@RobertoBurioni@yesterdaypills Si dice che seguisse i movimenti delle chiappe di Paul per andare a tempo e capire a che punto fosse del pezzo che stava suonando...Ringo è il n. 1 totale
Mio padre è morto giovedì. Sono passati quattro giorni.
Lo dico piano, quasi senza voce, come se le parole potessero spezzarsi mentre escono. È morto. Non c’è più. Non risponde al telefono. Non posso più chiedergli come sta oggi, se si ricorda come si sistemava quella presa del corridoio, se anche lui, alla mia età, si sentiva stanco così. Eppure ogni tanto il pensiero mi scappa: “lo chiamo dopo”. Poi mi blocco. Resto lì, col gesto a metà, e il vuoto si apre, senza preavviso.
Ho più di cinquant’anni. Eppure non mi sento pronto. Non c’è preparazione possibile. Si crede di sapere cosa significa perdere un genitore finché non accade. E quando accade, cambia tutto. Si spezza qualcosa che reggeva dentro, qualcosa che non sapevi nemmeno di avere. Mi muovo, faccio quello che va fatto. Ma sotto, sotto c’è il silenzio. Quello vero. Quello irreversibile.
Non è un dolore che si può raccontare con precisione. È una mancanza che si allarga come una macchia. Stamattina, ad esempio, ho pensato che gli sarebbe piaciuta questa luce. E subito dopo ho sentito quel vuoto acido allo stomaco. Perché non glielo potrò mai più raccontare. Non ci sarà un’altra occasione. È finito.
L’ho visto entrare nel forno crematorio. Un’ora dopo c’era un’urna. Un mucchietto di cenere. Una targhetta con un numero. Ottantasei anni di vita, di memoria, di lavoro, d’amore… tutto lì dentro. E mi sono chiesto: è tutto qui?
Nietzsche scriveva: «colui che ha un perché per vivere può sopportare quasi ogni come». Ma quando muore un padre, quel perché si frantuma. E resti tu. Solo. Senza direzione. Con un’urna in mano e troppe domande. E nessuna risposta.
Si diventa il bordo dell’albero genealogico. Dopo di te, il nulla. Tocca a te, adesso. Tocca ai tuoi figli, un giorno, tenere in mano un’urna con un numero. Come io tengo la sua.
Qualcuno, da qualche parte, ha scritto della morte come del tratto fondamentale dell’esistenza. Ma finché tuo padre è vivo, sono solo parole. Adesso no. Adesso è la mia pelle. Adesso è la mia voce che si spezza.
E ho paura. Ho paura che ricordare ogni giorno lo tenga vivo. Ma ho anche paura che col tempo il suo volto si sfochi. Come una foto lasciata al sole. Una linea alla volta, un dettaglio alla volta, fino a diventare un’ombra vaga, un’impressione.
Non so come si fa. Come si convive con l’assenza. Come si supera il bisogno improvviso di riascoltare la sua voce. Di raccontargli qualcosa di inutile. Di sentirsi ancora figlio.
Vengono a trovarmi e mi dicono che il dolore si attenua. Che il tempo aiuta. Ma io non voglio che aiuti a dimenticare. Non voglio che la sua voce si faccia nebbia. Voglio ricordarlo nitido. Voglio che quello che ha lasciato in me, anche quando non lo capivo, anche quando mi faceva arrabbiare, resti vivo.
E allora immagino che il lutto possa essere questo: non dimenticare. Ma imparare a vivere insieme alla mancanza. Farle posto. Lasciarle spazio. Non combatterla. Non ignorarla. Riconoscerla come parte di sé. Come una stanza nuova, silenziosa, che prima non esisteva.
Rainer Maria Rilke scriveva che «la vera patria dell’uomo è l’infanzia». E io oggi sento che, con mio padre, è morta anche una parte di quella patria. La chiave di casa, da adesso, ce l’ho io. E tocca a me decidere cosa farne.
Forse posso cederla a chi viene dopo. Ai miei figli. Non come eredità di dolore, ma come qualcosa che resta. La cura. La presenza. Le parole semplici. Anche quelle che non ho mai detto, ma che forse è ancora possibile dire. Adesso.
Dite tutto, adesso. Anche le cose banali. Anche un “ho pensato a te stamattina”. Perché a un certo punto non le potrete più dire.
E quel silenzio, credetemi, pesa come una montagna.
Non è per via della gloria, che siamo andati in montagna, a far la guerra. Di guerra eravam stanchi, di patria anche. Avevamo bisogno di dire: lasciateci le mani libere, i piedi, gli occhi, le orecchie; lasciateci dormire nel fienile, con una ragazza.
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@Dischivolanti