Nel mio universo distopico preferito i Kennedy non sono mai stati uccisi, il vincolo dei 2 mandati abolito ed ora, dopo i 5 mandati di JFK, Bobby sta terminando il suo 11° a 95 anni.Del resto i suoi discorsi erano 50 anni avanti @NetflixIT@_MarcoGualtieri
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𝐋𝐚 𝐅𝐞𝐫𝐫𝐚𝐫𝐢 𝐞𝐥𝐞𝐭𝐭𝐫𝐢𝐜𝐚 è uno degli esempi più interessanti di ciò che succede quando un brand rischia di dimenticare cosa rappresenta davvero nella testa delle persone.
Perché il punto non è “l’elettrico sì” o “l’elettrico no”, l'innovazione, la ricerca e tutto il resto.
Quello è il dibattito superficiale per chi guarda il mercato solo dal punto di vista tecnico o ideologico.
Il punto vero è un altro: 𝐜𝐡𝐞 𝐜𝐨𝐬𝐚 𝐬𝐭𝐚𝐢 𝐯𝐞𝐧𝐝𝐞𝐧𝐝𝐨 𝐝𝐚𝐯𝐯𝐞𝐫𝐨?
Ferrari non vende automobili, non le ha mai vendute.
Ferrari vende rumore.
Vibrazione.
Odore.
Status.
Sogno.
Infanzia.
Poster in camera.
Un certo modo quasi irrazionale di sentirsi vivi.
Una Ferrari non è mai stata una scelta logica, è sempre stata una scelta emotiva. Sempre, sempre, sempre.
Ed è qui che nasce il problema.
Quando un brand costruisce per un secolo il proprio valore attorno a sensazioni visceralmente analogiche, meccaniche e istintive, non può pensare di spostarsi improvvisamente verso una narrativa fredda, silenziosa e “responsabile” senza pagare un prezzo percettivo enorme.
Il rischio non è vendere meno auto.
Il rischio è smettere di essere Ferrari.
Ed è esattamente il motivo per cui moltissimi brand oggi si stanno schiantando contro la stessa parete: inseguono narrative sociali, politiche o culturali pensando che basti “adattarsi ai tempi”, senza chiedersi se quell’adattamento sia coerente con il posizionamento costruito nella mente delle persone.
Un brand forte non può permettersi di sembrare confuso.
Quando un brand diventa confuso, il mercato smette di desiderarlo e comincia semplicemente a valutarlo.
Nel momento in cui vieni valutato razionalmente, comparato razionalmente e giudicato razionalmente… perdi gran parte del tuo potere.
La verità è che quello che chiamano marketing moderno sta facendo danni enormi proprio perché troppi manager hanno smesso di capire una cosa fondamentale:
I 𝐛𝐫𝐚𝐧𝐝 𝐧𝐨𝐧 𝐯𝐢𝐯𝐨𝐧𝐨 𝐧𝐞𝐢 𝐩𝐫𝐨𝐝𝐨𝐭𝐭𝐢.
𝐕𝐢𝐯𝐨𝐧𝐨 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐭𝐞𝐬𝐭𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐩𝐞𝐫𝐬𝐨𝐧𝐞.
E se tradisci troppo violentemente quell’immagine mentale, puoi anche avere la tecnologia migliore del mondo.
Ma rischi di distruggere il motivo per cui le persone ti desideravano.
Hey, @Ferrari! Poi non dite che non vi avevo avvertito.
Il Salto del Canguro nell'Abisso: Raygun e il Funerale del Merito
Se il postmodernismo avesse bisogno di un monumento funebre, non sarebbe una stele di marmo, ma un video in loop di Rachael Gunn, in arte Raygun, che si rotola goffamente sul pavimento di #Parigi 2024.
Il "caso Raygun" non è stato un semplice incidente sportivo; è stato il momento in cui la teoria accademica ha tentato di stuprare la realtà, finendo per scivolare sulla propria presunzione.
Rachael Gunn non è un’atleta; è un’idea. Con il suo dottorato in Cultural Studies e le sue ricerche sulla "decolonizzazione della breakdance attraverso una lente femminista", la Gunn incarna perfettamente la figura dell'accademico moderno: qualcuno che passa così tanto tempo a "decostruire" una disciplina da dimenticarsi come la si pratichi.
