Luca Bizzarri a volte, anzi spesso purtroppo, mi fa stare male. Ma questa è l’Italia che anch’io, voltandosi da un’altra parte, ho contribuito a costruire?
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30 June 2017 | French Jewish Auschwitz Survivor Simone Veil passed away.
She was born in 1927. She was deported to #Auschwitz from Drancy in April 1944. Later, she was transferred to Bergen-Belsen, where she was liberated.
After the war, she became a lawyer & politician and the first female President of the European Parliament.
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Io mi sento molto male, perché noi giornalisti abbiamo aspettato giorni e giorni prima di poter entrare a Bucha perché era occupata dai russi. Chi provo a entrare bella vicina Irpin - come Brent Renaud - fu ucciso. Appena le truppe della federazione russa si sono ritirate, siamo entrati immediatamente. E la mia vita è cambiata dopo aver visto quello che ho visto. I numeri di persone a cui è stato sparato alle spalle mentre stava cercando di lasciare la città sono troppo alti perché si possa anche solo immaginare una finzione.
Punto primo: il gas russo NON COSTA MENO.
I processi estrattivi e di raffinazione costano meno ai russi (7-8 €c/Smc) che agli USA (12-14 €c), ma noi lo paghiamo al prezzo di listino, che è lo stesso (> 50 €c).
Ai russi costa meno -> hanno margini migliori.
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Chissà perché gli editoriali di @marcotravaglio, che un tempo brillavano per la capacità di concentrare in poche righe menzogne studiate per apparire almeno verosimili, ora sembrano solo noiosi sfoghi di un propagandista in disarmo costretto a spararla ogni giorno più grossa per tenere in piedi la baracca, o meglio il tendone principale del circo nel quale si esibiscono fenomeni del calibro di Orsini, Mini, Basile e vari altri maître à penser del putinismo italico.
Ormai sprezzante del rischio di apparire un piazzista del gas proposto in “offerta super-scontata” da uno stato-mafia, prosegue la sua ormai infinita crociata per riprendere gli acquisti da Mosca, e quindi per alimentare corruzione, guerra e crimini contro l’umanità, salvo poi dare a sua volta del corrotto e del piazzista al presidente di un paese che invece cerca fondi per proteggere il proprio popolo da attacchi criminali dei quali invece stranamente non parla mai. E da direttore di un giornaletto (sempre più “etto”) di propaganda quasi fallito si spinge coraggiosamente fino a definire “fallita” una nazione che eroicamente resiste dopo 4 anni di un’invasione che doveva concludersi con la vittoria dell’invasore in una manciata di giorni.
Basta leggere l’articolo per percepire la rabbia per la sconfitta del fascioputiniano Orban, che ora comporterà lo sblocco dei 90 miliardi per Kyiv e per l’accoglienza offerta a Zelensky - quello che a suo parere guida il paese fallito di cui sopra - che invece di girare col cappello in mano propone accordi con la più avanzata industria militare d’Europa, mentre Putin, tra una strage di civili e una purga di oppositori, si barrica al Cremlino, chiude i social, blocca internet e mette sotto sorveglianza un intero paese (dettaglio del quale, ancora una volta, nei pezzi di Travaglio non si trova traccia).
Il livello in fondo è quello che vediamo tutti: “cessi d’oro” e “perdite territoriali”, quanto basta per fargli dire che dovremmo fare tutti quello che (secondo lui) ci conviene, anziché applicare i principi di giustizia, libertà e l’autodeterminazione, che da ottant’anni tengono in piedi la nostra società. Perché nulla di tutto questo vale quanto uno sconto in bolletta.
Come si possa essere fieri apologeti della schiavitù (quella di un popolo aggredito rispetto al proprio aggressore e la nostra nei confronti dei combustibili di chi ce li vende per poi utilizzarne i proventi contro di noi), per me resta un mistero. Come abbia fatto invece la propaganda russa a diventare ormai roba per menti fragili, nonostante personaggi come Travaglio siano onnipresenti in tv, leggendo editoriali come questo, è invece chiarissimo.
