FLASH/NAPOLI
Secondo quanto filtra da ambienti non ufficiali, dopo la seduta di allenamento di mercoledì Antonio Conte avrebbe intenzione di organizzare una cena con squadra e staff. L’evento, sempre secondo le nostre indiscrezioni ha un fine. E non spetta a noi divulgare appunto il fine.
Vedremo se sarà confermata la nostra imbucata.
FONTE :
IO.
FCAST7
(Tornerò su questo post)
I M BACK
🕷️
Il mercato del Napoli si chiude con una sensazione precisa: una squadra forte che, quando avrebbe potuto diventare ancora più completa, ha scelto consapevolmente un rischio enorme.
Il Napoli ha una base di assoluto valore, grande duttilità tattica e numeri per competere ai massimi livelli. Può puntare alle prime quattro con tranquillità .
Il problema è il modo in cui ha deciso di affrontare ciò che viene dopo.
Chiude con un difensore non pronto fisicamente e non immediatamente utilizzabile. Siamo al 1° settembre, la guida tecnica è nuova e Buongiorno è alle prese con un infortunio pesante.
Arriva Favasulli, operazione intelligente e prospettica. Ma non quella soluzione offensiva chiesta dal tecnico per completare il reparto insieme a Rasmus e Lucca.
E qui nasce la mia perplessità.
Ho condiviso la strategia del Napoli: continuità, forza del gruppo, niente rivoluzioni.
Ma avere fiducia nella propria rosa non significa considerarla autosufficiente in ogni circostanza.
E qui entra in gioco la superbia.
Non serviva una rivoluzione. Servivano due uomini di livello internazionale, per esperienza, personalità e capacità di affrontare una stagione lunga.
Due uomini. Non dieci acquisti.
Una delle esigenze era stata indicata con chiarezza dalla nuova guida tecnica. Quando cambi allenatore e gli affidi un nuovo ciclo, ascoltare le sue richieste significa metterlo nelle condizioni di lavorare.
Il Napoli ha scelto diversamente. È una scelta legittima, ma rischiosa.
Io amo il rischio quando è alto, calcolato e sostenuto da una visione. Ma esiste un confine sottilissimo tra coraggio e superbia.
La superbia nasce quando la convinzione di avere costruito qualcosa di importante diventa la convinzione che sia sufficiente per qualsiasi circostanza.
Una stagione è oltre cinquanta partite, tra infortuni, squalifiche, stanchezza e imprevisti. Non puoi eliminarli. Puoi però prepararti meglio ad affrontarli.
Ed è anche per questo che, a malincuore, rimpiango Micheli: una grande società deve avere uomini capaci di leggere il calcio oltre il singolo calciatore e anticipare ciò che può accadere a una rosa.
Avere una rosa forte ti dà possibilità. Una rosa profonda ti dà margine. Il Napoli ha scelto un margine più stretto di quello che avrebbe potuto avere.
Questa non è più la squadra che poteva sorprendere. È la squadra che tutti vogliono battere. Dopo due Scudetti, una Supercoppa e una nuova Champions League, era il momento di andare addosso alle concorrenti.
Non per il centenario. Non per la piazza. Per proteggere ciò che hai costruito.
La stagione deve ancora raccontare tutto: sarebbe ridicolo emettere sentenze il 1° settembre. Ma si può giudicare la scelta.
La scelta, per me, è stata presuntuosa.
Aurelio De Laurentiis dovrebbe ricordare anche un'altra cosa.
Delle smanie dei tifosi può infischiarsene.
Ma ciò che vede il tifoso lo vedono anche gli addetti ai lavori, i calciatori e lo spogliatoio.
Continuerò a considerare questa squadra forte e competitiva e mi augurerò che tutti i suoi uomini stiano bene.
Ma se qualcosa dovesse andare storto, non potremo chiamarla soltanto sfortuna: il rischio era prevedibile e almeno in parte evitabile.
Il Napoli aveva la possibilità di aggiungere esperienza, personalità e profondità senza cambiare strategia. Ha scelto di non farlo.
Ed è qui che la superbia diventa stupida.
Io amo il rischio. Ma deve avere una ragione.
Quando invece puoi ridurlo e decidi di non farlo, non è più coraggio.
È presunzione.
Pensare che una rosa possa restare integra e competitiva per oltre cinquanta partite solo perché hai fiducia nei tuoi uomini...
non è una strategia.
È 'na strunzat.
E questa volta è una strunzat enorme.
Talmente enorme da essere quasi grande quanto tutto ciò di bello che il Napoli ha costruito.
@ADeLaurentiis ,
Chest è ‘Na Strunzat.
Statt accort non dei tifosi,
Ma dei tuoi stessi uomini.
E bbuon fann chesta vota. Perché non li hai rispettati.
FNVPN 🔹
#VeneziaNapoli: l’analisi tattica della gara.
La squadra di #Nicola ha molte più insidie di ciò che recita la classifica: ecco a cosa deve stare attento #Allegri.
