"Il problema della nostra adesione all’UE è che ha prodotto una strutturale carenza di domanda aggregata: la spesa pubblica è stata contratta dall’austerità, le esportazioni sono state danneggiate dalla fissazione di un tasso di cambio divenuto sopravvalutato, i consumi non sono cresciuti a causa delle politiche di flessibilizzazione del lavoro e della crescita della disuguaglianza.
Come viene evidenziato da molta letteratura postkeynesiana, una dinamica stagnante della domanda aggregata può avere effetti negativi sia sulla crescita di lungo periodo che sulla produttività del lavoro.
Se ci aggiungiamo anche il fatto che le privatizzazioni hanno indebolito il soggetto che in Italia faceva maggiormente ricerca e sviluppo, ovvero lo Stato attraverso le sue partecipazioni, non è difficile comprendere come il nostro paese sia soffocato in un assetto che ha devastato la prosperità economica e depresso la dinamica della produttività.
Scrive l’economista olandese Servaas Storm:
'Dopo il 1992, l’Italia ha fatto più di molti altri membri dell’Eurozona per soddisfare le condizioni dell’Unione Monetaria Europea (UME) in termini di consolidamento fiscale autoimposto, riforme strutturali e moderazione dei salari reali [...]. Tuttavia, la sua stretta adesione alle regole dell’Unione Monetaria Europea ha soffocato la domanda interna e le esportazioni, portando non solo a una stagnazione economica e a un rallentamento generalizzato della produttività, ma anche a un declino relativo e assoluto in molte dimensioni fondamentali dell’attività economica. [...] Di conseguenza, il rispetto delle regole dell’Unione Monetaria Europea vincola l’economia italiana a un declino economico e all’impoverimento.'
Se non comprenderemo rapidamente come i difetti antichi dell’economia italiana stiano interagendo in maniera perniciosa con gli assetti creati da questa integrazione europea non riusciremo in alcun modo a uscire dalla crisi profonda che stanno vivendo l’economia, la società, la politica e la psicologia italiana."
(Testo tratto da Eurosuicidio, capitolo 3 "La più brava della classe: strategia italiana per il proprio tramonto", paragrafo "La devastazione politico-culturale dell’Italia", p. 98)
Mercury has no place in the mouths of our children or in modern American health care.
For decades, we have relied on a material that contains one of the world’s most toxic heavy metals when safe, effective mercury-free alternatives are widely available.
@DrOzCMS and I are replacing outdated practices with common sense and putting the health of American families first.
Volevo farvelo vedere,il raccolto di mesi di "passione"
Non è solo un lavoro ma il tentativo di lasciare bellezza.
Ovunque ci giriamo morte,violenza,cattiveria e scioccherie per due like ci entrano lentamente nelle ossa ingrigendoci.
Un po di colore,bellezza...
Io ci provo
I
Per 2000 anni non abbiamo capito il cemento romano. Nel 2023 il MIT ha trovato il trucco.
Non era solo pozzolana. Era la calce viva mescolata a caldo. Quando impasti a 900 gradi, si formano pezzetti bianchi di calce, i clasti. Quando si fa una crepa, l'acqua entra, la calce si riattiva e la chiude. Come una ferita.
Li abbiamo sempre tolti perché pensavamo fossero errori. Erano il segreto.
Abbiamo costruito per 100 anni pensando di essere più bravi. Bastava guardare al microscopio. Quante altre cose togliamo perché pensiamo siano difetti?
La France a voté la démolition de Carcassonne. Le décret est signé, la Cité doit devenir une carrière de pierres.
Nous sommes en 1850. La forteresse la plus célèbre de France est alors un taudis. Les tours servent de hangars et de garages. Cent douze maisons se sont entassées entre les deux enceintes. Les habitants ont déserté pour la ville basse, plus confortable, et les entrepreneurs du coin viennent se servir en pierres taillées.
Un homme s'y oppose seul. Jean-Pierre Cros-Mayrevieille, juriste et historien carcassonnais, né au pied des remparts. Enfant, il a vu démolir une tour de la barbacane. Ça ne l'a jamais quitté.
