🚨🇮🇹🇷🇺 A maggior ragione dopo i riferimenti all'#Italia di Vladimir #Putin, ritengo importante portare all'attenzione alcuni estratti dell'intervento pronunciato dall'ammiraglio #CavoDragone, capo di Stato Maggiore della Difesa, poche ore fa.
Riassumerei il tutto questo titolo: "È ora di svegliarsi".
Ecco le sue parole:
"La difesa della libertà è doverosa, necessaria, e riguarda tutti. Da #Kyiv, dove sono stato recentemente in visita, la realtà che abbiamo finora vissuto, il mondo che abbiamo finora conosciuto, si percepiscono sotto una luce del tutto inedita e densa di interrogativi. C'è un Paese che combatte per la sua - e anche per la nostra - libertà di poter scegliere il proprio futuro. L'aria che si respira in #Ucraina o in Stati vicini come la #Moldavia è resa soffocante non solo dalla pressione militare russa, che non risparmia i centri abitati e le infrastrutture civili, ma da una narrativa fuorviante e incalzante a tutti i livelli, il cui obiettivo è di condizionare il libero arbitrio e quindi le libertà democratiche che ne discendono e che nessuno vuole vedersi negate. La difesa della loro e della nostra libertà non è assolutamente un concetto retorico, ma una discriminante prioritaria del nostro sostegno incondizionato all'Ucraina. Due visioni antitetiche della realtà e del mondo si contrappongono. E noi non possiamo permetterci tentennamenti o distinguo. Ne va del nostro modello di vita, dei nostri valori.
(...) Stiamo assistendo proprio in questi giorni all'intensificarsi di una strategia di disinformazione russa che vede impegnato in prima fila lo stesso #Putin. Con l'obiettivo di disorientare le nostre opinioni pubbliche attraverso la diffusione di una una narrativa fallace i cui cardini sono principalmente tre:
- l'immagine di una #Russia desiderosa di pace;
- il quadro di una guerra ormai inutile e il cui esito a vantaggio di Mosca non è più in discussione;
- la percezione di un Occidente ormai stanco di sostenere un conflitto di attrito costoso e senza speranze di successo.
L'obiettivo di Mosca è di approfittare della finestra di opportunità apertasi con l'imminente stagione di consultazioni elettorali che interesseranno anche altri Paesi atlantici dell'Occidente. Ben diversa è però la realtà dei fatti. La Russia che sperava in una "guerra lampo" si trova invece impegnata in un conflitto di attrito a lunga durata, accusando ingenti perdite, di uomini e di mezzi. Nessun obiettivo militare primario di Mosca può dirsi raggiunto. Per fare un esempio: la flotta russa del Mar Nero, che continua a subire danni importanti, ha notevolmente ridotto il suo raggio operativo. E infine: il supporto dell'economia allo sforzo bellico non sarà sostenibile a lungo alla luce di sanzioni sempre più stringenti e di un impegno finanziario per la difesa nazionale salito a circa il 6,2% del PIL, che è pari a 1/3 dell'intera spesa pubblica.
Dobbiamo guardare alla geopolitica di domani con grande realismo. La #NATO è il vero scudo di cui disponiamo per difendere la libertà e la democrazia. Il Segretario generale della NATO ha recentemente dichiarato che il confronto con la Russia avrà una portata decennale.
Da Tel Aviv, dove sono stato nelle scorse settimane e ho toccato con mano la drammaticità di una crisi che è interesse di tutti risolvere il più rapidamente possibile, si comprendono chiaramente le implicazioni della citata frase di #Stoltenberg: la guerra in Ucraina potrebbe anche finire molto prima ma in realtà gli effetti innescati da tale conflitto si sono propagati a livello globale, accelerando dinamiche e tensioni già preesistenti, come l'attuale crisi in Medio Oriente, e che richiederanno molto tempo per riassorbirsi".
C'è bisogno di informazione indipendente.
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Vi ringrazio.
Spendete 140 secondi del vostro tempo per ascoltare questo intervento di Aldo Busi a Piazza Pulita qualche anno fa, ne vale veramente la pena, semplicemente straordinario.
Ad Auschwitz si va sempre e solo a sinistra. Non c’è una volta, in oltre tre ore di visita, che Beata e poi un lunghissimo cognome polacco, guida in lingua italiana del museo del campo di sterminio nazista, dirà di andare a destra. Anzi, una volta lo dirà, cioè alla fine della visita, quando ci porterà ai resti dei forni crematori di Birkenau o se preferite Auschwitz II. D’altra parte andava così anche nella realtà del campo di sterminio. Appena scesi dai treni merce c’era la prima selezione: se il medico SS indicava a destra era la camera a gas per i più deboli, a sinistra la morte più lenta nelle baracche.
