole è scritta nella legge. Il processo minorile è costruito per evitare la condanna ogni volta che si può: il perdono giudiziale, l’irrilevanza del fatto, la messa alla prova che, se va bene, cancella il reato come se non fosse mai esistito.
Il maranza lo sa benissimo. Non teme il processo: sa che difficilmente il processo lo toccherà.
L’impunità è la sua vera bandiera. Si muove in branco, perché nel branco nessuno è responsabile di niente. Filma tutto, perché la violenza per lui è uno spettacolo da postare. Non si sente di qui né di là: la città che devasta non è la sua.
L’ultras invece un codice lo rivendica, almeno sulla carta: mai in dieci contro uno, le donne non si toccano.
A Reggio Emilia, quando un maranza in monopattino ha fatto cadere una tifosa ferendola al volto, la curva ha reagito d’istinto.
Per l’ultras il maranza è uno specchio deforme: un branco come il suo, ma senza alcuna regola.
Davanti a tutto questo il riflesso condizionato è stato uno solo: gridare al fascismo.
A Lecco qualcuno ha teso il braccio nel saluto romano. Un gesto stupido, che regala argomenti a chi non aspettava altro. Ma è bastato quel braccio per liquidare come fascista chiunque chieda sicurezza.
Un giornale locale ha chiamato “fascistoidi” quelli scesi in piazza mentre i negozi erano barricati. Un settimanale ha spiegato che “maranza” è un termine discriminatorio.
Un procuratore generale ha confessato il suo fastidio per quella parola. Fastidio per la parola. Per le vetrine, evidentemente, molto meno.
È il vizio di sempre. La sinistra ha abbandonato da anni concetti come territorio, sicurezza, appartenenza, trattandoli come sospetti. Li ha lasciati per strada e qualcuno li ha raccolti.
Ora si stupisce che chi difende la propria città non stia con Avs.
Chi grida al fascismo dovrebbe ripassare la storia. Nel biennio rosso, dal 1919 al 1920, lo Stato liberale lasciò fabbriche e campagne in balia delle occupazioni. Il vuoto lo riempirono le squadre, che si scatenarono contro leghe e cooperative.
Non perché la borghesia amasse il manganello, ma perché nessuno la proteggeva più.
Quando lo Stato rinuncia alla forza legittima, la forza non scompare. Cambia padrone.
Ecco ciò che i salotti si rifiutano di vedere. Il fascismo non lo prepara chi chiede ordine. Lo prepara chi per trent’anni ha disarmato lo Stato, ha delegittimato ogni divisa, ha trovato un ragazzo da capire dietro ogni vetrina sfondata.
Gli ultras in piazza non sono la soluzione. Sono la prova che la soluzione è semplice.
Se cento uomini con una sciarpa riescono a liberare una piazza dai maranza, cosa impedisce allo Stato di farlo con migliaia di poliziotti e carabinieri?
Non mancano gli uomini. Le leggi ci sono e il decreto ne ha aggiunte. Manca la libertà di applicarle, quella che giudici indulgenti e salotti indignati hanno tolto a chi indossa l’uniforme.
Serve uno Stato che si riprenda le piazze, che restituisca agli agenti le mani, che chiuda le porte girevoli dei tribunali. Uno Stato tanto forte da rendere inutile qualsiasi ronda.
Perché gli ultras devono stare allo stadio a godersi la partita. Non in centro a fare un lavoro che non spetta a loro.
Today I turn 88…I’ve seen some serious shit. The most serious of it all is love. I love my family, my friends, and my wonderful fans. The power of love remains.
Etnie e razze esistono e sono differenti tra loro
La televisione tedesca @dwnews ha realizzato un documentario sugli immigrati nei sobborghi di Parigi.
Le telecamere si sono concentrate su due gruppi che vivono nella stessa area.
Da una parte, circa settantamila cinesi francesi. Nel sobborgo nord di Parigi, Aubervilliers, hanno costruito il più grande centro di distribuzione all'ingrosso di abbigliamento in Europa.
Il loro stile di vita è molto semplice:
si alzano all'alba e lavorano fino a tardi, gestendo piccoli laboratori, negozi e trasporti merci. Guadagnano e reinvestono tutto nel business, e quando incontrano difficoltà se la cavano da soli.
Di solito sono discreti e tranquilli, raramente chiedono sussidi speciali al governo, né scendono in strada a creare disordini. In decenni, sempre più famiglie hanno comprato case e fatto crescere i loro affari.
Dall’altra parte, la comunità di immigrati nordafricani che vive nello stesso quartiere. Nel complesso, il loro inserimento economico locale è relativamente arretrato. Ma il documentario ha catturato un cambiamento sottile ma reale dell’atteggiamento: un sentimento che vede chi si mantiene da sé come una minaccia si sta diffondendo piano piano.
Secondo le osservazioni contenute nel filmato, alcuni che hanno fallito nell’integrazione tendono a considerarsi vittime, convinti che la società gli debba troppo. Ma quando girano la testa e vedono i cinesi accanto a loro, l’atteggiamento cambia. Non solo non imparano come fare business, ma vedono i cinesi come concorrenti.
Da dove nasce esattamente questa ostilità? Il conflitto più concreto sta nel fatto che: più i cinesi vivono bene, più la narrazione da vittima diventa difficile da giustificare.
Tutti sono immigrati, tutti affrontano le barriere di una terra straniera. Persino i cinesi, quando sono arrivati, non sapevano nemmeno parlare francese, figuriamoci avere contatti locali.
Se qualcuno lavora quattordici ore al giorno e riesce a tirare avanti un po' alla volta, allora quella frase “non ce la facciamo solo per l'ingiustizia del mondo esterno” diventa difficile da dire con convinzione.
Una persona che si arrangia in silenzio spesso ferisce gli occhi di chi è abituato a incolpare l’ambiente.
Uno scollamento più profondo sta nella comprensione della ricchezza.
Nella mente di molti che pretendono, la ricchezza è una torta fissa e limitata.
Non vedono come quei negozi all’ingrosso siano riempiti con scatoloni di merci uno dopo l’altro,
vedono solo che i negozi cinesi fanno soldi, e pensano che sia a loro scapito.
E poiché i cinesi sono abituati a tollerare, in caso di dispute scelgono spesso di calmare le acque,
questo squilibrio mentale presto si trasforma in problemi di sicurezza reali.
Rapine, pedinamenti, aggressioni di strada: uno dopo l’altro, colpiscono questo gruppo di persone che vuole solo vivere tranquillo.
Sostenere se stessi con le proprie mani, accumulare ricchezza con la reputazione: in qualsiasi società sana, è la dignità più basilare. Ma se qualcuno è abituato a usare l’identità di vittima come moneta corrente,
quella persona che silenziosamente rende la sua vita migliore spesso diventa il primo bersaglio.