Il alerte, il écrit, il harcèle les ministères pendant quinze ans. Le 8 juillet 1850, le décret de déclassement tombe quand même. Il convoque le conseil municipal en urgence.
Vingt-deux jours plus tard, le décret est annulé.
Viollet-le-Duc arrive ensuite et rebâtit ce que vous voyez aujourd'hui : trois kilomètres de remparts, cinquante-deux tours, mille trois cents archères.
Sans un notable obstiné de l'Aude, il n'en resterait rien.
J’étais réticent vis-à-vis du film « La bataille de Gaulle », pas convaincu d’une capacité française de réaliser le film que méritait l’épopée de la France libre. La connaissant minutieusement, je craignais également raccourcis et contresens.
J’avais tort sur toute la ligne.
J’ai eu la gorge nouée de la première à la dernière minute du magnifique premier volet vu hier soir. En constatant au passage, que le patriotisme émotif, cela ne s’arrange pas avec l’âge, la vache !
Il paraît que de ce point de vue, la deuxième partie est encore « pire ».
Tant mieux.
La Ue ormai è collassata: riformarla è impossibile
(di Gabriele Guzzi, Il Fatto Quotidiano)
Da più parti arrivano proposte per riformare l’Unione europea. I rapporti Letta e Draghi si soffermano ad esempio sul mercato unico e sulla competitività. Quasi nessuno però mette a fuoco il problema decisivo: il contesto in cui è nata l’UE non esiste più. Essa prende forma nel clima culturale degli anni ’80 e ’90 del Novecento, dominato da tre grandi visioni del mondo: una filosofica, una geopolitica e una economica. Il problema è che tutte stanno attraversando una crisi definitiva, rendendo una riforma della UE impraticabile. Non è possibile mettere pezze a un edificio che sta collassando.
La prima di natura filosofica è la fine della storia. Le grandi battaglie erano terminate, il liberalismo aveva vinto, la storia come dialettica degli opposti si era consumata nell’uniformità armonica della globalizzazione. Ciò che si dimentica è la seconda parte del libro di Fukuyama, che si intitolava appunto “La fine della storia e l’ultimo uomo”, con il riferimento al concetto nietzschiano. Quella visione filosofica presupponeva cioè un’antropologia: un uomo comodo, anestetizzato, che si accontenta di vivere sulla reattività edonista del proprio ventre. Un uomo senza più grandi ambizioni, che poteva scorrazzare per un globo reso uguale a sé stesso. Tale visione era chiaramente collegata a una geopolitica.
E qui arriviamo alla seconda idea. L’UE è pensata nel momento unipolare statunitense. Crollata l’Unione Sovietica, il problema americano diviene controllare il continente non servendosi più della minaccia russa. L’UE rappresenta allora un vettore per gestire l’area europea dell’impero americano. Gli allargamenti all’Est Europa vengono fatti rigorosamente dopo l’entrata di quei paesi nella Nato, proprio a rimarcare la gerarchia tra i due progetti sul continente. L’UE non doveva essere che un braccio operativo, anche piuttosto inefficiente, dell’egemonia Usa.
La terza visione era economica. Gli Anni 80 vedono il risorgere della vecchia teoria neoclassica. Il mercato viene nuovamente visto come un dispositivo in grado di assicurare due obiettivi: il pieno utilizzo delle risorse produttive, a partire dal lavoro, e la giusta retribuzione. Non serviva perciò nessuna regolazione pubblica. Le forze sotterranee del privato sarebbero state sufficienti ad assicurare un risultato ottimale. Anche qui, l’interesse geopolitico era ben camuffato. Tali teorie erano state infatti diffuse tramite il Fondo monetario internazionale, controllato dagli Usa, per far sì che la finanza potesse controllare meglio i paesi satellite o in via di sviluppo. Il debito diveniva la prosecuzione dell’impero con altri mezzi.
Il problema non da poco è che queste tre visioni si sono rivelate colossali mistificazioni, immensi errori teorici o grimaldelli per imporre un’oligarchia burocratica.