“Qui sono state ammazzate un milione e trecento mila persone, di queste oltre un milione e cento erano ebrei”. Dice “ammazzate”, non un generico “sono morte”: “ammazzate”, punto. E guardandoti negli occhi snocciola i numeri: ebrei, polacchi, prigionieri sovietici, rom, intellettuali critici, partigiani, omosessuali. Ma poi puntualizza, per anticipare fraintendimenti: “ma più del 90 per cento ebrei”.
E io guardo e non capisco. Non riesco a immaginarlo. Vedi tutto. Vedi quel che resta, quel che è stato ricostruito, le tonnellate di capelli, i quintali di occhiali, le divise macilente, le foto dei forni crematori in funzione, le perle di zyklon B (il gas letale), le baracche, vedo ma non riesco a figurarmelo.
E mi accorgo che supera la mia comprensione perché finisce sempre male e sempre senza un motivo accettabile, umanamente accettabile. Se sei la mamma che scende dal treno con i suoi bimbi e il neonato in braccio e non vuoi separarti dai tuoi piccoli, muori. Se sei un uomo con il bastone muori. Se sei piagato da un viaggio di una settimana in un vagone merci, muori. Se alla SS dici di avere tredici anni, muori. Se il tuo treno è il quinto ad arrivare a Birkenau, muori. Tu arrivi qui e muori e non c’è un perché. Muori perché sei ebreo e muori perché ingenuamente ti fidi della SS che, nello spogliatoio della camera a gas ti dice di ricordarti del numero di gancetto a cui appendi i vestiti perché poi li dovrai riprendere. Ma il poi non ci sarà. Muori settecentomila volte.
Ma mettiamo invece che la selezione la superi. Morirai, insieme ad altri cinquecento mila, ma lo farai molto più lentamente di quelli finiti subito nelle camere a gas. Morirai di fame dopo solo sei mesi di prigionia. Sei mesi dove non sarai più una persona, ma una cosa con un numero tatuato sul braccio sinistro. “Le donne sopravvissute - racconta Beata davanti a foto orribili - pesavano tra i 23 e i 35 chilogrammi, alcune sono morte perché hanno dato loro un pasto normale e il loro corpo non sapeva più assimilarlo”.
I sopravvissuti, già perché qualcuno è sopravvissuto. Gli italiani più famosi li conosciamo. 174.517 era la matricola di Primo Levi. Lo ha scritto chiaro e tondo nei suoi libri che è rimasto in vita solo per caso, per fortuna. Dei 650 con i quali arrivò da Fossoli, si salvarono in venti. 75.190 è il tatuaggio fatto sopra il polso sinistro a Liliana Segre, fa parte dei 776 ragazzini italiani arrivati ad Auschwitz quando non avevano ancora quattordici anni, lei e altri ventiquattro sono sopravvissuti.
Il sopravvissuto lo riesci a immaginare. Ne conosci il volto. I morti, alcuni, li conosci qui. Le foto nei “pigiami” a righe. Ma sembrano lapidi. Sembra un cimitero. Invece questo non è un cimitero, è un massacro. Un massacro di dimensioni tali che la parola non esiste e, anche se ti ci vuoi rifugiare in quella che sembra coniata apposta, la puoi sentire, ma non comprendere. È troppo.
“Anche noi quando pensavamo ai deportati, avevamo vergogna: non avevamo niente da rimproverarci, ma non avevamo sofferto abbastanza”.
Lo scrive Simone De Beauvoir ne I Mandarini ed è per questa frase che sono qui. Però è arrivato qui che mi accorgo dove sta l’inganno.
Io posso cercare di immedesimarmi quanto voglio per cercare di comprendere, ma io non sono un deportato. Io non sono un condannato a morte. Io qui non ci sono finito. E quindi, inequivocabilmente io sto dall’altra parte del filo spinato. Di quel filo spinato elettrificato così tanto che alcuni, esausti, vi si attaccavano per suicidarsi.
Dei miei due nonni uno era partigiano e non l’ho conosciuto, l’altro invece era scappato da Napoli con l’Armistizio e a piedi era tornato a casa in Veneto. Questo nonno l’ho conosciuto e io, beh, ero fiero dell’altro. Di quello che faceva saltare i ponti contro i nazisti e non di quello che da loro si nascondeva. Ma ero troppo piccolo e troppo vigliacco per chiedergli: “nonno ma perché tu non sparavi alle SS, come l’altro nonno”. La paura che mi ha sempre attanagliato a ogni 25 aprile era che io poi non avrei avuto il coraggio del nonno partigiano.
