Andrea Tosatto: «Le verità scomode su Garlasco»
Lo psicologo e YouTuber @NonsonoTosatto smonta la narrazione ufficiale del delitto di Garlasco e lancia riflessioni urticanti che fanno tremare il sistema. Il caso dell'omicidio di Chiara Poggi ha aperto uno squarcio inquietante su un'Italia che speravamo non fosse così corrotta mettendo a nudo le storture della mala giustizia e lanciando un allarme silenzioso a tutti: se ti trovi nel posto sbagliato, al momento sbagliato e non appartieni alla cerchia giusta, rischi di finire dieci anni in galera da innocente.
a cura di @franborgonovo
Video completo su YouTube: https://t.co/2vXLICXeo5
Avv. Traversi :
" processo Stasi non si può nemmeno definire indiziario perché basato solo su congetture"
chi ha letto la famosa "sentenza passata in giudicato" e sostiene la colpevolezza di Stasi è per Forza in malafede #garlasco#ignotox
Se avete l’abitudine di recarvi in un ristorante negli ultimi tempi, avrete percepito anche voi quanto scrivo. In Italia non siamo diventati improvvisamente un Paese di chef. Sarebbe persino una buona notizia. Siamo diventati, piuttosto, un Paese di giudici gastronomici improvvisati.
La cucina è entrata nelle case come spettacolo, linguaggio, status, intrattenimento. Abbiamo imparato parole che fino a pochi anni fa appartenevano solo agli addetti ai lavori: materia prima, consistenza, acidità, impiattamento, cottura a bassa temperatura, croccantezza, bilanciamento. Tutto utile, per carità. La cultura del cibo è una cosa seria. Il problema nasce quando il vocabolario cresce più della competenza.
Così il cliente arriva al ristorante non più soltanto per mangiare, stare bene, condividere un’esperienza. Arriva per valutare. Fotografare., Postare. Confrontare. Correggere. Talvolta persino bocciare. Come se ogni piatto fosse una prova televisiva e ogni tavolo una piccola giuria di MasterChef.
I ristoratori lo raccontano sempre più spesso: osservazioni continue, piatti rimandati indietro, commenti tecnici non richiesti, atteggiamenti da esperti senza reale esperienza del mestiere. Perché una cosa è dire: “Questo piatto non incontra il mio gusto”. Altra cosa a mio parere è sentenziare: “Questo piatto è sbagliato”. La prima è libertà del cliente. La seconda è presunzione.
E poi c’è la sala. Il luogo più esposto, più fragile, più sottovalutato. Camerieri e personale di servizio sono diventati spesso il parafulmine dell’arroganza quotidiana. Si pretende attenzione immediata, perfezione continua, sorriso obbligato, disponibilità infinita. Ma si dimentica che dall’altra parte ci sono persone, non comparse di un format televisivo.
Il fenomeno più volgare resta quello che tecnicamente viene chiamato il no-show: prenotare e non presentarsi. Senza una telefonata, senza un messaggio, senza un minimo gesto di rispetto. Un tavolo lasciato vuoto non è una distrazione. È materia prima acquistata, personale organizzato, coperti persi, altri clienti rifiutati. È un danno economico e culturale.
È tutta colpa delle trasmissioni di cucina? No. Sarebbe troppo facile. La televisione ha acceso i riflettori. I social hanno dato a tutti un microfono. Le recensioni online hanno trasformato ogni cliente in un potenziale tribunale pubblico. L’aumento dei prezzi ha reso le persone più severe. Ma la maleducazione, quella, non nasce davanti a uno schermo. Esiste già. La cucina televisiva le ha solo dato un grembiule.
La cultura gastronomica dovrebbe insegnare rispetto: per chi cucina, per chi serve, per chi lavora quando noi ci sediamo a tavola. Invece, troppo spesso, ha prodotto una caricatura: il cliente che non sa cucinare, non ha mai gestito un servizio, non conosce i costi di un ristorante, ma giudica tutto con sicurezza assoluta.
Criticare un piatto è legittimo. Non disdire una prenotazione è incivile. Umiliare un cameriere è miserabile. Confondere il gusto personale con una sentenza tecnica è ridicolo.
Non siamo diventati tutti chef. Siamo diventati tutti recensori. E questa, francamente, non è sempre una buona notizia.
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#bcarenini #rciradio #Ristorazione #MasterChef #società
L'assoluzione di Dassilva ci dice molto di come Garlasco abbia definito probabilmente un nuovo corso.Non si condanna in mancanza di prove certe.Non bastano indizi e supposizioni.Potrebbe essere una svolta.
#Paganelli#Dassilva Assolto perché il fatto non sussiste.
Pisa ha intervistato l'altra parte del cuore di Alberto: sua Madre.