La storia non è finita e sta riemergendo nelle sue forme più drammatiche. La guerra, senza un lavoro antropologico, rimane l’orizzonte delle civiltà. A sua volta, l’ultimo uomo sta ottenendo tutto tranne che un’atarassica serenità. Vediamo piuttosto la tendenza depressivo-nichilistica o quella transumanista: reazioni opposte ma speculari alla disumanizzazione. Non c’è appiattimento statico: l’inquietudine politica non la puoi controllare con gli analgesici.
Il mondo unipolare è finito, forse non c’è mai stato, se non nella testa di qualche stratega americano. Sicuramente, con la guerra in Ucraina, la realtà che conoscevamo dal 1989 è venuta meno. Esistono potenze che ambiscono a esercitare un controllo sulle proprie regioni. Ci riusciranno? Questo ce lo dirà la storia, ma sicuramente il presupposto su cui si fondava l’UE collassa: nessuno pseudo-riarmo riuscirà a farci tornare indietro.
La teoria neoclassica non funziona. Il mercato non è fattore di ordine ma di caos, e spreca immense risorse. In questo scenario, l’UE è la regione avanzata che è cresciuta meno, schiacciata da un’area monetaria incompleta e regole economiche suicidarie. L’Italia è stata la più colpita, come ci avevano detto gli economisti, con 30 anni di salari al palo.
Quello che sta succedendo all’Europa, perciò, non è una crisi passeggera, ma il venir meno di tutti i presupposti filosofici, politici ed economici che l’hanno costituita almeno dal 1992. La perdita di autonomia, la stagnazione economica, l’attivismo velleitario dei suoi leader: sono solo i sintomi più evidenti di uno smottamento profondo. Non ci possono essere perciò soluzioni tecniche. Si dovrebbe svolgere un vero e proprio lavoro rifondativo, che affronti il mutato contesto con strumenti realistici e audaci.
Sarà in grado questa UE a farlo, o si dovrà andare oltre per salvare l’Europa? E la classe politico-culturale saprà compiere questo immenso sforzo in tempi di pace, o servirà una guerra per svegliarla? Su queste domande, dovremo porre la nostra consapevolezza, il nostro sforzo e, per quanto possibile, la nostra attiva speranza.
🇫🇷 21 juillet 1945, le Général de Gaulle se rend à Brest, totalement détruite, il prononce un grand discours sur l'avenir constitutionnel de la France dans lequel il refuse une Assemblée toute puissante : « Brest sort des pires douleurs, comme la France émerge du plus grand drame de son Histoire. Mais, quelles que puissent être les nécessités sous lesquelles nous sommes courbés, il nous faut parfois lever la tête et porter nos regards au loin. Tout nous engage à le faire ici, car je ne crois pas qu'il existe un seul point de la terre de France où l'on ne discerne mieux qu'à Brest ce que sont, pour notre peuple, les devoirs du présent et de l'avenir.
Je dis : les devoirs du présent ! Ah ! les ruines qui nous entourent nous les font voir sous une dure lumière ! Voici cette grande ville maritime de France, détruite presque de fond en comble, abritant dans ses décombres une population résolue à rebâtir la cité, mais freinée dans son ardeur par le manque de moyens. Sans doute, nous trouvons-nous ici en un lieu qui a subi le paroxysme de l'épreuve. Mais, si les blessures reçues par la patrie ne l'ont pas atteinte, dans l'ensemble, aussi profondément que Brest, sa chère fille, il est bien vrai cependant que la France entière est blessée. La grande tâche, la tâche sacrée, la tâche nationale, s'appelle la reconstruction.
J'ai dit : les devoirs de l'avenir ! l'Océan qui bat, tout d'ici, l'extrémité des terres les plus avancées de Bretagne no ! rappelle quel rôle insigne l'évolution du monde confère à not pays. Nous ne sommes plus seulement, comme jadis, les gardiens du Rhin face aux ambitions germaniques, ou la base de départ du monde occidental vers l'Afrique et vers l'Orient. Nous sommes aussi le cap de l'Europe, tourné vers l'Amérique. Ne fut-ce pas là la raison profonde des deux grandes batailles de France dont la première faillit sceller le destin de l'Occident et dont la seconde assura la victoire de la liberté ? N'est-ce pas là l'explication des ruines de cette noble ville, à la possession de laquelle devaient nécessairement s'acharner les oppresseurs et les libérateurs ? N'est-ce pas là, enfin, le motif qui nous impose pour l'avenir une vigilance rigoureuse, afin que, dans l'indépendance, nous soyons le trait d'union entre les deux mondes et non point, dans l'abandon, un enjeu ou un champ de bataille ? Ah ! certes, oui ! c'est ici qu'apparaissent en pleine clarté les grandes leçons qui doivent, pour longtemps, commander notre effort.
