A utopist involved in Human Rights, Fairuz, BD, ArthouseFilms, MENA & Japan
"Riflettiamo, prendiamo coscienza, salviamoci: nessuno può farlo per noi" - Terzani
Ho smesso di avere rapporti con chiunque sia rimasto in silenzio di fronte al genocidio commesso da #Israele. Amici compresi. L'indifferenza nei confronti del dolore di milioni di palestinesi a #Gaza ha dato carta bianca a Israele per ripetere lo stesso pattern nel mio #Libano.
There is a sentence that almost never appears in Western coverage:
Under international law, a people under military occupation have the right to resist that occupation.
This is not a controversial claim.
It is in the United Nations Charter.
It is in the Geneva Conventions.
It has been affirmed repeatedly by the UN General Assembly, explicitly referring to "all available means, including armed struggle."
It is the same principle invoked to describe French resistance to Nazi occupation as heroic rather than terrorist.
It is so uncontroversial that it doesn't need to be stated when applied to almost any other occupied people in history.
When applied to Palestinians, it disappears.
Not because it became false.
Because the people who control which sentences appear in the news made a decision about which populations are permitted to have legally recognized rights that are spoken aloud in prime time.
That decision is political.
The silence around it is also political.
The pretense that both are journalistic is the lie inside the lie.
Ho intervistato l'artista libanese #LenaMerhej. L'8/10 inaugurerà la sua mostra al BettyB Festival a Spilamberto. Autrice di Marmellata con laban ecofondatrice della rivista di #fumetti#arabi#Samandal, sarà a Roma il 7/10 da Risma al #Pigneto e a Bologna l'11 a #WeWorld
Non si può comprendere appieno il sionismo se non si considera il suo lato mafioso accompagnato da uno degli aspetti principali di questa ideologia, ovvero l’ostentazione della loro criminalità e della loro impunità.
Ieri all’ONU è andato in onda esattamente questo.
Il colono polacco Mileikowski (detto “netanyahu”) che agita il cercapersone, celebrando il peggior attentato terroristico indiscriminato contro civili e bambini degli ultimi decenni; questo tizio qui sotto che, volendo certamente farsi individuare, passa a compilare la lista di chi è uscito; insieme, lo scopo era quello di creare una minaccia per nulla velata a tutti coloro che nel mondo si oppongono alla loro ideologia disumana, degenerata e suprematista e alle loro azioni.
Cinque morti. Venticinque feriti. Nelle ultime ventiquattro ore.
Questo è il comunicato. Questo è ciò che oggi si pretende di chiamare “tregua”.
Non è una tregua. È un macello a basso regime. Un macello amministrato. Un macello che ha imparato a dosarsi perché il mondo, dopo due anni di carneficina, ha deciso che Gaza è diventata rumorosa.
Settantatremila novecento e oltre. Questo è il conto da ottobre 2023. Non è un “conflitto”. Non è una “operazione”. È lo sventramento sistematico di un popolo rinchiuso, affamato, bombardato, poi dichiarato “pacificato” quando il ritmo delle uccisioni scende da centinaia al giorno a una manciata.
Quattro nuovi cadaveri. Uno che ha impiegato giorni a morire delle ferite precedenti. Venticinque corpi che gli ospedali — quelli che restano in piedi — devono ancora tentare di tenere insieme con filo, taping e scorte finite. E i telegiornali, se ne parlano, lo faranno in dieci secondi, dopo lo sport, prima del meteo.
Dal cessate-il-fuoco dell’ottobre 2025 sono già più di milletrecentonovanta i morti. Mille e trecento persone uccise sotto un accordo che, sulla carta, doveva fermare “tutte le operazioni militari”. La carta è carta. I proiettili sono proiettili. I droni sono droni. Le tende degli sfollati restano un bersaglio legittimo per chi ha deciso che l’esistenza stessa di Gaza è un’offesa.
Si parla di “violazioni”. La parola è un eufemismo da cancelleria. Quando un esercito occupante spara su una donna, su un bambino in un accampamento, su un pescatore, su un passante, e lo fa ogni giorno, non sta “violando” un accordo: sta continuando la stessa impresa con un altro calendario. Lo scopo non è cambiato. Lo scopo è rendere la vita impossibile. Restare e morire piano, oppure andarsene. Questa è la scelta offerta.
Chiamatela come volete: assedio, ghetto, campo. La realtà è che due milioni di persone sono state chiuse, private di acqua potabile, di medicine, di case, di università, di archivi, di cimiteri degni di questo nome, e poi si pretende che il mondo misuri la moralità dell’impresa sul fatto che oggi i morti sono cinque e non cinquanta.
