Je me suis fait connaître sur X pour mes analyses de la construction du wokisme.
Aujourd'hui, je vais vous expliquer ce que la gauche est en train de tenter. Regardez bien cette image. Ce n'est pas un fait divers. C'est une méthode.
La gauche a toujours eu besoin de la jeunesse. Pas pour l'élever. Pour s'en servir. Un adolescent a de l'énergie, de la colère, un besoin d'appartenance et presque aucun recul. C'est le carburant idéal pour qui veut prendre le pouvoir sans avoir à convaincre des adultes.
Ce que vivent nos lycéens aujourd'hui, c'est une double manipulation.
La première est douce. C'est celle de la gauche progressiste, celle que Macron incarne. Elle a passé des années à expliquer à cette génération que la société est une machine à oppression, que l'autorité est suspecte, que l'exigence est une violence et que tout lui est dû. Elle a démoli les repères, puis s'étonne que plus rien ne tienne.
La seconde est brutale. C'est celle de la gauche radicale, celle que Mélenchon incarne. Elle récolte ce que la première a semé. Elle transforme le ressentiment en mobilisation, la mobilisation en rapport de force, et regarde des gamins de 16 ans faire le sale boulot devant les caméras. Des députés insoumis ont soutenu ce mouvement de blocage. Aujourd'hui, c'est la porte d'un lycée qui brûle à Roubaix.
L'une prépare le terrain. L'autre allume la mèche.
Rien de nouveau. Staline avait les Komsomols et les Pionniers. Il a fait de Pavlik Morozov, un gamin présenté comme ayant dénoncé son propre père, un héros national. Le message était limpide : ta loyauté va au Parti, pas à ta famille. Trente ans plus tard, Mao lâchait les Gardes rouges sur les professeurs, les parents, les livres. Des adolescents ont humilié, battu, parfois tué ceux qui étaient censés les instruire. Chaque fois, la même logique : couper la jeunesse de la transmission, puis la retourner contre la société qui l'a portée.
Et la gauche a compris une chose que beaucoup refusent encore de voir. La France arrive au bout d'un cycle. Il ne reste que deux issues.
La première : la fin de l'hégémonie collectiviste. Le retour de l'ordre, du mérite, de l'autorité de celui qui sait sur celui qui apprend. Un pays qui fonctionne à nouveau.
La seconde : la fragmentation. Des communautés qui ne se parlent plus, un État qui ne tient plus rien, des institutions qui brûlent une à une.
Le Liban ou Singapour.
Le Liban, on l'appelait la Suisse du Moyen-Orient. Il s'est défait faction par faction, jusqu'à l'effondrement. Singapour était un marécage sans ressources. Il est devenu l'un des pays les plus prospères du monde par l'ordre, le mérite et l'exigence.
Il n'y aura pas d'intermédiaire. Pas de tiède. Pas de « en même temps ».
La gauche le sait. C'est pour ça qu'elle envoie les enfants en première ligne.
À nous de choisir, avant qu'on choisisse pour nous.
Se Mattarella avesse detto: "Il principio delle quote immigrati nelle classi può essere consigliato ma non imposto per legge" sarebbe stato totalmente coerente.
Invece ha parlato di virtù morali assolute facendo un alto richiamo ai valori indiscutibili della UE in pieno stile "Non si invochi!" e quindi ha contraddetto la sua stessa circolare di anni fa.
La cosa sta così e il resto è propaganda elettorale. Fine.
Chi risarcisce adesso @VittorioSgarbi ?
Assolto. Fatto che non costituisce reato. Archiviato il resto. Corte dei Conti: niente danno erariale.
Fine.
Ora la domanda che i paladini della “verità” evitano come la peste: chi paga il conto? Non il quadro. Non il Seicento. Non Rutilio Manetti, che almeno è morto da quattrocento anni e non può più essere processato in prima serata.
Paga Sgarbi.
Ha pagato la carica. Ha pagato la reputazione. Ha pagato la salute. Ha pagato mesi di fango, dimissioni, depressioni, corpo che si sbriciola in diretta, mentre qualcuno in studio metteva la musica da ladri e spiegava al Paese che il sottosegretario teneva in salotto la refurtiva. Report ha fatto il suo mestiere, dicono.
Il mestiere, però, non è trasformare un’ipotesi in sentenza e poi, quando arriva l’assoluzione, alzare le spalle e scrivere: «A prescindere dalla sentenza, possedeva un’opera rubata».