Il suffit d'évoquer cela pour mesurer l'importance vitale que vont revêtir, pour la France, les institutions nouvelles qu'elle est appelée à se donner. Sans doute, les meilleures institutions n'ont-elles de valeur qu'en fonction des hommes qui les appliquent. Mais, inversement, quoi que ces hommes puissent valoir, leur activité ne porte de bons fruits que dans un cadre qui s'y prête. Sans vouloir encore, aujourd'hui, développer quelles dispositions je souhaite, pour ma part, voir inclure dans la Constitution future de la Quatrième République, je dirai que celle-ci devra se prêter aux réformes larges et profondes qui s'imposent aux temps nouveaux, dans les domaines administratif, économique, social, moral et impérial. Mais elle devra, en même temps, favoriser cette continuité des desseins de l'État, cette force dans leur exécution, cette assurance pour les faire valoir, dont un grand pays moderne ne saurait plus se passer. Mais, quel peut être l'instrument qualifié pour élaborer nos institutions nouvelles ? Sur ce point capital j'ai déjà fait connaître publiquement quelles sont les solutions concevables et quelle est celle que je considère comme la meilleure pour le pays. Je veux la redire aujourd'hui, au milieu des ruines et des espérances de Brest martyrisée au service de la patrie.
Avant 1940, nous avions une Constitution. Il nous est possible d'y revenir, au départ, c'est-à-dire d'élire une Chambre et un Sénat qui pourront, en se réunissant, élaborer une Constitution nouvelle.
🇫🇷 « La France vous aime », 20 juillet 1967, avant son arrivée au Québec, le Général de Gaulle fait escale à Saint-Pierre-et-Miquelon et prononce cette belle allocution :
« Au nom de la France et de tout mon coeur, je salue Saint Pierre et Miquelon. Des îles aussi françaises que possible, il y a 431 ans que Cartier est venu ici au nom de la France. Et que de drames, que d'évènements depuis lors !
Bien sûr, le Général de Gaulle doit vous dire que pendant la dernière guerre, Saint-Pierre-et-Miquelon a joué, dans notre histoire, dans l'histoire de notre libération, et par conséquent, dans mon esprit et dans mon coeur, un rôle magnifique.
Il y a eu ici le symbole, il y a eu aussi la preuve de l'indépendance française. Saint-Pierre-et-Miquelon ont été le symbole et la preuve que la France restait indépendante dans tous les sens, et vis-à-vis de qui que ce soit.
Vous êtes ici au bord de l'Amérique, la France au bord de l'Amérique, et à ce titre, bien que les îles ne soient pas très grandes, que la population ne soit pas très nombreuse, vous êtes des témoins et vous êtes des artisans.
La France vous aime, elle doit s'occuper de vous. »
Richard Feynman stood at a Cornell blackboard in 1964 and explained the problem every AI lab is fighting in 2026. The BBC filmed it. Almost nobody watches it.
The lecture is about why nature only answers in mathematics. Every team forcing language models to reason is hitting the wall he mapped 62 years ago.
He was 46. The Nobel Prize came 11 months later. The footage survived on film reels and now sits free on YouTube with fewer views than a keyboard unboxing.
Watch the blackboard section near the middle. He takes 1 of Kepler's laws and rebuilds it from nothing, with notation a 12-year-old can follow.
No slides. No jargon. 1 piece of chalk.
An ML engineer I know paused it 4 times and made his whole team watch it before standup.
You're 62 years late. The lecture is still free.