Cinque morti al giorno, per un anno, sono ancora quasi duemila cadaveri. Questa è l’aritmetica che i custodi dell’ordine internazionale fingono di non saper fare. L’aritmetica della “proporzionalità”, quella che serve a trasformare un bambino colpito al petto in un “incidente” e un quartiere raso al suolo in un “danno collaterale”.
Non c’è nulla di collaterale in un progetto che ha polverizzato ospedali, ucciso migliaia di operatori sanitari, seppellito famiglie intere e poi ha dichiarato vittoria quando i sopravvissuti camminano tra le macerie cercando un sacco di farina.
Il Ministero della Salute di Gaza pubblica un bollettino. I suoi numeri sono stati, per mesi e mesi, l’unica contabilità disponibile in un territorio dove anche i registri anagrafici sono stati bruciati. Occidente ha passato due anni a dire che quei numeri erano sospetti. Poi ha scoperto, a denti stretti, che erano se mai sottostimati. Ora li cita sottovoce, come si cita un pronostico del tempo.
Cinque morti. Venticinque feriti. Un giorno “tranquillo”.
Un giorno tranquillo a Gaza è un giorno in cui lo sterminio procede senza bisogno di prima pagina. È il trionfo della normalizzazione. È il momento in cui il crimine cessa di essere scandalo e diventa amministrazione.
Non chiedete “pace”. Chiedete chi ha il diritto di chiudere un popolo in una gabbia, di deciderne le calorie, di sparare sulle sue tende e di chiamare tutto questo difesa. Non esiste difesa che consista nello svuotare una terra dei suoi abitanti. Esiste soltanto il nome giuridico che le cancellerie rifiutano di pronunciare, perché pronunciarlo obbligherebbe ad agire.
Oggi il bollettino è breve. Domani sarà di nuovo breve. Il giorno dopo ancora. Finché il conto non sarà chiuso, e allora si scriver�� che la questione è stata “risolta”.
I morti, quelli no. Quelli restano. Quattro nuovi. Uno che ha resistito qualche giorno in più.
The first child victim of the pager attack, Muhammad Bilal Kanj, was killed on our street in Chiyeh. When I went to the funeral in Dahye, the second wave hit; a walkie-talkie exploded just feet away.
There were children in attendance, clutching his photo as they walked in a single file near the cemetary.
When the second wave hit—and I'll never forget this—someone in the crowd of mourners cried out "not even the devil would come up with such brutality."
The last thing I remember that day is watching a young woman, her hands covered in blood, eyes wide open, and a look of shock and horror etched across her face.
Un ragazzo di ventuno anni entra in cella sano e ne esce cadavere. Nessuna accusa. Nessun processo. Un “fascicolo segreto”. Poi una telefonata dalla stazione di Kiryat Arba: venite a firmare.
Moataz Nizam al-Atrash, Hebron, classe 2005, era in detenzione amministrativa dal 5 ottobre 2025. Lo Stato che si vanta di essere l’unica democrazia del Medio Oriente lo ha tenuto undici mesi senza contestargli un reato, senza mostrare le prove all’avvocato, senza concedergli un giudice che non fosse il prolungamento dell’esercito. Mercoledì è morto a Ofer. La famiglia non ha ricevuto l’ora, la causa, il luogo esatto. Solo l’ordine di autorizzare il trasferimento della salma all’Istituto di medicina legale di Abu Kabir: l’occupante pretenderà di spiegare, sul tavolo anatomico, la morte che ha prodotto.
Un compagno di cella, rilasciato martedì, aveva detto ai parenti che Moataz stava bene. Il giorno dopo era un fascicolo da firmare. Questa è la procedura. Non l’eccezione,la procedura.
Le istituzioni palestinesi per i detenuti parlano di novantadue identità accertate morte in custodia israeliana dal 7 ottobre 2023; altre inchieste mediche israeliane ne avevano già contate novantotto. Il numero reale è più alto, perché decine di prigionieri di Gaza sono scomparsi: non processati, non elencati, non consegnati. Dal 1967 i morti noti nelle carceri arrivano a trecentoventinove. Quasi la metà di quel totale è deceduta in questi tre anni. Non è un incidente statistico. È un regime.