Una Donna che non ha mai inveito e approfittato del clamore mediatico per colpire chi ha contribuito a vario titolo alla distruzione della loro vita. Il suo pensiero va a Chiara: i Buoni sono così 🩵
#Garlasco
A proposito delle spese legali dovute da Alberto Stasi ai genitori e al fratello di Chiara Poggi.
Da sentenza di condanna, il risarcimento ammontava a 1.000.000 di euro oltre 200.000 euro circa di spese legali.
Si raggiunse un accordo in base al quale la famiglia concordò un risarcimento di euro 700.000 comprensivo di tutto, di cui 340.000 pagati subito tramite la vendita di beni dei genitori di Stasi e gli altri con la cessione di una parte del suo stipendio, che continua tuttora.
In realtà, all’epoca della condanna Stasi era nullatenente ed essendo maggiorenne all’epoca dell’omicidio, i suoi genitori non erano assolutamente obbligati, per legge, a vendere alcunché per risarcire i genitori e il fratello di Chiara, i quali, sempre in base alla legge, rischiavano di non prendere neanche un euro, se non il quinto dello stipendio una volta che Stasi avesse iniziato a lavorare. Invece, i suoi genitori vendettero quasi tutto ciò che avevano per pagare circa la metà del risarcimento concordato.
Quindi, se da un lato è vero che la famiglia di Chiara Poggi accettò di ridurre la cifra cui aveva diritto, è ugualmente vero che la maggior parte del risarcimento fu pagato da chi non aveva l’obbligo di farlo.
Ciò, per amore di verità. Che è l’unica cosa che cerco, nel mio piccolo, di raccontare, viste le torbide interpretazioni e deviazioni che sento e leggo in giro, non so neanche più se per semplice ignoranza dei fatti o minuziosa faziosità. #garlasco
Milano, caro scontrino: 18 euro per due cappuccini con brioche in centro. Forse siamo a Dubai e non ce ne siamo accorti
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Anonyme
« J’ai 72 ans et je commence à en avoir marre.
On nous accuse presque d’être des privilégiés parce qu’on touche notre retraite. Mais qu’est-ce qu’on a vraiment volé à qui que ce soit ?
On a connu les semaines à 45, 48, parfois 50 heures. On faisait des heures supplémentaires sans même les compter, parce qu’il fallait nourrir la famille. On se levait à 5h, on rentrait parfois cassé, le dos en miettes, les mains abîmées. On ne pleurait pas, on ne faisait pas de burn-out : on tenait bon.
On a élevé nos enfants sans crèche, sans allocations familiales mirobolantes, sans aide de l’État. Juste avec notre salaire et notre courage. Et on en est fiers.
Aujourd’hui, on nous regarde de travers en disant que « les jeunes paient pour nos retraites ». Mais ce n’est pas nous le problème. C’est un système qui a été détourné, mal géré, et qui accueille de plus en plus d’assistés au lieu de récompenser ceux qui travaillent.
Nous, on a construit ce pays. Les routes, les usines, les écoles, les logements. On a bossé dur, souvent dans des conditions que beaucoup ne supporteraient plus aujourd’hui.
Alors oui, notre retraite, on l’a bien méritée. Pas par privilège. Par usure. Par sacrifice. Par devoir accompli.
Un peu de respect pour ceux qui ont donné leur santé et leur jeunesse pour que les générations suivantes aient une vie plus douce. ❤️👴👵»
Appello a #marcopoggi: ci potrebbe dire quali sarebbero le “notizie rivelatesi false” che sarebbero state sbandierate per assolvere mediaticamente #albertostasi? Io sono molto curioso e immagino che non sia stata una frase preparata prima e detta senza esserne convinto. #garlasco
Fateci caso, la Rete è sempre più la lavatrice dove lavare i panni sporchi degli altri in maniera totalmente arbitraria. Oramai non serve autorizzazione e il cesto di raccolta non fa differenza, politica, spettacolo, musica, sport, ogni personaggio pubblico sa che prima o poi in quella centrifuga ci finisce. L’ultimo in ordine di apparizione è Tiziano Ferro, 25 anni di carriera, 10 album e più di 20 milioni di dischi venduti.
Amo l’artista, la sua timbrica mi ha sempre avvolto e molti testi delle sue canzoni suscitavano emozioni vere. Sulla persona ho sempre avuto riserve, ho avuto a che fare con lui per una manifestazione nazionale in tema di diritti LGBTQ+ quando ancora le Unioni Civili non c’erano e cercai il suo aiuto.Usai ogni canale di conoscenza disponibile, ci incontrammo di persona dopo un concerto, quattro parole e neanche una sulla questione più importante. Non chiedevo la sua presenza ma almeno l’aiuto ad un tam tam nell’ambiente musicale. Manco rispose. Amen. Ci ripenso con rammarico però, perché per la stessa questione rivolta ad Annie Lennox si risolse diversamente, accettò di fare da madrina e mi invitò ad un incontro a Londra dedicandomi un’ora del suo tempo.
