«Il suddito ideale del regime totalitario … l’individuo per il quale la distinzione tra realtà e finzione, tra vero e falso, non esiste più» Hannah Arendt
@CamilloLangone È facile ritagliarsi dell’attenzione con un po’ di arguzia mal riposta e scegliendo sempre la parte sbagliata, è un mercato sempre fiorente
Ho conosciuto Mauro Moretti anni fa. Quando era alla guida di Ferrovie.
Un Comunista organico ed ex sindacalista, mi dissero, per cercare di far nascere un pregiudizio.
Come sempre non diedi peso alle parole di altri e cercai di conoscerlo attraverso i fatti, le sue azioni, i risultati.
Ma non è questo il tema.
Mauro Moretti fu incriminato, con altre persone, per il drammatico disastro ferroviario di Viareggio del 29 giugno 2009 nel quale persero la vita 32 persone.
Ma Moretti, vale la pena di ricordare, fu assolto dai 5 profili di colpa iniziali, tra i quali c’erano il picchetto e la velocita.
Nel corso del processo si decise quindi di trovarne un sesto: nel suo ruolo di Amministratore Delegato di un’azienda con circa 100.000 dipendenti, avrebbe dovuto trovare un qualcosa in più, che non era previsto da alcuna norma, italiana o europea, per tracciare la vita manutentiva del carro che causò l’incidente.
Stiamo parlando di un carro che non era di Ferrovie ma di un operatore austrotedesco, manutenuto in Germania da un’officina certificata dalle locali autorità di sicurezza.
Un carro con tutti i documenti formalmente in regola secondo le norme europee recepite in Italia.
A Moretti è stato riconosciuto di aver rispettato tutte le leggi e norme scritte, ma secondo il tribunale avrebbe dovuto fare qualcosa di più, che non c’ era e che nessuna normativa prevedeva, per evitare qualunque possibile problema. All’occorrenza anche in deroga alle leggi di riferimento.
Il fatto che lui non abbia fatto di più di quanto la legge prevedeva, secondo l’accusa, gli ha procurato una “responsabilità generica”.
Mi dicono esperti giuristi che in Italia la resposabilità oggettiva non esiste come reato, anche se questa imputazione che fa capo al principio del “neminen laedere”, gli somiglia davvero tanto.
Ma non era sufficiente aver inventato una reato ed un modo per condannare una persona per rispondere alle richieste popolari e quindi, pur essendo incensurato e pur trattandosi di un reato colposo (cioè di cui non ha alcuna responsabilità diretta), non gli hanno riconosciuto le attenuanti generiche nella misura ordinaria di 1/3. Cosa che invece avviene quasi sempre in situazioni anche penalmente più gravi in caso di reati dolosi.
Andava punito.
Perché serviva un colpevole simbolico.
Io so che questo mio post non piacerà, so che molti si chiederanno “ma perché deve esporsi anche su persone e fatti su cui potrebbe tacere”, so che la maggioranza delle persone è contenta perché un ex potente é stato condannato, perché guadagnava tanto e quindi lo merita, perché le persone morte dovevano essere vendicate e ricevere giustizia ad ogni costo ma mi chiedo: questa è giustizia?
Sulla base di una tesi così, chi può avere responsabilità?
Si è fatta male una persona nel mio bar, a casa mia, nel cortile della mia azienda,
ho rispettato ogni legge, ogni obbligo e prescrizione ma dovevo fare di più. Quindi sono colpevole.
Non mi pare un principio di giustizia.
Anche perché se questa è la giurisprudenza italiana nessuno che abbia una minima responsabilità può sentirsi al sicuro. Perché non serve rispettare tutte le leggi e le regole se hanno deciso che devi pagare.
Il prezzo del consenso
Adesso che i missili e i droni ucraini arrivano davvero sulle loro città, i russi strillano in ogni video. Filmano i palazzi in fiamme, i vetri a terra, e chiedono al mondo di guardare, di avere pietà. Vale la pena fermarsi su quel grido, perché dice molto più di quanto vorrebbe.
Di questa guerra si tende a separare due cose. Da una parte Putin, il regime, il KGB, la propaganda. Dall'altra un popolo di centoquaranta milioni di persone, descritto come ostaggio, ingannato, costretto. La separazione è comoda, e regge meno di quanto sembri.
Conviene distinguere subito, perché è il punto su cui si gioca tutto. Una cosa è la colpa penale, di chi ha premuto il grilletto. Altra è la responsabilità politica di una collettività che ha sostenuto un regime per vent'anni. Altra ancora è la responsabilità morale di ciascuno, per quello che ha scelto di applaudire. Non parlo di colpa del sangue o della natura, sarebbe la stessa logica con cui i russi hanno guardato gli ucraini, gente inferiore per nascita, e quella logica non la voglio. Parlo di scelte, di consenso, di ciò che una società decide di celebrare. È una domanda che riguarda la Russia di oggi, ma che ogni democrazia dovrebbe porsi davanti alle proprie guerre.