🇫🇷 19 juillet 1962, le Général de Gaulle écrit à Pierre Messmer, Ministre des Armées, la lettre suivante :
« Mon cher Ministre,
J’ai constaté, notamment dans le domaine militaire, un emploi excessif de la terminologie anglo-saxonne.
Je vous serais obligé de donner des instructions pour que les termes étrangers soient proscrits chaque fois qu’un vocable français peut être employé, c’est à dire dans tous les cas. (rajouté à la main).
Veuillez croire, mon cher Ministre, à mes sentiments cordiaux.
Charles de Gaulle »
📚 Dominguez / Escalante Expedition - 1776
I have been reading the journal of the 1776 Dominguez / Escalante expedition — 10 men who departed from Santa Fe, New Mexico in July 1776, and explored western Colorado, and much of Utah, passing very close to where I live in early October 1776.
They arrived back in Santa Fe January 2, 1777.
Franciscan Friar Silvestre Vélez de Escalante kept a detailed journal of the expedition.
One of the more fascinating details of the journal is their encounter with the Timpanogos (aka "Lagunas") tribe that lived primarily in what is now called Utah Valley, in the immediate vicinity of Utah Lake (Provo), west of the Wasatch Mountains, and stretching into south-central Utah.
Escalante describes the Timpanogos as unique from the other tribes they had encountered in their travels. Many wore deer-skin clothing and they made fine rabbit-skin blankets for use in the winter.
Most curiously, he notes: "They have good features and most of them have heavy beards."
Escalante also described meeting an old man with a beard "so full and long that he looked like one of the ancient hermits of Europe."
The Timpanogos are generally believed to be among the ancestors of the current Ute Indians, of whom I have met several over the years — but never once seen any bearded men among them.
Nor, to my knowledge, did the early Mormon pioneers (who arrived in 1847) ever record encounters with bearded natives.
There is much more of interest to be said about this 250-year-old expedition journal. I may write more about it in days to come.
Every American deserves the opportunity to age with dignity. At @InnovAge in Thornton, Colorado, I met seniors who are building friendships, receiving high-quality care, and remaining in their homes instead of nursing facilities. This is a model of healthcare that strengthens communities while delivering better outcomes.
Agnese Moro ama raccontare che, durante le giornate al mare con suo padre Aldo Moro, lui non si togliesse mai giacca e cravatta.
Quando lei gli chiedeva perché, la risposta era sempre la stessa:
«Rappresento il popolo italiano ed è giusto che sia sempre presentabile».
Un racconto semplice, ma potentissimo.
Che parla di responsabilità, prima ancora che di ruolo.
Di dignità, prima ancora che di forma.
La bicicletta è la morte lenta del pianeta.
Un professore di una prestigiosa università ha fatto riflettere i suoi studenti e poi ha detto:
"Un ciclista è un disastro per l'economia del Paese: non compra auto e non chiede prestiti per comprarle. Non paga l'assicurazione. Non compra carburante e non paga la manutenzione e le riparazioni. Non usa parcheggi a pagamento Non causa incidenti gravi Non ha bisogno di autostrade a più corsie... e non ingrassa.
Le persone sane non sono né necessarie né utili all'economia. Non comprano farmaci. Non vanno in ospedale o dal medico. Non aggiungono nulla al PIL (prodotto interno lordo) del Paese.
Al contrario, ogni nuovo fast food crea almeno 30 posti di lavoro: 10 cardiologi, 10 dentisti, 10 dietologi e nutrizionisti, e naturalmente + le persone che lavorano nel ristorante stesso".
Scegliere con saggezza: ciclista o fast food? Vale la pena di riflettere.
Per concludere ha anche aggiunto: i pedoni fanno peggio perché non comprano nemmeno una bicicletta. Quindi, se potete scegliere, optate per un'auto o un camion.
The trouble with impressive new technologies is that they have the uncanny ability to expose the awfulness of our relationship to one another, not to mention to our own selves. Now that our tech can engage directly with us, in a manner almost indistinguishable from a conversation between humans, we are presented with perhaps our last chance to make amends. https://t.co/WtT9Y9Rtdu
"Lo que más odia el rebaño, es aquel que piensa distinto. No es tanto la opinión en sí, como la osadía de querer pensar por sí mismo. Algo que ellos no saben hacer"
Arthur Schopenhauer
Salì su una nave convinto che sarebbe tornato dopo poche settimane. Non sapeva che stava lasciando gli Stati Uniti per vent'anni.