✍🏻 @_FCAST7
https://t.co/PmvsvAaJlW
Che giocatore meraviglioso. Quanto mi piace la preparazione di ogni gestione. Ricezione. Come molleggia. Come dosa. La postura . La rapidità di pensiero anche fronte ad eventuali errori. Altra dimensione. Oggettivo. Senza considerare che l’intero comparto tecnico al principio di ogni dinamica si affidi a lui.
Totalitario ,
Kevin ❤️
Il #Napoli di #Allegri è atteso da un esame importantissimo.
Dalle ripartenze ai giocatori tecnici: ecco cosa temere della squadra di #Alvini
➡️ https://t.co/xYDzcIyW52
✍🏻 @_FCAST7
Il ventennio #DeLaurentiis ha sottratto nuove generazioni di tifosi napoletani a #Milan#Inter e #Juventus.
Ma campioni, scudetti e spettacolo hanno tirato su una platea viziata e irriconoscente: il tifo a #Napoli ha perso dignità.
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✍️🏻@vincbarretta
Che giocatore meraviglioso. Quanto mi piace la preparazione di ogni gestione. Ricezione. Come molleggia. Come dosa. La postura . La rapidità di pensiero anche fronte ad eventuali errori. Altra dimensione. Oggettivo. Senza considerare che l’intero comparto tecnico al principio di ogni dinamica si affidi a lui.
Totalitario ,
Kevin ❤️
Diego Armando Conte.
A volte basta ascoltare Aurelio De Laurentiis per capire, per contrasto, quanto sia stata particolare la presenza di Antonio Conte a Napoli.
Dopo l’ennesima intervista odierna del patron, tra progetti, centro sportivo, stadio, futuro del club e riflessioni sul calcio italiano, mi è tornata in mente una cosa che forse non abbiamo compreso fino in fondo mentre la stavamo vivendo: la potenza di Antonio Conte non è stata soltanto quella dell’allenatore, ma quella dell’uomo capace di entrare nel sistema Napoli e di creare un equilibrio nuovo.
De Laurentiis è una figura difficilmente catalogabile nella definizione tradizionale di presidente. Negli anni ha parlato di tutto: mercato, allenatori, calciatori, procuratori, istituzioni, Serie A, UEFA, FIFA, stadi, infrastrutture. Ha costruito una società vincente, ma anche rapporti e contrapposizioni praticamente in ogni ambiente del calcio. È il suo modo di essere. Una presenza costante, fortissima, spesso protagonista anche oltre i confini della semplice proprietà.
Poi è arrivato Conte.
E, forse per la prima volta, c’era qualcuno abbastanza forte da non farsi inglobare da quella personalità.
Conte non aveva bisogno di essere presidente, direttore sportivo o dirigente. Gli bastava essere l’allenatore. Ma voleva esserlo fino in fondo. La squadra, lo spogliatoio, la preparazione, la disciplina, le esigenze tecniche e la responsabilità dei risultati erano il suo territorio. E proprio perché si prendeva tutto quel peso sulle spalle, pretendeva che quel territorio rimanesse suo.
È qui che, secondo me, si trova la vera particolarità del rapporto con De Laurentiis.
Conte non lo ha combattuto. Non lo ha ridimensionato. Non ha cercato di sostituirsi a lui.
Lo ha semplicemente costretto, attraverso la propria autorevolezza, a fare il presidente.
De Laurentiis aveva la società, le strategie, i conti, gli investimenti, le infrastrutture, il business planning e la visione imprenditoriale. Conte aveva il campo. E per una volta due personalità enormi sembravano avere un confine molto chiaro davanti a sé.
Il risultato lo conosciamo: uno Scudetto, una Supercoppa e due qualificazioni in Champions League.
Ma forse oggi, a qualche mese dalla separazione, possiamo comprendere meglio quanto quella presenza fosse importante anche al di fuori del campo.
Perché De Laurentiis è tornato a parlare di tutto. Ancora una volta progetti, stadio, centro sportivo, futuro, sistema calcio, istituzioni, idee e confronti. Nulla di nuovo, sia chiaro: è il suo modo di essere presidente. Ma proprio per questo viene spontaneo chiedersi quanto, durante l’esperienza Conte, quella enorme presenza fosse stata naturalmente contenuta da un uomo che non aveva bisogno di lasciare nemmeno un centimetro del proprio territorio.
Ed è qui che nasce il paradosso.
Forse Conte è stato uno dei pochissimi uomini capaci di accrescere De Laurentiis proprio perché non ha mai cercato di prenderne il posto.
Gli ha lasciato il suo potere e ha difeso il proprio.
Gli ha permesso di essere più presidente perché lui si assumeva completamente la responsabilità di essere allenatore.
Non un antagonista.
Un contrappeso.
E forse questa è stata la sua vittoria più importante.
Perché un grande presidente non deve necessariamente occuparsi di tutto: deve avere la forza di affidare il proprio club a uomini abbastanza autorevoli da poter esercitare il loro potere senza essere schiacciati dal suo.
Conte, a Napoli, forse è stato esattamente questo.
Un uomo capace di stare accanto ad Aurelio De Laurentiis senza farsi schiacciare dalla sua personalità e senza avere bisogno di combatterla.
E oggi, ascoltando l’ennesima intervista del patron, questa cosa mi sembra ancora più evidente.