Il consenso, in Russia, non è un'ipotesi. Anche concedendo che in un regime la paura gonfi questi numeri, perché chi dissente spesso tace o rifiuta di rispondere, il quadro resta quello di una società in larga parte allineata. Nelle rilevazioni di inizio 2026 oltre il settanta per cento dei russi continua a sostenere le azioni delle forze armate in Ucraina. Quando nel gennaio 2026 è stato chiesto cosa fare se la pace non arriva, una netta maggioranza, il 59 per cento, ha scelto di intensificare gli attacchi, contro il 21 per cento favorevole a qualche concessione. Sui bombardamenti delle infrastrutture energetiche ucraine, quelle che lasciano le città al buio e al gelo, circa il 57 per cento li ritiene giustificati. Non sono numeri da popolo ostaggio.
Per anni la propaganda del Cremlino non è stata solo subita. Una parte consistente della società l'ha consumata con gusto. Stava nei telegiornali, nei film, nelle serie, perfino nei cartoni per bambini, e trovava il suo pubblico. Lo slogan del regime, "possiamo rifarlo", lo ripetevano in tanti, senza che nessuno lo imponesse loro sul divano. Vestivano i propri figli da soldati, li infilavano dentro carri giocattolo e missili di cartone, in piazza, sorridendo all'obiettivo.
All'inizio dell'operazione l'euforia era autentica, "prendiamo Kyiv in tre giorni". Poi centinaia di migliaia di russi hanno scelto volontariamente di combattere, mentre milioni hanno continuato a sostenere, direttamente o indirettamente, l'economia di guerra che trasformava le rovine ucraine in stipendi e commesse. Nessuno li ha sorteggiati uno per uno.
La parte che pesa di più non è nemmeno questa. È il modo in cui quel consenso si è manifestato. Ogni massacro aveva i suoi commenti allegri sui social, le fantasie su come lasciare l'Europa senza gas e far morire di freddo i khokhol al buio. A Rostov sul Don, tre anni fa, una folla applaudiva e gridava "grazie" ai mercenari della Wagner. Una parte visibile del Paese guardava le torture, le città rase al suolo, i palazzi che crollavano di notte con dentro la gente, e tornava a dormire tranquilla.
A questo punto arriva l'obiezione. È una dittatura, dissentire costa caro, la gente non ha scelta. Vale a metà. Tra il terrore imposto dall'alto e l'adesione gioiosa dal basso c'è una distanza enorme, ed è in quella distanza che si misura la qualità morale di una società. In nessun regime si è obbligati a essere entusiasti. Si può tacere invece di esultare, si può non presentarsi volontari al fronte, si può non scrivere battute felici sotto la foto di una città distrutta. La paura spiega il silenzio. Non spiega la festa. Il consenso vive lì, nello spazio che resta quando il terrore ha già preso la sua parte.
La profondità di quel consenso resterà uno dei fenomeni più inquietanti dell'Europa contemporanea. Una società intera che assiste a una guerra di conquista, ne conosce i crimini, e in larga parte la approva, la finanzia, la tifa. Si possono avere dittature, propaganda, paura, e conservare comunque una soglia di vergogna. Quella soglia, in Russia, l'hanno superata in troppi, con troppo poco disagio.
È qui che il confronto con l'Ucraina diventa impietoso. Gli ucraini, quelli guardati dall'alto come gente di seconda categoria, hanno tenuto. Hanno difeso le loro città, hanno ottenuto il sostegno delle principali democrazie occidentali, hanno trasformato la guerra lampo in una guerra di logoramento che adesso spezza, pezzo dopo pezzo, la spina dorsale della macchina militare russa.
Per questo il grido di oggi suona come suona. Non piace più la guerra sacra, ora che tocca pagare il conto di quell'orgia di odio, militarismo, culto della morte, memoria della guerra mondiale piegata a giustificarne un'altra. La guerra cambia faccia quando bussa alla porta di casa. La responsabilità di chi l'ha voluta, applaudita e finanziata resta dov'era.
This is a message to the peoples and regions of Russia
You have the right to self-determination and to rise up for freedom and independence from Moscow.
Only you can decide your own fate!
Together, we can cut Moscow off from the riches of Komi, Ingria, Karelia, the Caucasus, the Kuban, the Volga Region, the Urals, Siberia, and the Far East.
Let's defeat the empire together!