Nel 1952 Charlie Chaplin partì per l'Europa per presentare *Luci della ribalta*, un film che parlava del tempo che passa, della fama che svanisce e della fragilità degli artisti.
Durante il viaggio arrivò una notizia destinata a cambiare la sua vita.
Le autorità americane avevano revocato il permesso che gli permetteva di rientrare negli Stati Uniti.
L'uomo che aveva contribuito a costruire la leggenda di Hollywood, con il suo bastone, la bombetta e l'inconfondibile passo del Vagabondo, improvvisamente non era più il benvenuto nel Paese in cui aveva lavorato per decenni.
Non era stato condannato per alcun reato.
A pesare fu il clima politico dell'epoca, segnato dalla Guerra Fredda.
In quegli anni il maccartismo alimentava il timore di infiltrazioni comuniste nel mondo dello spettacolo, della cultura e dell'informazione. Charlie Chaplin, che non aveva mai richiesto la cittadinanza americana pur vivendo a lungo negli Stati Uniti, finì nel mirino dell'FBI guidato da J. Edgar Hoover.
Per anni vennero raccolti dossier sulla sua attività, sulle sue amicizie, sulle sue dichiarazioni pubbliche e perfino sui suoi film. Bastava il sospetto di simpatie verso la sinistra per vedere la propria reputazione messa in discussione.
Chaplin respinse sempre le accuse.
Ma il clima dell'epoca lasciava poco spazio alle sfumature.
Era lo stesso artista che, nel 1940, aveva avuto il coraggio di ridicolizzare Adolf Hitler ne *Il grande dittatore*, quando molti preferivano ancora evitare uno scontro diretto con il regime nazista.
Eppure, pochi anni dopo, divenne lui stesso un personaggio scomodo.
Scelse di stabilirsi in Svizzera insieme alla moglie Oona O'Neill e ai loro figli, nella residenza di Manoir de Ban, affacciata sul lago di Ginevra.
Lì ricostruì la propria vita, lontano dai riflettori di Hollywood e dalle tensioni politiche che avevano segnato il suo addio agli Stati Uniti.
Passarono vent'anni.
Nel 1972 ricevette un invito che sembrava impossibile fino a poco tempo prima.
L'Academy decise di conferirgli un Oscar onorario per il contributo straordinario dato al cinema.
Quando salì sul palco, ormai anziano, il pubblico si alzò in piedi.
L'applauso durò diversi minuti ed entrò nella storia della cerimonia come una delle ovazioni più lunghe mai tributate a un artista.
Per molti fu il modo con cui Hollywood cercò di riconciliarsi con uno dei suoi più grandi protagonisti.
Charlie Chaplin morì in Svizzera nel 1977, lontano dal Paese che lo aveva reso una leggenda e che, per molti anni, gli aveva impedito di tornare.
La sua vicenda ricorda che il talento non sempre protegge dalle paure del proprio tempo.
E che, a volte, una società può celebrare il genio di un artista mentre fatica ad accettare la libertà delle sue idee.
L'Italia non ha bisogno di prepararsi alla guerra. Ha bisogno di tornare a essere una potenza di pace.
Mentre l'Europa accelera sul riarmo e discute l'ingresso dell'Ucraina nell'Unione Europea, nessuno sembra interrogarsi sulle conseguenze di queste scelte. La direzione imboccata è quella di un coinvolgimento sempre più profondo nei conflitti internazionali.
Ma esiste un'altra strada.
L'Italia ha una storia, una cultura e una posizione geopolitica che possono farne un ponte tra i popoli, non un avamposto dello scontro permanente. Recuperare questa vocazione significa restituire al nostro Paese una voce autonoma negli equilibri internazionali.
La pace non è passività. È il progetto politico più radicale del nostro tempo.
Guarda il video completo sul canale youtube: "Movimento l'Indispensabile-Gabriele Guzzi"