Ferro aveva già fatto coming out e andava però rilasciando interviste ai magazine e quotidiani stranieri che il nostro Paese era lontano dal concedere diritti alla comunità e che mancavano iniziative serie altrimenti se ne sarebbe fatto promotore. Parte della sua carriera ha coinciso con l’interiorità della sua vita, se non avesse sofferto o gioito non avremmo avuto in dono splendide canzoni che non dimenticheremo. Il ruolo di vittima però non lo ha mai penalizzato anzi, album, canzoni e concerti hanno sempre veicolato anche questo aspetto.
Bene, conosciamo la storia dei suoi ultimi tormenti sentimentali, matrimonio americano, due figli e separazione. Ce n’è quanto basta per immaginare strazio, dolore, sofferenza e down psicologici. Nonostante questo Tiziano Ferro ha deciso di rialzare la testa, lo ha fatto con un cambio di casa discografica, incidendo un album con ritmi e sonorità attuali e proponendo collaborazioni inaspettate ma riuscite. Il tour è iniziato da poco, 32 canzoni e coreografie, 46 anni alle spalle e nonostante un fisico che risente delle sue vicissitudini private, torna sul palco, appaga e si dimostra l’artista che è.
Sono però bastati una foto e un video per farlo diventare virale, offenderlo, insultarlo, distruggerlo artisticamente con invito alla resa. Pochi mesi fa toccò a Laura Pausini.
C’è davvero da vergognarsi per ciò che socialmente stiamo diventando, stracciamo le vesti degli altri alla prima occasione e magari abbiamo scheletri nell’armadio, difetti da vendere che non vediamo e non vogliamo vedere.
Non riusciamo a guardarci dentro prima di parlare o scrivere, e se troviamo il branco ci integriamo. Abbiamo perso l’ascolto, la compassione, smarrito il principio di aiuto. Mettersi nei panni dell’altro è un valore dissolto nella palude della Rete.
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#bcarenini #rciradio #tizianoferro #social #società
#Garlasco, condannato Scoppetta, l'ex carabiniere coinvolto nell'inchiesta per corruzione del #SistemaPavia.
Il militare che piazzò le cimici nell'auto di #Sempio, all’indomani dell’apertura del fascicolo contro l’indagato per l’omicidio di #ChiaraPoggi chiamò Pappalardo, che si precipitò in Procura e fotografò gli atti segreti. La Corte d'Appello gli infligge 4 anni e mezzo per corruzione e stalking.
@ilgiornale
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#oltrelultimomiglio
Il posacenere è rimasto sul tavolo, quasi invisibile. I filtri dei mozziconi sono stati strappati via uno a uno. Un gesto metodico, nervoso. Chi ha fumato in quella casa mentre il sangue si stringeva sul pavimento non voleva lasciare tracce. Non Alberto, che non ha mai toccato una sigaretta. C’era qualcun altro in Via Pascoli quel mattino. Un'ombra che camminava su scarpe troppo piccole per essere da uomo. Un piedino femminile, dicono le perizie dimenticate.
Vent'anni di teatrini televisivi hanno coperto il rumore della verità. Ci hanno venduto la favola del fratello distrutto, protetto sotto una campana di vetro, incapace di parlare. Tutte balle. Oggi scopriamo che il silenzio serviva a coprire altro. Perché difendere l'amico d'infanzia davanti ai magistrati? Perché accusare gli investigatori invece di pretendere la verità sul DNA? Quando il sospetto sfiora chi ti è cugino o amico, un fratello normale pretende risposte. Invece, solo fango sui Carabinieri.
Una foto sbiadita in uno scorcio di montagna non è un alibi blindato. Da quelle vette a Garlasco si va e si viene in poche ore. Abbastanza per vedere le luci accese nella casa della nonna, quella notte, dove qualcosa di troppo grosso era nascosto. Forse un carico che non doveva essere scoperto? Forse la paura che una ragazza pulita parlasse troppo?
Poi c'è quella sedia messa in modo che qualcuno potesse allungarsi sopra e metterci magari una gamba... i fazzoletti stropicciati, il ghigno di Bertani, l'amico intimo di Sempio, quello che diceva "la verità sta nelle cose che nessuno sa". Quello che nel 2016, prima di suicidarsi, si fa una foto sorridente davanti al "Wall of Dolls" a Roma. Sapete cos'è, no? Il monumento alle donne vittime di femminicidio. Un insulto finale.