Mentre le sue avversarie, nate spesso in contesti di marginalità reale, portavano sul palco anni di sudore, calli e gravità sfidata, Raygun ha portato una tesi di laurea. La sua performance non era danza, era metatesto. Il problema è che alle Olimpiadi, se il testo fa schifo, il metatesto non ti salva dallo zero in pagella.
Il paradosso è deliziosamente atroce. Raygun, la paladina della decolonizzazione e della critica al potere bianco, ha messo in atto il più plateale atto di colonialismo culturale del decennio.
Una professoressa universitaria bianca, protetta dal suo status e dai suoi grant di ricerca, ha occupato il posto di un’atleta (magari meno "teoricamente consapevole" ma infinitamente più dotata) per trasformare una disciplina di strada in un laboratorio sociologico.
Ha preso la breakdance arte di resistenza e riscatto e l’ha ridotta a una parodia da recita scolastica, convinta che la sua "visione sovversiva" valesse più di un *headspin* eseguito correttamente. È il narcisismo accademico elevato a disciplina olimpica.
Quando il mondo ha riso e il mondo ha riso di gusto, con quella risata liberatoria che si riserva ai re nudi è scattato il riflesso pavloviano del vittimismo ideologico.
Immediatamente, settori della bolla progressista hanno gridato al "sessismo" e al "bullismo".
La narrazione è diventata:
“Non state ridendo della sua totale mancanza di talento, state attaccando una donna che osa sfidare i canoni estetici maschili”.
Ecco l'ipocrisia suprema: usare il #femminismo non per promuovere l'eccellenza femminile, ma per blindare la mediocrità.
Se una donna fallisce platealmente in un contesto competitivo, criticarla diventa un atto patriarcale. È la morte di ogni standard, il trionfo del "partecipare è tutto, purché tu abbia le citazioni giuste in bibliografia".
Raygun è il punto di "Peak Woke" perché rappresenta il cortocircuito finale tra identità e competenza.
In questo mondo al rovescio, non conta quanto sei bravo a fare breaking, conta quanto la tua performance sia "disruptive" (ovvero, quanto rompa le scatole a chiunque cerchi di applicare un criterio oggettivo).
Alcune osservazioni:
La teoria è il nuovo talento: Se spieghi bene perché fai schifo, allora stai "sovvertendo le aspettative".
L'accademia è una bolla allucinogena:
Solo in un dipartimento di Gender Studies australiano potevano pensare che quella coreografia fosse una buona idea.
L'ipocrisia è bidirezionale: Si parla di inclusività, ma si finisce per premiare chi ha il curriculum accademico più pesante, non chi ha il piede più veloce.
Il punteggio di 0.0 assegnato dai giudici è stato l'unico momento di sanità mentale in tutta questa vicenda.
È stato il grido della realtà che diceva: "Basta con la decostruzione, stiamo parlando di sport". Raygun rimarrà nella storia non come un'atleta, ma come il monito vivente di cosa succede quando l'ideologia pretende di insegnare al corpo come muoversi, ignorando che, sul pavimento della storia, se non sai ballare, cadi. E il mondo, giustamente, non smetterà di ridere.
#woke #feminism #left #academia
@Dyson I am a loyal customer. I bought a new product that should have been delivered a week ago. Despite my daily request, the product is missing, nobody answer me. This is a fraud, I am going to denunce
Mentre il calcio ci ha abituato a polemiche, insulti e inganni, le Olimpiadi Milano Cortina hanno mostrato al mondo spiragli di luce, tra fair play, gioco di squadra e magnifica umanità https://t.co/qhBtVVao3Y
🇮🇹 Sono state definite le Olimpiadi invernali migliori di sempre, da parte dell'Italia. Anche a noi piace pensarlo, ma - in realtà - conta solo una cosa:
ringraziare questi atleti, i nostri atleti, che hanno reso questi Giochi davvero incredibili. Siamo fieri di voi 💙💫
#MilanoCortina2026 #Olympics #Olimpiadi
🕯️ Per la Giornata della Memoria il Memoriale della Shoah di Milano ospita la mostra documentaria “La persecuzione patrimoniale degli ebrei. Storie di vita dall’Archivio Storico Intesa Sanpaolo”
#IntesaSanpaolo#Giornatadellamemoria
📌https://t.co/nhYahxlJ8C
Il 27 gennaio di ottantuno anni fa, con l’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, il mondo ha visto con i suoi occhi l’abisso della Shoah.
