Ecco il video comunicato sindacale che la Rai non ha voluto mandare in onda:
Avevamo chiesto di trasmetterlo per porre l'attenzione sullo smantellamento di RaiTre.
Vi chiediamo di condividere il video per raggiungere più persone possibili perché RaiTre non muoia.
#VivaRai3
@Ibra_official@nikefootball Mio figlio di 14 si comporta in maniera più matura di te. Cresci che è ora e smettila di occuparti del Milan se davvero almeno un po' ci tieni. Sei un danno!
✍️ Appunti di viaggio
Sono passate ventiquattro ore dalla sconfitta di Sinner.
Il velo di tristezza è ancora presente. Sì, presente e pure tanto. Nessuna vergogna ad ammetterlo.
Si vince con Jannik. Si perde con Jannik. Ormai è così.
Aggiungo solo qualche riflessione, prima di guardare avanti.
Ho letto critiche esagerate su Sinner. Definito troppo vulnerabile, poco resistente al caldo, troppi infortuni e crampi, fantasmi, ansie e via a ruota libera. Qualcuno non vedeva l'ora di tirar fuori il file ammuffito dopo 6 Masters 1000 vinti e 30 match vinti di fila. La faziosità di chi riesce a esultare vedendo Jannik in difficoltà fisica sul campo evidenzia invidie recondite. Non perdo tempo a smontare questi teoremi fake. Meglio l'indifferenza, ce lo insegna Jannik. Non ti curar di loro ma guarda e passa.
C'è qualcosa di più serio su cui riflettere. La cultura della sconfitta. Ha perso da eroe Jannik. È riuscito a rimanere in piedi di fronte a una sconfitta dolorissima.
Una spada addosso ma non è crollato. Ha sbandato ma è rimasto lì. Stordito, ma senza cadere in quella dannata polvere rossa. In quell'inferno infuocato di un cratere chiamato Philippe Chatrier. Zero alibi a cui aggrapparsi, eppure ne aveva tantissimi.
Zero scuse per giustificare una sconfitta. Poteva andare negli spogliatoi e rimanerci. Avrebbe perso per ritiro, non per l'avversario. È invece rimasto piegato in due ma ha voluto arrivare alla fine per stringere la mano ad un avversario che aveva dominato 6-3 6-2 5-1. Prima che il malore spazzasse via tutto.
Questa sconfitta vale come i 30 match vinti. Perché Jannik ci ha mostrato come perde un fenomeno. Con dignità. Con rispetto. Con dolore al cuore, ma senza piangersi addosso.
Sinner non ci ha insegnato solo la cultura della vittoria che nel tennis italiano conoscevamo poco. Ma ci ha insegnato anche questa cultura della sconfitta che forse non conoscevamo per niente. Quella più difficile da accettare. Senza scuse e senza alibi. Un diamante raro anche su questo. Un eroe anche nelle sconfitte.
✍️ Angelo
Nelle aule del Tribunale di Crotone è in corso il "processo Cutro". 94 vittime accertate del naufragio, 6 imputati. Non lo sapevate? Comprensibile, non ne parla nessuno. Vige il divieto di riprese video e audio. E a quanto pare anche di avere notizie.
Atlante ragionato del pubblico del Foro, parte 1.
1. La fan boomer
Arrivata alla pensione nonostante la legge Fornero, ha ancora una famiglia, due gatti, una zia nubile e un ficus benjamin a cui badare. Temprata dalla vita, è l’unica con abbastanza stamina per zompare sopra ai bambini e strappare un selfie deforme con tutti i tennisti, da Sinner allo sparring di Maestrelli. Tornerà a casa con l’album dei Barbapapà, ma non importa. Only the brave.
2. Il vintage
Vive nel presente, ma con una certa ritrosia. Polo d’annata, occhiali da sole, mani in tasca, passo lento ma carico di memoria. Non guarda le partite: le interpreta. Ogni dritto gli ricorda qualcun altro. Ogni rovescio a due mani gli ricorda il fallimento della società capitalista. Col malcapitato seduto accanto a lui intavola un Ted Talk sui nuovi materiali che tolgono poesia. Lui ha visto tutto, soprattutto quello che non hai visto tu.
3. I sempre a disposizione di Volandri
Il mistero eterno e irrisolvibile.
Il più grande di tutti.