Le tante inesattezze di Barbero
1) Non è vero che “il referendum non è sulla separazione delle carriere fra pubblici ministeri e giudici” perché “la separazione di fatto c’è già”. Barbero, evidentemente non competente di ordinamento giudiziario, fa la solita confusione tra separazione delle funzioni e separazione delle carriere. E’ vero che oggi il passaggio di funzioni da pm a giudice e viceversa è fortemente limitato, ma questo non ha nulla a che vedere con la separazione delle carriere: pm e giudici continuano a rispondere a un unico organo di governo autonomo (il Csm) che decide su tutti gli aspetti delle loro carriere (promozioni, trasferimenti, nomine ecc.) e che è composto sia pm che da giudici. Una commistione illogica e assurda.
2) Non è vero che la riforma “indebolisce il Csm, intanto perché prevede che sia sdoppiato: uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri”. Lo sdoppiamento del Csm è la logica conseguenza della separazione delle carriere e, al contrario, rafforza l’autonomia e l’indipendenza della magistratura perché i pm non dovranno più rispondere a un Csm in cui siedono anche i giudici, e viceversa. Entrambi i Csm continueranno a essere composti per 2/3 da membri togati (magistrati) e continueranno a essere presieduti dal Capo dello Stato, quindi non saranno affatto indeboliti.
3) Non è vero che “al di sopra del Csm ci sarà un altro organo disciplinare, separato, anch’esso composto da rappresentanti dei magistrati e da membri di nomina politica”. L’Alta Corte non si porrà al di sopra, ma a fianco dei Csm. A essa verrà infatti affidata la funzione disciplinare che oggi è svolta dal Csm. Le funzioni dell’Alta Corte e dei due Csm quindi saranno complementari. Ed è del tutto logico che la funzione disciplinare sia affidata a organi diversi da quelli che sono chiamati a svolgere la funzione di amministrazione di una categoria (la magistratura), e quindi a occuparsi di promozioni, trasferimenti e nomine ecc.
4) Barbero dice: "I membri togati, come si dice, cioè quelli che rappresentano i magistrati, saranno tirati a sorte". Sbagliato. I componenti togati non svolgono una funzione di rappresentanza né ideologica né politica della magistratura. Il Csm è un organo di alta amministrazione che deve occuparsi di promozioni, trasferimenti, assegnazioni, nomine ecc., non di rappresentanza della magistratura.
5) Non è vero che avremo “un CSM, anzi due, anzi tre organismi, dove i membri magistrati sono tirati a sorte, mentre il governo continua a scegliere quelli che nomina lui”. L’affermazione è piena di inesattezze. Oggi il governo non sceglie un bel niente e continuerà a non farlo. Anche i componenti laici dei due Csm e dell’Alta Corte saranno estratti a sorte da un elenco predisposto dal Parlamento in seduta comune. Le procedure (in particolare il quorum) saranno stabilite dalle leggi attuative.
6) Barbero dice: “Mi sembra che questi organismi saranno per forza di cose organismi dove il peso della componente politica sarà molto superiore”. Falso. Come detto, nei due Csm i magistrati continueranno a costituire i 2/3 dei componenti, mentre nell’Alta Corte disciplinare i giudici scelti tra i magistrati saranno 9 su 15 (3 saranno scelti dal Capo dello Stato e 3 estratti a sorte dall’elenco del Parlamento).
7) “Il governo potrà di nuovo, come in uno Stato autoritario, dare ordini ai magistrati e minacciarli di sanzioni”. La conclusione di Barbero è da fantascienza: non c’è nessuna norma che consentirà al governo di dare ordini ai magistrati e di minacciarli di sanzioni. Anzi, il governo continuerà a non avere proprio alcun ruolo sia nelle procedure di elezione dei Csm e dell’Alta Corte sia nello svolgimento delle loro attività. Lanciare questo messaggio del tutto infondato significa inquinare il dibattito pubblico. E da un docente universitario non ci si aspetterebbe questo.