Forse certe dinamiche si comprendono davvero soltanto quando una persona non c’è più.
Questa era la riflessione che avevo dentro e che volevo condividere con voi, dragoni.
Buonanotte a tutti.
Semplicemente riflettevo su un unico aspetto: l’unico uomo che, a Napoli, ADL ha davvero “subito” è stato Antonio Conte. Punto. Tutto il resto è contorno. Le dichiarazioni odierne, seppur abbiano fatto da scintilla alla mia riflessione, valgono zero. Non è questo il punto del discorso. :)
@_FCAST7 Francesco vero è che da quando è andato via è tornato quello di prima ma con le dichiarazioni di oggi non mi sembra che abbia invaso il campo di Allegri, ha solo rifatto il chiacchierone senza freni. Io credo che effettivamente Conte gli aveva chiesto di limitare le sue orazioni
Diego Armando Conte.
A volte basta ascoltare Aurelio De Laurentiis per capire, per contrasto, quanto sia stata particolare la presenza di Antonio Conte a Napoli.
Dopo l’ennesima intervista odierna del patron, tra progetti, centro sportivo, stadio, futuro del club e riflessioni sul calcio italiano, mi è tornata in mente una cosa che forse non abbiamo compreso fino in fondo mentre la stavamo vivendo: la potenza di Antonio Conte non è stata soltanto quella dell’allenatore, ma quella dell’uomo capace di entrare nel sistema Napoli e di creare un equilibrio nuovo.
De Laurentiis è una figura difficilmente catalogabile nella definizione tradizionale di presidente. Negli anni ha parlato di tutto: mercato, allenatori, calciatori, procuratori, istituzioni, Serie A, UEFA, FIFA, stadi, infrastrutture. Ha costruito una società vincente, ma anche rapporti e contrapposizioni praticamente in ogni ambiente del calcio. È il suo modo di essere. Una presenza costante, fortissima, spesso protagonista anche oltre i confini della semplice proprietà.
Poi è arrivato Conte.
E, forse per la prima volta, c’era qualcuno abbastanza forte da non farsi inglobare da quella personalità.
Conte non aveva bisogno di essere presidente, direttore sportivo o dirigente. Gli bastava essere l’allenatore. Ma voleva esserlo fino in fondo. La squadra, lo spogliatoio, la preparazione, la disciplina, le esigenze tecniche e la responsabilità dei risultati erano il suo territorio. E proprio perché si prendeva tutto quel peso sulle spalle, pretendeva che quel territorio rimanesse suo.
È qui che, secondo me, si trova la vera particolarità del rapporto con De Laurentiis.
Conte non lo ha combattuto. Non lo ha ridimensionato. Non ha cercato di sostituirsi a lui.
Lo ha semplicemente costretto, attraverso la propria autorevolezza, a fare il presidente.
De Laurentiis aveva la società, le strategie, i conti, gli investimenti, le infrastrutture, il business planning e la visione imprenditoriale. Conte aveva il campo. E per una volta due personalità enormi sembravano avere un confine molto chiaro davanti a sé.
Il risultato lo conosciamo: uno Scudetto, una Supercoppa e due qualificazioni in Champions League.
Ma forse oggi, a qualche mese dalla separazione, possiamo comprendere meglio quanto quella presenza fosse importante anche al di fuori del campo.
Perché De Laurentiis è tornato a parlare di tutto. Ancora una volta progetti, stadio, centro sportivo, futuro, sistema calcio, istituzioni, idee e confronti. Nulla di nuovo, sia chiaro: è il suo modo di essere presidente. Ma proprio per questo viene spontaneo chiedersi quanto, durante l’esperienza Conte, quella enorme presenza fosse stata naturalmente contenuta da un uomo che non aveva bisogno di lasciare nemmeno un centimetro del proprio territorio.
Ed è qui che nasce il paradosso.
Forse Conte è stato uno dei pochissimi uomini capaci di accrescere De Laurentiis proprio perché non ha mai cercato di prenderne il posto.
Gli ha lasciato il suo potere e ha difeso il proprio.
Gli ha permesso di essere più presidente perché lui si assumeva completamente la responsabilità di essere allenatore.
Non un antagonista.
Un contrappeso.
E forse questa è stata la sua vittoria più importante.
Perché un grande presidente non deve necessariamente occuparsi di tutto: deve avere la forza di affidare il proprio club a uomini abbastanza autorevoli da poter esercitare il loro potere senza essere schiacciati dal suo.
Conte, a Napoli, forse è stato esattamente questo.
Un uomo capace di stare accanto ad Aurelio De Laurentiis senza farsi schiacciare dalla sua personalità e senza avere bisogno di combatterla.
E oggi, ascoltando l’ennesima intervista del patron, questa cosa mi sembra ancora più evidente.
Forse certe dinamiche si comprendono davvero soltanto quando una persona non c’è più.
Questa era la riflessione che avevo dentro e che volevo condividere con voi, dragoni.
Buonanotte a tutti.
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✍🏻 @_FCAST7
#NapoliBologna è un test da non sbagliare per #Allegri.
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