Oggi a Corleone si terranno i funerali di Giuseppina Milone e Lucia Pecoraro.
Quando ho letto di loro mi è venuto in mente il film di Nanni Moretti,
La stanza del figlio. È uno di quei film che ti restano addosso per tutta la vita. La stanza in cui un papà e una mamma non riescono più a entrare. Non hanno la forza di toccare nulla. Il pigiama sotto il cuscino, i vestiti nell’armadio, i libri su cui studiava, la sciarpa della sua squadra del cuore. Una tomba dentro casa, e una casa che diventa un cimitero.
Lasci tutto com’è, perfino allineare le pantofole appare una mossa indecente. Ma nella testa corri, corri senza fermarti. In quella stanza ti passa davanti l’intera sua esistenza interrotta.
Non c’è niente di più ingiusto, niente di più intollerabile, della morte di un figlio.
Quando sei nel mezzo della tua vita, quando stai per finire la tua parabola o quando ne hai consumata metà, ti aspetti il meglio per lui. Soffri al pensiero del suo dolore davanti alla tua bara. Immagini i suoi passi lenti che ti accompagnano in Chiesa. Non pensi al tuo dolore: pensi al suo. È questo che fa un genitore.
Dopo aver visto quel film, ho pensato a una cosa scontata, che credo sia stata nella mente di ogni padre, sicuramente di tutti quelli che sono entrati in quei cinema: perdere un figlio è la cosa peggiore che possa capitare nell’esistenza di un uomo o di una donna. Mai avrei pensato di poter mettere in discussione un sentimento così ovvio. Nemmeno i più estremi relativisti avrebbero osato tanto.
Una mamma, un papà scambierebbero la propria vita per un solo anno in più di quella del proprio figlio. Senza esitare.
Eppure, da quando ho scoperto la disabilità di mia figlia ho pensato che ad alcuni genitori la vita ha imposto un capovolgimento atroce: non temono la morte del figlio meno di quanto temono la sua sopravvivenza. Temono che resti solo. Temono un mondo che non lo capirà, che non lo proteggerà, che non avrà per lui neppure un frammento dell’amore infinito che loro hanno donato, giorno dopo giorno, notte dopo notte.
Per i genitori di figli con disabilità la paura è l’opposto di quella raccontata da Moretti: non immaginano il figlio che piange davanti alla loro bara, ma il figlio che non sa, che non può, che non ce la farà senza di loro.
È una stanza del figlio viva, non morta, a tormentare questi genitori.
Una stanza che rischia di diventare un abisso.
È quello che deve aver pensato Lucia Pecoraro negli ultimi mesi della sua vita. Sua figlia, Giuseppina Milone, autismo grave, immobilizzata dopo un incidente. Suo marito, Totò, morto otto mesi fa. Da allora Lucia non ha perso solo un compagno: ha perso l’altra metà della forza necessaria per reggere il mondo.
E ogni giorno, mentre aiutava Giuseppina a vestirsi, a mangiare, a muoversi, mentre la accudiva con quella dedizione che solo le madri conoscono, la domanda sarà diventata più atroce:
chi ci sarà quando io non ci sarò più?
Non è una domanda teorica. È una lama.
Una madre che teme la vita del figlio più della sua morte è una madre che ha smesso di avere protezione intorno.
Lucia ha scritto una lettera breve, tremante:
“Scusatemi, ma non ce la faccio più. Chiedo perdono a tutti.”
Ma non era lei a dover chiedere perdono.
Dovremmo essere noi a chiedere perdono.
Noi come comunità, noi come Stato, noi come società che non ha saputo impedire che una madre vedesse come unica via la più innaturale delle scelte: portare via la figlia per non lasciarla sola al mondo.
Portare via se stessa perché nessuno avrebbe portato il peso al suo posto.
Dovremmo chiedere perdono per averla lasciata sola.
Per non averle promesso, e garantito, che Giuseppina non sarebbe mai rimasta senza protezione.
Lucia e Giuseppina sono morte nella stanza che non dovrebbe esistere: quella in cui l’amore non trova più una sponda, in cui la disperazione diventa più forte della speranza, in cui la società arretra fino a scomparire.
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C’è una frase, in questa vicenda, che dovrebbe inchiodarci tutti alla vergogna: «Sono in imbarazzo, ma alcuni ospiti si sono detti infastiditi dalla presenza di suo figlio».
Un ragazzo non vedente, con una disabilità cognitiva, viene allontanato dalla sala ristorante di un hotel a quattro stelle. Separato. Invisibile dietro una vetrata ambrata. Come una cosa che non si deve vedere.
Tommaso ha 24 anni, la sindrome di Norrie e una famiglia che fa quello che ogni famiglia dovrebbe fare: avverte per tempo l’hotel, spiega, chiede attenzione, rispetto. La risposta? Una porta chiusa e un invito a “mettersi da un’altra parte”, lontano dai clienti turbati dal fatto che esista la disabilità.
“Mandati via come cani”, ha detto la mamma. Proprio così. Non c’è modo di edulcorare quella frase, perché è esattamente ciò che è accaduto.
Il giudice, due anni dopo, decide ciò che in un Paese civile sarebbe superfluo: obbligare i gestori a un corso di buone maniere. Letteralmente un corso di bon ton sul rispetto di persone con disabilità.
La famiglia rifiuta il risarcimento, chiede un euro simbolico: il gesto più potente possibile, perché racconta che qui non è in ballo il denaro, ma la dignità. La loro e quella di tutte le famiglie che vivono ogni giorno non la disabilità dei figli, ma quella degli sguardi altrui.
La sentenza è “riparativa”, non punitiva. Ma la ferita resta. Non è un caso isolato. È lo specchio di un’Italia che tollera l’inclusione finché non disturba, finché resta sul palco dei convegni, finché non costringe a fare i conti con la realtà. Poi, al primo imprevisto, si preferisce chiudere una porta.
Tommaso voleva solo mangiare con la sua famiglia. È incredibile doverlo ricordare. È indegno doverlo difendere. È vergognoso che sia ancora necessario.
📍David e Bruna avevano un amore semplice e profondo. Di quelli che si costruiscono giorno dopo giorno, tra piccoli gesti, risate leggere e sogni da realizzare insieme. Un amore che sembrava avere davanti a sé tutto il tempo del mondo.
Poi, nel 2018, una sera come tante, ⬇️
«Sono invecchiata senza chiedere il permesso a nessuno, scatenando una tempesta e indignazione tra i focosi combattenti anti-invecchiamento. Combattenti, per l'esattezza.
Ho osato camminare sul tappeto rosso, il mio bel viso e corpo con tutte le rughe, gli occhi e l'eccesso di peso, con tutto ciò che la natura mi ha dato, senza esitazione e completamente disinteressata all'opinione dei sostenitori della gioventù infinita. E questo è fantastico. Perché qualcuno deve finalmente dire al mondo che invecchiare non è affatto una vergogna».
- Monica Bellucci
Andate a trovare i vecchi a mani vuote ,
liberi d’accarezzarli.
Portate loro briciole d’amore un frutto maturo raccolto sotto la pianta e un fazzoletto piccolo perché hanno il pianto senza lacrime appena restano soli.
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