A prescindere dalla sentenza.
La frase più onesta e più infame insieme: abbiamo già deciso, il giudice è un optional.
Il Fatto ha martellato. Puntate su puntate. Articoli a raffica. Diffide ignorate. Interviste all’angolo, sottofondo da giallo, insinuazioni da dossier. Poi il processo fa il suo corso e scopre che il teorema non regge. E adesso? Silenzio da cattedrale. Nessuna puntata speciale dal titolo Ci siamo sbagliati. Nessun banner. Nessun “scusate il disturbo, professore, può tornare a vivere”.
Chi risarcisce? Ranucci? Mackinson? Bonaccorsi? La Rai, che ha messo il servizio pubblico al servizio di una gogna? L’Antitrust che ha aperto, il ministero che ha tremato, i talk che hanno chiesto le dimissioni con il sorriso di chi ha già visto il film? Nessuno.
Perché in Italia il danno mediatico è l’unico reato senza risarcimento. Si può rovinare un uomo in diretta, spingerlo fuori dal governo, lasciarlo a pezzi, e quando il giudice dice “no” si replica che l’interesse pubblico resta. L’interesse pubblico di chi, esattamente?
Di chi ha già incassato ascolti, like, moralismo e carriera. Sgarbi non è un santo. Non lo è mai stato. Insultava, esagerava, si metteva in mostra. Ma l’assoluzione non è un’opinione: è un atto. E un atto del genere, dopo due anni di fango, dovrebbe almeno produrre una domanda decente: adesso chi gli restituisce quello che gli avete tolto prima della sentenza?
La risposta, lo sappiamo tutti, è nessuno.
Il metodo funziona così: prima si condanna, poi eventualmente si assolve.
Il risarcimento, quello vero, non arriva mai. Resta solo un uomo più magro, più stanco, e una trasmissione che può già preparare la prossima puntata.
Bravi.
Veramente bravi.
La guerra è finita. Non sul campo, dove ancora si muore, ma nella realtà dei rapporti di forza. La Russia l’ha vinta. L’esercito ucraino agonizza. A Washington lo hanno capito. In Europa no. O fingono di non capirlo, che è peggio.
Il fatto più osceno non è Kiev che resiste a oltranza. Non è Washington che cerca un’uscita per mascherare la sconfitta. Il fatto più osceno è l’Europa. Una classe dirigente colta da una frenesia bellicista che non ha più obiettivo, non ha più industria, non ha più soldati, non ha più strategia. Solo slogan. Solo morale da commedia. Solo la pretesa di continuare una guerra che altri hanno già deciso di chiudere.
Si parla di «minaccia esistenziale». Si parla di carri russi a Lisbona. Si parla come se la geografia fosse un optional e la demografia un dettaglio da salotto. Un paese di diciassette milioni di chilometri quadrati, con una popolazione in calo e uno Stato che fatica già a occupare il proprio territorio, non ha alcuna intenzione di invadere l’Europa. Non ha i mezzi. Non ha il desiderio. Non ha l’interesse. Chi racconta il contrario non fa analisi. Fa propaganda.
Mosca raggiungerà i suoi obiettivi. Fino a Odessa. Poi si fermerà. Non per bontà. Per calcolo. Perché una potenza fragile dal punto di vista demografico non si lancia in un’avventura continentale. Perché il suo problema è la sicurezza del Mar Nero, non la conquista di Berlino. Perché chi ha pagato un tributo di sangue non spreca il resto in una fantasia da editoriale.
Il resto è teatro. L’Europa fornisce armi e fatture. Non decide. Sogna di vincere una guerra che ha già perso al fianco di chi ora cerca di uscirne. Accusa di «capitolazione» chi guarda i numeri. Chiama «realismo» la propria cecità. Confonde la Nato con uno scudo, quando è prima di tutto un dispositivo di controllo.
La questione è chi ha voluto questa guerra, chi l’ha condotta per procura, chi ha spezzato l’asse energetico europeo, e chi oggi pretende di continuare il massacro per non ammettere di aver sbagliato tutto.
Quando la sconfitta sarà ufficiale, non basterà cambiare comunicato. Bisognerà spiegare perché un continente intero ha preferito l’isteria alla geografia, la predica al calcolo, e la guerra degli altri al proprio interesse. Fino ad allora, il coro continuerà. Più alto. Più vuoto. Più pericoloso.