Un giorno, ma non oggi, prenderemo il coraggio a due mani e gli chiederemo perché. Arrivano vestiti come se dovessero giocare loro: completo tecnico, zaino con racchetta, cappellino che ha visto mille doppi falli. Sono quelli che se non si fossero rotti il crociato a quest’ora chissà. Ma coltivano ancora la passione: per amore, per risentimento. Il giovedì perfino sul cemento. Ad ogni errore mimano il gesto, danno indicazioni, annuiscono tra loro, sono severi ma giusti perche il ragazzo si farà.
Pippo, pensaci Pippo.
4. Il capiscer
Non va sul Centrale. Mai. Per nessun motivo.
È l’unico che sa come s’arriva al campo 16, quello costruito sull’isola che non c’è.
Assiste - rigorosamente in piedi - all’allenamento di un quali vietnamita che ha fatto ottimi quarti all’ITF di Santa Margherita di Pula. Tu guardi Berrettini da seduto. Lui lo sa e te lo fa pesare.
5. Il neofita perfezionista
Passa mesi chiedendo info su Reddit. Vuole sapere tutto. Dove si entra, l’umidità media, se il biglietto è gluten-free. Se può portare la borraccia, una canna da pesca, un trattore. Non si sa mai. Qualcuno però risponde sempre: l’anno scorso sono entrata con un pitbull zombificato ma meglio verificare nelle FAQ.
Gli interrogativi sono tanti. È una corsa contro il destino. Al neofita perfezionista non importa del tennis, vuole solo sopravvivere.
6. Il giornalista esordiente
Cammina avanti e indietro lungo il vialone sperando di incrociare lo sguardo di Meloccaro. Per avere l’accredito è andato all’incoronazione di Binaghi a Notre Dame la notte del 2 dicembre 1804. Ha superato le paure delle ipocondrie. Ha scritto email a notte fonda, mandato vocali, giurato su Open. Tutto, basta che serva per farsi una foto in sala stampa e metterla come immagine del profilo. A fine torneo la posterà ringraziando il tennis, la vita, il mondo che non si è fermato mai un momento.
#tennis #sinner #ibi26
Il primo paroliere Alex Zanardi e la regola dei 5 secondi, l'editoriale di Massimo Gramellini
Guarda la puntata su App La 7 e https://t.co/4L8Ka93OvX! Clicca sul link che trovi in bio 👆👆
#La7#InAltreParole#MassimoGramellini#AlexZanardi#CiaoZanna
The FIA is saddened to learn of the passing of Alex Zanardi, the former Formula 1 driver, two-time CART champion whose journey from life-changing accident to Paralympics gold medallist made him one of sport’s most admired competitors and an enduring symbol of courage and determination.
Recap #SinnerJodar
Cominciamo dalle basi.
Per come la vedo io, il nome Rafa andrebbe ritirato come la maglia di Maradona.
Quindi Jodar per me sarà per sempre solo Jodar.
Tipo Cher.
Oppure Tu-Sai-Chi.
Tipo Voldemort.
Dipende dal draw.
Per delle oscure leggi della fisiognomica, quando Jodar indossa il cappellino è impossibile capire quanti anni abbia. Poi se lo toglie e per magia ne ha 19. Forse per il sorriso che s’illumina. Di sicuro per i capelli asciugati con una scarica elettrica.
Alla vigilia della partita ci sono grandi aspettative. Forse troppe.
Sembra già la resa dei conti tra presente e futuro, ma in verità è più corretto dire tra futuro e futuro.
Lo spagnolo gioca in casa, davanti a un pubblico abituato al caviale da decenni. Di certo un vantaggio, ma anche un notevole peso.
Da grandi poteri derivano grandi responsabilità, diceva lo zio di Peter Parker. L’importante è ricordarsi che perfino Peter nel suo primo giorno da Spiderman era rimasto appiccicato a qualunque cosa, peggio dei lavoretti col vinavil all’asilo.
La partita inizia. La Caja Magica ha il tetto chiuso, fuori ci sono fulmini e saette e dentro pure. Il tifo del pubblico è assordante. Perché si sa, il caviale non è un panino con la mortadella e la fame resta.
Sinner porta a casa il primo set e un bagno di sudore. Jodar non molla e il secondo è una mitragliata di se puede, perché vamos asereje e despacito erano già presi.
Si arriva al tie.
Sinner è implacabile. Con lo sguardo di chi non avrebbe sbagliato una palla a costo della vita, lo sommerge con cinismo e precisione. Vince undici punti di fila e ricorda a Jodar che pure Corazon espinado era disponibile.
Lo spagnolo al tie non può nulla e rimane appiccicato alla racchetta, al caviale, all’inesperienza.