E qui ad Auschwitz la domanda si moltiplica per milioni di morti. È facile oggi dire da che parte sarei stato. Ma settantacinque anni fa io mi sarei chiesto come mai scomparivano i miei compagni di scuola? Avrei saputo non girare le spalle al compagno ebreo? Avrei aiutato qualcuno a fuggire? Avrei avuto il coraggio di nasconderlo? Mi sarei rifiutato di essere il macchinista di un treno del binario 21? E se fossi nato tedesco, avrei saputo oppormi alla “bestia umana”?
È evidente che non c’è risposta o non abbastanza convincente.
Il 27 gennaio del 1945 i sovietici entrarono ad Auschwitz e trovarono poco meno di otto mila prigionieri. Gli altri sessantamila erano stati obbligati dai nazisti ad una marcia di centinaia di chilometri verso altri campi, in giornate a meno dieci come oggi, pochi stracci addosso e zoccoli di legno ai piedi, morirono in quindicimila. Volevano nascondere le tracce della loro disumanità.
Il 27 gennaio è la giornata della memoria. Io il così detto “Tribunale della Storia” lo immagino con gli occhi inquirenti dei miei figli e magari domani dei figli dei miei figli, pronti alla domanda che io non ho saputo fare a quel mio nonno. E li immagino fra un po’ di anni chiedermi: “ma tu da che parte stavi?” e io so che non avrò alibi. “Da che parte stavi quando sono cominciate a ricomparire le svastiche sui muri?”, “Da che parte stavi quando le teste rasate picchiavano per strada i ragazzi omosessuali?”, “Da che parte stavi quando le croci uncinate sono ricomparse, riempiendole, le nostre piazze?”, “Da che parte stavi quando rabbino era il sinonimo di tirchio e tutti sorridevano?”, “Da che parte stavi quando i miei compagni rom scomparivano dalla classe perché il loro campo era stato sgomberato?”, “Da che parti stavi quando lo zio di Mohamed affogava in mezzo al Mediterraneo?”, “Da che parte stavi quando mal vestiti in centinaia attraversavamo le Alpi per raggiungere la Francia dall’Italia?”, “Papà, ma tu da che parte stavi?”.
“Those who do not remember the past are condemned to repeat it” (“chi non ricorda il passato è condannato a ripeterlo”) è la frase di George Santayana all’ingresso di uno dei primi blocchi di detenzione che si visitano. Ogni 27 gennaio io di quello che è stato e di quello che è cerco di avere memoria, ma, perso dalle piccolezze mie, non sono poi così sicuro di riuscirci.
William Beccaro
C’è un libro bellissimo, in giro per il mondo, che non si prende la briga di leggere nessuno. È, secondo me, il libro con le parole più pesate che mi sia mai capitato in mano, uno di quelli in cui anche le virgole hanno la tornitura di chi ci ha messo tempo, mestiere e passione.
Ha un inizio fulminante, di quelli che entrano subito nel senso della storia, senza troppi giri: “Considerato che il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo”. Famiglia umana. Inizia così. E famiglia umana è un manifesto culturale, politico, letterario. Tutto insieme. “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”: ragione e coscienza. Ecco l’accordo. Ragione e coscienza.
E poi c’è la sicurezza, anche qui, la sicurezza che riempie tutti i giornali, i dibattiti, le distorsioni. Ascoltate bene: “Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona.” Ed è una rivoluzione, perché la sicurezza va solo con con la libertà e il diritto alla vita come compagne. Non è mica la sicurezza che se ne sta sola e guardinga con la bava alla bocca che va di moda di questi tempi; questa è una sicurezza sempre allegra, in mezzo alla gente, che gira il mondo, che sorride alla vita. È simpatica, questa sicurezza raccontata così, è una con cui farci un viaggio o andarci a teatro, per dire.
Poi: “Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio paese”. Soprattutto, si legge, “ha il diritto di cercare e di godere in altri paesi asilo dalle persecuzioni”. E insieme alle persone anche le loro storie devono muoversi. Davvero. C’è il diritto di “ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere”. Le storie che devono correre in giro per il mondo senza riguardo per le frontiere sono una favola.