Mentre i criminologi da salotto fatturano sulle dirette TV, la giustizia si è fermata davanti alla porta di quel garage. La Procura indica un nome, la scienza offre un DNA, ma la famiglia si incaponisce sulla vecchia pista. Chi stanno proteggendo davvero? La verità è sepolta sotto una montagna di silenzi complici.
Chi sorride ideologicamente davanti alla questione sicurezza, intendo quella delle città e dei paesi, non quella nazionale che fortunatamente ancora non ci tocca da vicino, non ha il reale senso della misura. Chi scuote la testa, provi a parlare con le persone comuni. Si renderà conto del livello di preoccupazione raggiunto. Ragazze, donne, anziani, commercianti, ristoratori, ma anche ragazzi che rientrano di notte a casa dopo una birra in compagnia: tutti percepiscono una libertà sociale più fragile, più limitata, meno garantita.
Tra microcriminalità, furti, rapine, baby gang, gruppi violenti e fenomeni di degrado urbano, possiamo dire che oggi viviamo meno pienamente una libertà che dovrebbe spettarci di diritto. Credo che il tema della sicurezza, nel consenso elettorale in vista delle elezioni del 2027, avrà un peso forse persino superiore a quello della sanità e del caro vita. Sulla sicurezza, la soglia di sopportazione si sta abbassando rapidamente.
Questo articolo parla di paradossi. Il primo è il mio: persona da sempre progressista, liberale, cittadino del mondo, attento ai valori dell’inclusione e dell’integrazione, impegnato in missioni umanitarie a favore degli ultimi, mi ritrovo oggi a invocare azioni politiche ferme per ripristinare legalità, ordine e rispetto civile. Ma soprattutto rispetto umano: per chi vive, lavora, cammina e cresce dentro le nostre città.
Il secondo paradosso riguarda la certezza della pena e il sistema carcerario. Le carceri italiane sono al collasso. A fine maggio 2026 si contavano circa 64.700 detenuti a fronte di 51.000 posti regolamentari, con un tasso di affollamento intorno al 140%. Chi si occupa di problemi carcerari ricorda giustamente che il carcere deve punire, custodire e rieducare. Si denuncia che migliaia di posti siano occupati da persone che hanno commesso reati minori e che dovrebbero essere avviate a percorsi alternativi, più utili alla rieducazione che alla pura detenzione.
Ma fuori dalle carceri, nelle case, nei negozi, nelle strade e nei quartieri, molti cittadini chiedono più rigore. Chiedono certezza della pena. E la chiedono proprio a partire dalle cosiddette piccole malefatte, perché è da lì che nasce la percezione quotidiana dell’impunità.
Ho parlato con alcuni esponenti delle Forze dell’Ordine e li ho trovati preoccupati, demotivati. Quando arrestano qualcuno per reati medio-piccoli, spesso il magistrato di turno suggerisce di lasciarlo in libertà. Il risultato è un senso diffuso di impotenza: in chi deve garantire sicurezza e in chi dovrebbe sentirsi protetto dallo Stato.
C’è poi un’altra verità, scomoda ma impossibile da rimuovere. Nel massimo rispetto delle centinaia di migliaia di cittadini immigrati onesti, lavoratori e integrati, una parte rilevante della criminalità urbana visibile è legata a soggetti immigrati irregolari, marginali, senza reale inserimento sociale e spesso già noti alle autorità. Oggi bivaccano, rubano, spacciano, stuprano, minacciano e rapinano in strade e negozi sicuri che nessuno gli farà qualcosa.
La sopportazione del cittadino è al limite. Se ci fossero più carceri, più agenti di polizia penitenziaria, oggi in grave difficoltà di organico e dotazioni, più giudici realistici e meno ideologici a condannare, forse ci sentiremmo meno circondati e impotenti. E chi entra illegalmente nel Paese per vivere di espedienti o delinquere sarebbe meno propenso a farlo, sapendo che esistono conseguenze concrete. È ciò che avviene in molti Paesi europei e del mondo, dove l’irregolarità non è trasformata in una zona grigia permanente.
Il punto non è invocare vendetta. Il punto è ricostruire un principio semplice: una società aperta può restare tale solo se è anche una società ordinata. L’inclusione funziona quando incontra responsabilità. L’integrazione richiede diritti, ma anche doveri. La legalità non è un valore di destra o di sinistra: è la condizione minima della convivenza civile.
Qualunque partito prenderà alla leggera questo tema, non si chieda poi perché ha perso consenso.
La sicurezza non è propaganda quando nasce dalla paura reale delle persone. Diventa propaganda solo quando la politica la usa senza risolverla.
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#bcarenini #rciradio #giustizia #Criminalità #politica #carceri #immigrazioneclandestina