Ma dopo una partita giocata così, contro il numero uno al mondo, è ancora più importante rimanere appiccicati all’orgoglio per le ottime cose dimostrate.
Oggi, 30 aprile, è l’anniversario di un evento che ha cambiato il tennis per sempre.
Cara Monica Seles, quando ti penso ho sempre dieci anni e tu sei sempre il mio primo amore.
#sinner #janniksinner #tennis #mmopen
Il video più bello della storia che sia mai stato ripreso da un telefono.
Il comandante Reid Wiseman della missione Artemis II che riprende dal finestrino della Orion la Terra e la Luna, con un iPhone 17 PRO.
La risposta del vicedirettore de L'Espresso Enrico Bellavia all'ambasciatore istaeliano Peled.
"La scorsa copertina de L’Espresso sugli abusi dei coloni in Cisgiordania che l’ambasciatore 🇮🇱 Peled ha improvvidamente «condannato», insegna alcune cose. Innanzitutto, a noi che abbiamo molto da imparare. Anche da quello che facciamo.
Senza il ghigno beffardo del colono che irride alla donna palestinese, colto dall’obiettivo esperto di Pietro Masturzo quel racconto, intriso di sradicamento, violenza, sangue non avrebbe avuto la stessa forza. Perché dice di una pulizia etnica che punta a coltivare le spinte espansionistiche del Grande Israele.
E non ha nulla a che vedere con LA SICUREZZA nazionale. Non obbedisce a logiche, sia pure distorte o funzionali, di contrasto a minacce terroristiche.
È un’operazione di conquista condotta da civili, liberamente armati, spalleggiati dall’esercito 🇮🇱 . Un’annessione né lenta né silenziosa, in spregio al diritto, sotto gli occhi del mondo. In quella foto che ha fatto il giro del mondo c’è la sintesi e il grado zero del sopruso: lo scherno. Più di un corpo martoriato, stabilisce senza lambiccamenti il torto e la ragione. Documenta un surplus di prevaricazione nella sproporzione tra un maschio armato e una donna inerme, cacciata dal suolo che ha calpestato.
L’immagine su carta ha il privilegio di fissare l’istante e consegnarlo alla memoria. Duratura e non volatile, per quanto evocabile on demand in ogni istante, come nel mondo digitale. Ha il merito di aderire istantaneamente al nostro immaginario, di entrare nell’archivio del vissuto collettivo. Non richiede altro per essere richiamata. Non presuppone una ricerca, ma la nostra intelligenza. Naturale. Il web la veicola e la porta dove il settimanale non arriva. Oltre a conservarla per tutti.
Una straordinaria fotografia non basta, senza il lavoro rigoroso sul contesto. Se l’ambasciatore si fosse preso la briga di controllare – era in chiaro, sfogliando il settimanale dalla seconda pagina – si sarebbe evitato un infortunio e un corto circuito. L’infortunio di sollevare semplici sospetti «manipolatori» sull’immagine. Il corto circuito di impartire lezioni sull’uso della «responsabilità» e della «correttezza» che gli si sono ritorte contro da parte di chi non si è fermato alle figure, ma si è concesso l’ormai raro scrupolo di leggere.
La copertina è parte di un foto-racconto, corredato di una serie di minuziose informazioni raccolte sul campo da chi quella Cisgiordania la testimonia da anni. Non bastasse, Alae Al Said ha riscontrato ogni dettaglio, aggiungendovi la propria conoscenza di quella realtà. La partigianeria sui fatti non è mai un buon viatico per approcciarli o confutarli. Sedicenti esperti, sulla scia dell’ambasciatore, si sono spinti a sostenere che l’immagine fosse generata dall’Ia. Bastava documentarsi. Per gli scettici, esiste una versione video di quel lavoro e il New York Times ha pubblicato un reportage realizzato in quegli stessi frangenti. Nel quale, peraltro, è immortalato il medesimo colono.
Non siamo noi a promuovere «stereotipi e odio». Contro neonazisti e neofascisti, contro gli antisemiti, siamo dove siamo sempre stati. In quello stesso posto dove i TERRORISTI non sono un’etnia, come i CRIMINALI non sono un popolo. Il GENOCIDIO si chiama con quel nome. E non si fanno sconti a chi nasconde o mistifica la realtà. Neppure in nome della Storia".
Un'altra meravigliosa vista della Terra e della Luna ci arriva da Artemis II, questa volta dal finestrino della Orion, circa 9 minuti prima del tramonto terrestre.
Un piccolo e fragile arco di luce, come se bastasse un soffio a spegnerlo.
Eppure, lì dentro vive tutto.