Video utilissimo della mitica @Gyruum per capire fino a che punto siamo sotto attacco e di fatto già in guerra. Perché quella ibrida da sempre è la premessa di quella militare
BOT, BOT OVUNQUE! https://t.co/euI6LTRI3w via @YouTube
Il documento circolato come presunto “piano di pace” dell’entourage di Donald Trump non ha nulla a che vedere con la pace. È un piano che prepara l’aggressione all’Europa, costruito per legittimare l’espansionismo russo e rimettere in discussione l’architettura di sicurezza che ha garantito stabilità al continente per decenni.
La storia recente è fin troppo chiara: le “garanzie” offerte da Mosca si sono sempre rivelate scritte sulla sabbia. Lo abbiamo visto con il Memorandum di Budapest del 1994, con gli accordi di Minsk violati sistematicamente, con le promesse di non militarizzare Crimea e Donbass puntualmente disattese, fino all’invasione su larga scala del 2022. Affidare la sicurezza europea a impegni unilaterali russi significa ignorare vent’anni di prove documentate e dimenticare il volto e la natura del regime di Vladimir Putin.
Questo testo è l’ennesimo tentativo del Cremlino di guadagnare tempo. Ogni clausola è calibrata per congelare il fronte, proteggere le conquiste territoriali e consentire alla macchina bellica russa e ai suoi alleati Iran, Cina e Corea del Nord di espandere capacità produttive, logistiche e missilistiche. Non è un equilibrio: è una finestra operativa pensata per preparare la prossima fase del conflitto.
Il documento propone di limitare l’esercito ucraino, di imporre neutralità obbligatoria, di ostacolare l’ingresso nella NATO e di legittimare l’annessione di territori occupati. Sono tutte richieste che coincidono con gli obiettivi strategici del Cremlino e che, se accettate, esporrebbero non solo Kyiv ma l’intera Europa orientale a nuove aggressioni.
È inoltre inaccettabile l’idea che la Russia possa tornare sui mercati globali come se nulla fosse, ottenendo la rimozione delle sanzioni senza alcun ritiro, senza responsabilità, senza riparazioni. È una normalizzazione dell’aggressione che cancellerebbe il principio fondamentale secondo cui chi attacca un Paese sovrano deve risponderne davanti alla comunità internazionale.
In controluce, emerge anche un altro elemento: una pericolosa deriva mercantilista, secondo cui la sicurezza europea diventa merce di scambio nei rapporti tra Washington e Mosca. La logica del “sovranismo economico” americano, che ignora le conseguenze geopolitiche pur di ridurre i costi strategici interni, rischia di scaricare sull’Europa un prezzo altissimo in termini di stabilità.
Sostenere questo piano significa accettare un continente più debole, più vulnerabile e più esposto alle minacce autoritarie. L’Ucraina sta difendendo non solo la propria libertà, ma il principio che in Europa i confini non si cambiano con la forza. Ogni proposta che contraddice questo principio non costruisce la pace: prepara la prossima guerra.
L’Europa deve restare unita e ferma: la pace duratura nasce dal diritto, non dalla resa diplomatica. E nessuno può chiederci di accettare un testo che tratta la sicurezza europea come una variabile negoziabile e l’aggressione russa come un dettaglio da archiviare.
#europe #russia #Ukraine #usa
Allora raga non è difficile, cioè per voi sì, ma lo spiego:
I primi 4 quesiti del referendum riguardano la tutela del lavoratore. Se non sei un mafioso caporale o vivi di rendita come politico interessano anche te, fìdati (anche perché ecco meno morti sul lavoro, meno precari…)
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Non è un mistero che l’Europa sia ormai ad un bivio cruciale per il proprio futuro e per il futuro del mondo così come lo conosciamo. Che anche dal risultato che uscirà dalle urne delle elezioni di giugno dipenderà il ruolo che l’Unione sarà in grado di giocare in una competizione globale che ci ha visti finora rimanere poco più che spettatori, sia pure interessati, di eventi ai quali i vertici UE avrebbero forse dovuto partecipare con una intraprendenza almeno pari a quella dei loro uffici stampa.