Ofer, Megiddo, Ketziot, Sde Teiman: nomi che i comunicati occidentali pronunciano di rado. Dentro, i rapporti di B’Tselem, di Physicians for Human Rights-Israel, delle commissioni palestinesi e le testimonianze dei rilasciati descrivono lo stesso dispositivo: fame calibrata, cure negate, pestaggi, umiliazione sessuale, isolamento, divieto alla Croce Rossa. L’ICRC non entra dal 7 ottobre 2023. Quando manca l’ispezione, resta solo la parola del carceriere. E il carceriere, in un caso documentato, scriveva al partner: «Tesoro, un aggiornamento: è appena morto». Poi rideva del sangue.
Si dirà: “indagine in corso”. Si dirà: “circostanze da chiarire”. Si è detto così per decine di corpi. I corpi, intanto, restano sequestrati: cento salme di prigionieri trattenute, ottantanove di questo ciclo di guerra. Anche da morto il palestinese è proprietà dello Stato che lo ha rinchiuso. Il padre firma. Lo Stato disseziona. L’opinione pubblica “seria” cambia pagina.
La detenzione amministrativa non è un dettaglio giuridico. È lo strumento con cui si cancella la persona prima di cancellarne il respiro. Oltre novemila palestinesi sono oggi in carcere; più di tremila senza imputazione. Tra loro bambini. Tra loro gente che, come Moataz, non aveva malattie note. Poi il cuore si ferma, i polmoni si fermano, e la polizia dell’insediamento chiama il padre come si chiama un impiegato per un modulo.
Chi invoca il diritto internazionale soltanto quando serve a coprire un alleato dovrebbe rileggere la Quarta Convenzione di Ginevra: il prigioniero protetto non è un oggetto. La tortura è vietata. La morte in custodia, senza inchiesta indipendente e senza accesso umanitario, non è un “evento infelice”. È responsabilità dello Stato detentore. Punto.
Non serve il melodramma. Servono i nomi, le date, i numeri, le firme sui fogli di Abu Kabir. Moataz al-Atrash aveva ventun anni. Lo hanno preso senza processo. Lo hanno tenuto al buio legale. Lo hanno restituito come pratica amministrativa. Finché questa catena resta impunita, ogni nuovo “decesso in carcere” non è un mistero. È la politica che continua a funzionare.
Los 65.000 millones de barriles de petróleo venezolano, sobre los que EEUU ha tomado el control, valen 6 billones de dólares.
54 veces el PIB anual de Venezuela.
Es el mayor robo de la historia y parece que a nadie le importa. Es increíble.
Sapete che succede se chiedi al Presidente della Finlandia - uno che passa le giornate a dare lezioni di diritti umani agli smidollati Europei - perché abbiano comprato vagonate di armi dal regime Genocida di Tel Aviv?
Ti arrestano.
L'Europa oramai è una colonia sionista.
Hasbara non informa: ripete. Ripete fino allo sfinimento le stesse formule vuote. «Israele ha il diritto di difendersi». Sempre. Ovunque. Contro chiunque. Anche quando riduce in macerie quartieri interi. Il copione non cambia mai. «Scudi umani». La formula magica che assolve ogni crimine in anticipo. I civili muoiono? Colpa loro: stavano nel posto sbagliato. Sempre la stessa accusa, sempre la stessa inversione. «L’unica democrazia del Medio Oriente». Mantra recitato mentre si cementano colonie e checkpoint. Mentre si amministra un sistema di privilegio etnico. La hasbara non argomenta. Recita. Recita un testo scritto decenni fa e mai riscritto. Gli slogan del 1967 servono ancora oggi. Quelli del 1982, del 2008, del 2014. Non serve inventare nulla di nuovo. Basta premere play sul nastro già registrato. «Ci odiano perché siamo ebrei». L’accusa di odio come scudo definitivo e automatico. Qualsiasi documento, qualsiasi cifra, qualsiasi immagine viene cancellata. Resta solo il refrain. La ridondanza è il metodo, non un difetto. Ripeti abbastanza a lungo e la menzogna diventa sfondo. Diventa «contesto». Diventa «complessità». Mentre i fatti restano semplici e brutali. Occupazione. Blocco. Esproprio. Uccisioni di massa. La hasbara non li nega tutti: li annega nel rumore. Li ricopre di frasi già sentite mille volte. È propaganda, stantia, pigra. Non convince chi guarda i numeri. Convince chi non vuole guardarli. Serve a chi deve giustificare l’ingiustificabile. Serve a chi deve continuare a fare ciò che fa. Per questo non evolve. Non ha bisogno di evolvere. La ripetizione basta. La ridondanza è la sua unica strategia. E funziona proprio perché è così banale.
