Il 7 ottobre 2023 Motaz Azaiza era a Gaza con la macchina fotografica in mano. Ha visto arrivare un mezzo delle Brigate al-Qassam, il braccio armato di Hamas, con dentro gli ostaggi appena rapiti in Israele. Ha visto la folla circondarli e picchiarli. Li ha seguiti e ha filmato.
Poi ha deciso che quel video il mondo non doveva vederlo.
Non l'ha nascosto per rispetto delle vittime, né perché dubitasse della sua autenticità. Lo dice lui stesso: temeva che Israele identificasse chi picchiava. Ha protetto gli aggressori. Le persone pestate e le loro famiglie, che per mesi non hanno saputo nulla, nel suo ragionamento non compaiono.
Intanto il mondo lo copriva di premi. Nel 2023 GQ Middle East lo ha nominato Uomo dell'anno, TIME ha messo una sua foto tra le 10 dell'anno, i Lucie Awards gli hanno dato l'Impact Award e la tv di Stato turca TRT il premio "Communicator". Nel 2024 è entrato nella lista TIME delle 100 persone più influenti del mondo. Lo stesso anno la Regione Normandia gli ha consegnato il Prix Liberté, con un assegno da 25.000 euro. La motivazione era il suo impegno per la libertà di stampa e il diritto all'informazione.
Il diritto all'informazione. Quel video, intanto, non l'ha visto nessuno.
Nella stessa intervista Azaiza critica la leadership di Hamas. Racconta anche che, quando qualcuno a Gaza parla male di Hamas davanti a una telecamera, i giornalisti intorno spengono. Questa è la testimonianza di chi da Gaza ha raccontato la guerra al mondo, e non quella di un propagandista israeliano.
Per due anni ci hanno chiesto di credere alle immagini che arrivavano da Gaza, senza domande. Oggi sappiamo che una parte di quelle immagini veniva scelta, e che un'altra parte veniva tenuta nascosta.
La domanda non è più se qualcosa ci è stato nascosto. È quanto.
Fonte: Motaz Azaiza, podcast "Taqarrab" di Ahmed Biqawi, settembre 2026, traduzione dall'arabo di MEMRI TV; The Jerusalem Post, 20 settembre 2026
Un tempo le uniche partite trasmesse in tv erano quelle di Coppa dei Campioni.
A 21 anni, era normale restare incantati davanti al Real Madrid di Puskás, Gento e Di Stéfano. Meno normale affrontarli in finale.
Prima di Inter-Real Madrid, Luis Suárez dovette scuotere Sandro Mazzola: «Noi andiamo a giocare. Tu resti qui a guardare?».
Risposta? 3-1 e doppietta ai blancos.
Sandro era un figlio dell’Inter, quasi letteralmente. Perse suo padre Valentino a sei anni nella tragedia di Superga e Veleno Lorenzi lo prese sotto la sua ala.
«L’Inter mi ha dato una cosa che non aveva prezzo: una possibilità». Mazzola la ripagò con 565 presenze e una sola maglia.
Dopo quella finale di Vienna, Puskás gli regalò la sua maglia: «Ho visto giocare tuo padre. Sei degno di lui».
Portava un cognome leggendario e con classe, tenacia e perseveranza ha reso leggendario anche il suo nome.
Se ne è andato nel giorno dei 100 anni di San Siro, lui che lì aveva vinto la Coppa dei Campioni.
Oggi Milano lo saluta per l’ultima volta.