C’è innanzitutto un rapporto con gli Stati Uniti che va interamente ricostruito. Perché limitarsi a continuare a rivolgere al pantheon cristiano e non solo una preghiera ogni 4 anni perché alla Casa Bianca non vada un pazzo, con tutta evidenza non può considerarsi una “scelta strategica”, ma una pericolosa roulette russa (definizione non casuale), oltre che un modo per rinviare di volta in volta l’obiettivo, in realtà non più rinviabile, di dotare l’insieme dei 27 di una identità e di conseguenza di una volontà comune.
Secondo me, in questo senso, sbaglia chi pensa che l’eventuale elezione di Trump porterà maremoti o piogge di meteoriti che altrimenti non ci sarebbero stati. Gli USA, da oltre un decennio ormai, hanno convintamente imboccato la strada della ritirata e deciso di svestire la divisa di poliziotto del mondo. Decisione della quale la disastrosa ritirata dall’Afghanistan è solo la più evidente (ma non l’unica) conseguenza. Per quanto a molti leader europei piaccia illudersi del contrario, quindi, il nuovo inquilino della Casa Bianca decider�� i tempi e le modalità delle dimissioni dal ruolo di guida del mondo unipolare, ma non una traiettoria che appare in realtà segnata.
Sorprende che in una simile prospettiva, con una guerra, quella di Ucraina, ai nostri confini, e un’altra, quella israelo-palestinese, nel nostro mare, con l’Iran che, attraverso gli Houthi, minaccia i nostri traffici commerciali, la Russia che bullizza mezza Europa ed, espandendosi a suon di colpi di stato e traffico di armi in Africa, punta a controllare la leva dell’immigrazione, con la regia di una Cina che mira a conquistare mercati, sia anche con pratiche commerciali scorrette, in Europa sia vietato parlare di uno scontro di civiltà. Uno scontro che non ha alcun senso negare. E che alla fine quel Macron che, sia pure per ambizione personale e nazionale, prova a dare la sveglia ai partner dell’Unione nel tentativo di sottrarli alla palude dell’ignavia, venga visto come un alieno, solo perché spaventa un elettorato che va invece rassicurato sul fatto che non serva un’Europa con l’elmetto, in cui si possa parlare di difesa comune e di portare nel continente il baricentro delle politiche di sicurezza. Cioè lì dove la deterrenza può fare la differenza tra l’affrontare e l’evitare una terza guerra mondiale.
Sorprende invece assai meno che a questo appuntamento con la storia l’Italia si presenti schierando i Vannacci, i Borghi, i Tarquinio, i Santoro e file interminabili di trombati e scappati di casa, salvo poi scoprire, il giorno dopo le elezioni, la propria ininfluenza sulle scelte geostrategiche globali.
Il suggerimento che ho dato a me stesso è quello di andare a votare e di farlo in modo responsabile. Ma anche di non pensare che mettere una croce e scrivere tre nomi mi esoneri dall’obbligo di continuare a lottare, sia pure nel mio piccolo o piccolissimo ambito, per cambiare le cose. Perché da cittadino italiano ed europeo, perdutamente innamorato della democrazia e della libertà, questa è l’unica cosa che proprio non mi posso permettere.
“Quando chiudo gli occhi, mi viene in mente sempre quel bambino... Non ero pronto a questa cosa, ero andato un po' in panico... Sono tre giorni che non riesco a dormire”.
– Vincenzo Luciano, pescatore, Steccato di Cutro #Crotone
(fonte video Reuters: https://t.co/MlmHrPxP4y)
Mi chiamo Mario.
Nel 1961 avevo 26 anni e facevo il panettiere.
Il negozietto che avevo a Bagno a Ripoli non mi permetteva di tirare avanti decorosamente.
Ero disperato e per quello presi quella decisione.
Lasciare i miei affetti per cercare un futuro migliore in un altro Paese
⛔️🇮🇹 #migranti: "l'Europa non ci aiuta".
Vero. Ed è anche vero che, numeri alla mano, saremmo NOI a dover aiutare l'Europa.
Quattro grafici per capire perché.🧵