Da quel momento, tutto è cambiato. La più grande macchina di morte concepita nella storia dell'umanità mostrava a tutti la sua ferocia, la sua sistematicità, il suo disegno diabolico. Milioni di persone strappate dalle loro case e uccise nei campi di sterminio, solo perché di religione ebraica. Un piano congegnato e messo in atto per cancellare dall’Europa ogni traccia della presenza, millenaria e feconda, degli ebrei e delle comunità ebraiche.
Nel Giorno della Memoria ricordiamo i nomi e i cognomi delle vittime e rinnoviamo la memoria di ciò che è successo, anche attraverso la preziosa testimonianza dei sopravvissuti e dei loro discendenti. Oggi celebriamo i Giusti di ogni Nazione, che non esitarono a mettere a rischio la loro vita per opporsi al disegno nazista e salvare vite innocenti. In questa giornata torniamo a condannare la complicità del regime fascista nelle persecuzioni, nei rastrellamenti, nelle deportazioni. Una pagina buia della storia italiana, sigillata dall’ignominia delle leggi razziali del 1938.
Purtroppo, a distanza di molti anni, l’antisemitismo non è stato ancora definitivamente sconfitto. È un morbo che è tornato a diffondersi, con forme nuove e virulente. Oggi ribadiamo il nostro impegno per prevenire e combattere ogni declinazione di questa piaga, che avvelena le nostre società e ha l’obiettivo di demolire i principi di libertà e rispetto che sono alla base della coesione sociale.
🕯️ For the Holocaust Remembrance Day, the Shoah Memorial in Milan is hosting the documentary exhibition The Economic Persecution of Jews. Life Stories from the Intesa Sanpaolo Historical Archive
#IntesaSanpaolo#HolocaustRemembranceDay
📌https://t.co/wBwJOOVETJ
#DiegoEterno ♾️
Solo muere quien es olvidado y a vos, Diego, te recordamos cada día 🩵🤍
🙌 A 5 años del paso a la inmortalidad de Diego Armando #Maradona 🔟
Sui social ci sono troll, bot, profili anonimi che seminano caos.
Ma la cosa che fa più male è un’altra: a volte dietro certi messaggi ci sono persone vere. Persone che conosciamo. Amici, parenti, colleghi. E spesso non ce ne accorgiamo finché non è troppo tardi.
Alcuni di loro sono finiti dentro quella che viene chiamata “complosfera”: un ambiente online dove circolano soprattutto teorie del complotto e notizie non verificate. Non ci entrano perché sono ingenui o “strani”, ma perché cercano risposte in un mondo che, per molti, è diventato difficile da capire.
Lì dentro trovano spiegazioni semplici per problemi complessi, “verità segrete” che gli altri non vedono, e una comunità che fa sentire speciali, quasi custodi di un sapere nascosto.
Il problema è che, con il tempo, tutto questo può:
🔸 aumentare paura e sfiducia verso gli altri
🔸 rompere rapporti importanti
🔸 confondere fatti, opinioni e paure
🔸 far credere che il mondo sia controllato da forze oscure ovunque
E allora ridicolizzare non serve. Anzi, peggiora le cose.
Perché spesso dietro queste convinzioni c’è un bisogno profondamente umano: sentirsi al sicuro, ascoltati, informati.
Uscire dalla complosfera non è una guerra da vincere con link, meme o umiliazioni pubbliche. È un percorso che richiede:
🌿 ascolto vero
🌿 domande sincere, non aggressive
🌿 fonti affidabili, proposte con rispetto
🌿 pazienza (molta)
La verità non è un’arma da puntare contro qualcuno:
è un cammino che, quando possibile, si può provare a fare insieme.