Di Renzi Picierno Fiano o altri simili
NON ME NE FREGA UN CAZZO.
Per me non esistono, non leggo le puttanate che dicono, non le riporto, non ho nessun interesse a sapere cosa fanno.
Se la pensate come me, per favore non dategli visibilità.
Grazie ☺️
209 miliardi di euro dal PNRR.
Una cifra enorme. Storica. Irripetibile.
Eppure l’Italia continua ad arrancare: salari fermi, giovani che emigrano, sanità in crisi, imprese soffocate e crescita tra le più basse d’Europa.
Nel frattempo, la propaganda cerca un colpevole comodo: Giuseppe Conte.
Ma dopo anni di governo, una domanda resta inevitabile:
se con 209 miliardi non siete riusciti a cambiare il Paese, il problema non è chi quei fondi li ha ottenuti…
il problema è chi li ha gestiti.
Tra ritardi, sprechi, tagli sociali e priorità discutibili, l’occasione più importante degli ultimi decenni rischia di trasformarsi nell’ennesima occasione persa.
L’Italia non ha bisogno di slogan.
Ha bisogno di risultati.
#PNRR #Meloni #Conte #PoliticaItaliana #GovernoMeloni #Italia #Economia #PoliTalk #FrancescoCappello
Meloni ha promesso armi per 84 miliardi in 10 anni
di Michela A. G. Iaccarino
“Entro 10 anni l’Italia dovrebbe investire in armi 84 miliardi”
Intervista a Fabrizio Battistelli dell’Iriad: “Per le finanze dell’Ue il piano di riarmo 2030 è insostenibile”
Ottantaquattro miliardi: la cifra è mastodontica; quasi inimmaginabile. Ma ancor di più lo è un’altra: 119 miliardi. Questi numeri (sono previsioni ipotizzate in base all’andamento del Pil) sono quanto l’Italia dovrebbe destinare alla produzione di armamenti e spese militari. Sempre maggiori investimenti, in nome della tutela della sicurezza collettiva, vengono chiesti a tutti gli Stati Ue. Lo spiega Fabrizio Battistelli, professore onorario di Sociologia all’Università di Roma Sapienza e presidente e cofondatore di Iriad, Istituto di Ricerche Internazionali Archivio Disarmo. Il prossimo 5 giugno, l’accademico esperto di sociologia dei conflitti e dei processi di pace, sarà alla Camera con l’eurodeputato della S&D Marco Tarquinio, per presentare il report commissionato da quest’ultimo, dal titolo Europa: quale difesa? Rapporto di ricerca di Archivio Disarmo.
Professore, come valuta l’ipotesi di un progressivo coinvolgimento di Kiev nei meccanismi della Difesa europea, secondo la proposta avanzata dal commissario europeo alla Difesa Kubilius?
L’ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea, nel contesto attuale, è improponibile. Al di là delle numerose ragioni di ordine generale che l’adesione solleverebbe – a cominciare dalle conseguenze dell’adesione di un grande Paese, massimo produttore agricolo in Europa, tutte da negoziare – esistono norme, procedure e consolidate prassi politiche che impediscono l’ingresso di Stati coinvolti in conflitti armati nell’Unione europea, proprio come nella Nato. In prospettiva, l’entrata dell’Ucraina nell’Unione, invece che nella Nato, è una collaudata e ragionevole proposta avanzata da molti attori, ma purtroppo mai nel momento giusto.
In questa fase storica, particolarmente complessa e difficile per l’Unione, già segnata dalle conseguenze economiche della guerra in Ucraina e dell’instabilità in Medio Oriente, ritiene realistico il progetto di un significativo riarmo europeo?
Il riarmo, come delineato da Rearm Europe-Readiness 2030, è molto difficile da realizzare per i Paesi frugali con ampi spazi fiscali, ma è letteralmente impraticabile per economie fortemente indebitate come la nostra.
Ma l’Italia disporrebbe realmente delle risorse finanziarie necessarie per sostenere un aumento strutturale della spesa militare senza compromettere investimenti strategici?
Facendo i conti, vorrebbe dire che l’Italia sarebbe chiamata a investire, ipotizzando tassi di crescita del Pil costanti, in dieci anni, 84 miliardi in più (nella versione 3,5% per la difesa) e 119 (in quella 5% con 1,5 per la sicurezza). Insomma, stiamo parlando di una cosa impossibile.
La Casa Bianca di Donald Trump non usa mezze misure quando abbaia contro gli alleati europei a cui richiede di destinare il 5% del Pil alla Difesa, ma non un solo Parlamento ha sostenuto che le risorse necessarie non sono disponibili.
Un po’ tutti i premier europei della Nato hanno fatto con Trump sul riarmo quello che la presidente del Consiglio Meloni ha fatto nella politica in generale: gli hanno detto di sì sperando di non dover fare seguire alle parole i fatti. Ora dovranno spiegarsi, dirlo ai rispettivi Parlamenti e soprattutto ai rispettivi elettorati.
Quanto conta oggi, nella percezione collettiva, la corsa al riarmo?
Venerdì, tra tre giorni, Archivio Disarmo presenta a Roma i risultati di una ricerca sulla difesa europea. Abbiamo fatto una scoperta.
Quale?
Se si chiede ai cittadini se sono favorevoli a una difesa europea, la maggioranza dei rispondenti risulta d’accordo. Ma se si segnala che questo comporta una riduzione del welfare, la maggioranza è contraria. Il dilemma di oggi, simile a quello di ieri, è questo: cure o cannoni?
A parole l’Italia ripudia la guerra. Nella realtà l’Italia è diventata la casa vacanze dei terroristi peggiori del pianeta: i soldati dell’Idf. Leggete qui 👉 https://t.co/PEU23tKbmD e iscrivetevi al mio canale Substack
Meloni: “Primato europeo dell’Italia sul Pnrr”. Il Financial Times: “Il piano che doveva spingere l’economia è stato un fallimento” - leggi
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L’inchiesta su Zapatero sostenuta dall’Homeland Security americana viene letta nelle cancellerie europee come un messaggio a tutti i governi che hanno sfidato Trump. Nelle cancellerie europee gira una battuta diventata improvvisamente molto seria: “Il problema non è perdere le elezioni. Il problema è finire nel radar americano”.
Ed è esattamente questo il clima che si sta respirando tra Bruxelles, Madrid, Parigi e perfino Roma dopo l’esplosione del caso che sta travolgendo l’ex premier socialista spagnolo José Luis Rodríguez Zapatero, padre politico di Pedro Sánchez. Perché a far tremare i palazzi del potere europeo non è soltanto l’inchiesta per traffico di influenze, riciclaggio e fondi opachi legati al salvataggio della compagnia Plus Ultra. No.
Il dettaglio che ha gelato mezzo continente è un altro: l’intervento diretto del Dipartimento per la Sicurezza Interna degli Stati Uniti, il potentissimo DHS, che ha collaborato ufficialmente con la polizia spagnola fornendo elementi investigativi decisivi. Tradotto dal linguaggio diplomatico: Washington ha acceso il faro. E quando Washington accende il faro, soprattutto nell’era trumpiana, nessun leader europeo dorme tranquillo.
A Washington il vero bersaglio politico non sarebbe soltanto Zapatero.