Parola della Dichiarazione universale per i diritti umani, firmata a Parigi il 10 dicembre del 1948, oltre settant’anni fa. Settant’anni per studiarla e sembra che non abbia fatto i compiti nessuno. Così la casa per la famiglia umana, nonostante le dichiarazioni universali è una villetta bifamiliare, triste e grigia e mal illuminata che sta nel vicolo cieco nella periferia dei nostri tormenti. Sul citofono ci sono due nomi, in stampatello, scoloriti ai bordi: casa nostra e casa loro.
Buon lunedì.
(il mio #buongiorno per @Left_rivista)
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"Quando nasci ti danno un biglietto, indecifrabile, dentro il quale c’è scritto tutto il tuo avvenire. Le malattie, gli amori, il successo, l’insuccesso, gli incontri importanti, c’è scritto tutto lì. Anche il giorno e l’ora della tua morte. È nel ticket, è nel prezzo del biglietto.
Io non capisco i miei amici quando cominciavano a diventare vecchi, cominciavano a diventare tristi. Perché non lo sapevi che s’invecchia?
Cos’è una novità? Ti devi preparare a tutto, come ti prepari alla vita quando sei giovane. Devi prepararti alla fine della vita, quando sei vecchio, senza disperazione perché è naturale.
Era già scritto.”
Andrea Camilleri
La maestra di scacchi , l'ucraina Anna Muzychuk, si è rifiutata di giocare in Arabia Saudita. Dovremmo essere tutti più come Anna.
Dice : " tra pochi giorni perderò due titoli mondiali, uno dopo l'altro, perché ho deciso di non andare in Arabia Saudita. Mi rifiuto di giocare secondo certe regole come indossare l'abaya, di essere accompagnata da un uomo per poter uscire dall'hotel, quindi non mi sento una persona di seconda classe.
"Seguirò i miei principi e non gareggerò nel campionato mondiale di scacchi e blitz veloci, dove in soli 5 giorni avrei potuto guadagnare più soldi che con dozzine di altri tornei.Tutto questo è molto spiacevole, ma la parte più triste è che a nessuno sembra importare. Sentimenti amari, ma non posso e non voglio tornare indietro''.
(Anna Muzychuk)
"E così il Consiglio dei ministri si è riunito per dare la cittadinanza italiana a quella bambina. Un atto politico polemico e clamoroso il cui esplicito significato è: la sanità inglese è spietata e vuole sopprimere una vita. Noi siamo pro-life (come se esistesse qualcuno pro-morte), e dunque siamo pronti ad accogliere quella bambina in un eccellente ospedale pediatrico, il Bambin Gesù di Roma, sottraendola alla crudeltà, o all’incompetenza, dei medici che l’hanno in cura nel suo Paese.
Che la bambina non sia curabile; che non sia trasportabile; che non sia in grado di VIVERE (a proposito di pro-life) conta poco. Conta solo l’intenzione ideologica. Noi siamo per la vita. Loro sono per la morte. E conta, certo, la fede nei miracoli. Io rispetto chi crede nei miracoli. Ma preferirei, francamente, che i miracoli non diventassero una branca della medicina, o peggio ancora articoli di legge. I miracoli sono una scelta privata, come la fede."
Michele Serra a #CTCF
Nella parte finale che manca (senza abbonamento X non fa caricare video più lunghi), Sibilla chiede alla politica e al Parlamento di dare a tutti, anche a chi non può permettersi di andare in Svizzera, di scegliere come vivere.
#suicidioassistito#finevita#SibillaBarbieri
I Santi sono quelli che tornano dopo dieci ore in fabbrica e si mettono a fare le boccacce ai figli per farli ridere.
I Santi sono quelli con dolori immensi dentro, che quando gli parli dei tuoi problemi ti stanno a sentire, senza quell'aria là, quella da "Eh, sapessi io quanto sto male!"
I Santi sono quelli che il bene che fanno lo fanno senza dirlo a nessuno.
I Santi sono quelli che si incazzano, che si alzano in piedi, che lo dicono quando vedono un'ingiustizia.
I Santi sono quelle maestre che scelgono apposta di prendere servizio nei quartieri difficili, e vanno lì e prendono a botte il male a colpi di poesie, di arte, di bellezza.
I Santi nessuno li va a santificare, ed è per questo che sono Santi.
I Santi sono sempre vivi. Anche dopo che non ci sono più.
Enrico Galiano
Mentre il paese segue la vicenda del principe consorte Giambruno, il governo azzera il fondo da 350 milioni sulla disabilità.
Nel rincoglionimento generale nessuno reagisce più.
Tutti distratti dalle cazzate di Salvini, dal gen. Vannacci e dalla coppia reale che scoppia. Pena!