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@RobertoBurioni@gdcaiazza Solito paese di manettari coi polsi degli altri: se l’AD può essere ritenuto responsabile di ogni catena di controllo, a questo punto nessuno può dormire sonni tranquilli in nessun ambito, basta una omissione in una qualsiasi procedura per trovarsi in galera senza un perché
⬇️ 05.11.2025 - R. Gusarov, documentarista RT, presenta a Putin i risultati del progetto di RT.Doc e lo definisce un’arma strategica russa. Parla specificamente dell’Italia e dei “partigiani italiani” che hanno lavorato per portare i documentari RT in varie città italiane. 1/8
🚨 Всем привет, меня зовут Ксюша. Я — россиянка из Москвы, которая переехала в Украину уже во время войны. Сегодня я обращаюсь к своим соотечественникам 🇷🇺
Почти 200 дронов над Москвой. Второй раз за три дня горит НПЗ в Капотне. Горит «Люблино». Все четыре аэропорта столицы перекрыты. Это не случайность. Это первая серьёзная демонстрация того, что Украина способна перенести войну вглубь России. Дроны были медленными. Дальше будут быстрее. Дальше, точнее. У Украины уже есть свои крылатые ракеты и баллистические разработки. То, что вчера казалось невозможным, сегодня — реальность.
Пока вы в шоке от сирен и дыма над Москвой, люди в Херсоне, Сумах, Харькове, Одессе и Киеве живут с этим уже пятый год. Разрушенные дома, прилёты, постоянный страх.
Я знаю Москву, в которой никогда не выли сирены. Теперь вы почувствовали хотя бы каплю того, что чувствуют они каждый день.
Вся ответственность лежит на Владимире Путине и его режиме. На пропагандистах, которые ежедневно разжигают ненависть. И на миллионах россиян, которые либо поддерживают эту войну, либо молчат. Россия начала эту войну. Поэтому всё, что сейчас летит в нашу сторону — прямое следствие этого выбора.
Если Путин отдаст приказ остановить войну — она остановится в тот же день. Зеленский уже много раз предлагал прекратить огонь. Ответа нет. Пока приказа нет — удары по России будут только усиливаться. Это не месть. Это вынужденная самооборона.
Украина не хотела этой войны. Она просто вынуждена выживать. Пора это признать!
La Russia si sta muovendo verso l’arcaizzazione e il degrado. E ormai è ufficiale.
I genitori raccontano che per i ragazzi è diventato molto più difficile accedere al decimo anno di scuola. Il ministro dell’Istruzione dichiara apertamente che in Russia ci sono «troppe persone con un’istruzione universitaria». Si chiudono facoltà e università, si riducono i posti disponibili per studiare.
Già nel 2022 la Banca Centrale russa aveva pubblicato un rapporto in cui parlava di «reindustrializzazione inversa». Tradotto in parole semplici: arretramento tecnologico e semplificazione dell’economia.
E se un Paese si prepara a diventare più povero e meno complesso, a cosa servono ingegneri, ricercatori, medici, scienziati e specialisti altamente qualificati? Bastano operai per le fabbriche.
Le notizie degli ultimi giorni lo mostrano chiaramente.
Le scuole russe hanno reso molto più difficile il passaggio al liceo dopo il nono anno. Questo riporta il quotidiano filogovernativo Izvestiya. In molte regioni vengono ammessi soltanto gli studenti con voti molto alti; per ogni posto ci sono tre, quattro o cinque candidati. I ragazzi vengono invece orientati verso istituti tecnici e professionali.
Una madre racconta: «Per entrare al decimo anno serve una media di almeno 4,5 su 5, risultati eccellenti agli esami e persino la partecipazione alle olimpiadi scolastiche».
Un’altra dice: «Sono una contribuente onesta, ma i miei figli non riescono a ottenere un’istruzione gratuita. Dovrò pagare il college per due gemelli e l’università per mia figlia maggiore. Come si fa a garantire un futuro ai propri figli?».
Nel frattempo il ministro dell’Istruzione, Valerij Falkov, afferma senza esitazioni:
«La domanda di istruzione superiore formatasi negli ultimi decenni porta praticamente ogni diplomato a voler entrare all’università. Questo non è un bene, non è corretto. Non c’è alcuna necessità di un’istruzione universitaria di massa».
Il messaggio è chiaro: studiare il meno possibile e iniziare a lavorare il prima possibile.
Una società moderna investe nell’istruzione perché punta a creare più conoscenza, più innovazione e più mobilità sociale. Una società che limita l’accesso allo studio, al contrario, si adatta all’idea di avere meno scienza, meno tecnologia e meno opportunità.
L’istruzione di massa è stata uno dei grandi strumenti di modernizzazione del XX secolo. Rinunciarvi significa rinunciare, almeno in parte, al proprio futuro.
Ed è questa la direzione che Putin sembra di aver scelto.
@pinapic@AntonioArnolfo A me non sembra del tutto una presa di coscienza purtroppo, per quanto ben venga; e anche certe prime pagine che fino a ieri hanno lodato, giustificato o ignorato le intemperanze del bullo dovrebbero farsi un esame di coscienza su chi siano stati sino ad oggi i veri c*** (cit.)