AIPAC è l’acronimo di American Israel Public Affairs Committee, il Comitato americano per gli affari pubblici di Israele. Non un’associazione, non un semplice gruppo di pressione: è una macchina che trasforma denaro in fedeltà e fedeltà in politica estera. Nata per difendere uno Stato, è diventata il custode di un dogma. Chi osa mettere in discussione Israele viene bollato, isolato, distrutto. Non con argomenti, ma con conti in banca e liste nere.
I suoi uffici non scrivono libri: compilano registri di chi ha votato giusto e di chi ha votato sbagliato. Poi arrivano le buste, le campagne, i super-PAC. Il messaggio è sempre lo stesso: la tua carriera dipende da noi. Non comprano governi con valigette sotto il tavolo. Li comprano con la paura. Paura di essere chiamati antisemiti. Paura di perdere le donazioni. Paura di svegliarsi un mattino e scoprire che la propria circoscrizione elettorale è diventata un campo di battaglia finanziato da chi non vive nemmeno lì.
Il Congresso americano non discute più la Palestina: la subisce. Ogni risoluzione, ogni condanna, ogni silenzio passa prima dal filtro di chi sa quanti voti e quanti dollari possono sparire in una notte. È un sistema perfetto. Non ha bisogno di cospirazioni. Ha bisogno solo di memorizzare chi è debole e chi è ambizioso, e di ricordare a entrambi che la coscienza costa cara.
Mentre i bambini muoiono sotto le macerie, qui si discute di «relazioni speciali». Mentre i villaggi vengono cancellati dalla mappa, qui si vota l’ennesimo pacchetto di aiuti. E chi alza la voce viene accusato di odio, come se l’odio fosse denunciare il potere e non esercitarlo. Questa non è influenza: è cattura. Una cattura lenta, metodica, quasi elegante, che ha trasformato la democrazia americana in un’agenzia di pubbliche relazioni per uno Stato straniero.
E la cosa più tragica è che funziona. Funziona perché troppi hanno deciso che il prezzo della verità è più alto del prezzo del silenzio. Così la macchina continua a girare. Silenziosa. Efficiente. Impunita. E i governi, uno dopo l’altro, imparano a chinare la testa prima ancora di entrare in carica.
Una vita ebraica vale dieci milioni di vite palestinesi.
Lo ha detto a chiare lettere un avvocato di coloni, residente in un avamposto illegale.
Non ha esitato. Non ha minimizzato.
Quando gli è stato fatto notare che suonava razzista, ha risposto: sì, lo so. Ma questa è la verità. Perché Dio ci ha scelti.
Ecco, nuda e cruda, la teologia dell’eletto trasformata in bilancia morale.
Non più un’elezione a responsabilità, a giustizia, a memoria della schiavitù.
Ma un’elezione a superiorità ontologica.
Una gerarchia divina delle vite.
Questa non è un’aberrazione isolata.
È la logica estrema, ma coerente, di chi pretende che un libro sacro gli consegni la terra e, con essa, il diritto di pesare l’esistenza altrui.
Se Dio ha scelto, allora il sangue di chi non è stato scelto pesa meno.
Dieci milioni di volte meno.
Si può discutere a lungo di geopolitica, di sicurezza, di storia.
Si può anche invocare il trauma collettivo, la Shoah, la necessità di non ripetere.
Ma quando si arriva a dichiarare apertamente che una vita vale dieci milioni di altre vite, si è usciti dal dominio della politica e si è entrati in quello della teologia razziale.
E qui sta l’ironia più crudele.
Un popolo che ha conosciuto sulla propria carne il significato di essere considerato meno umano,
che ha subito la gerarchia delle vite,
che ha visto i propri figli contati come numeri e non come persone,
ora produce, almeno in una sua frangia, chi replica lo stesso schema a parti invertite.
Non si tratta di paragonare i crimini.
Si tratta di riconoscere lo stesso principio:
che l’umanità non è uguale,
che esiste un popolo eletto e un popolo surplus,
che la violenza contro i secondi è non solo legittima, ma quasi doverosa.
Quando l’avvocato colonizzatore afferma che dopo la morte di un israeliano occorre “uccidere tutta la gente” di diversi villaggi,
non sta parlando di deterrenza.
Sta applicando la sua teologia.
Una vita contro dieci milioni.
Un calcolo che non ammette resto.
Questa non è solo una frase orrenda.
È uno specchio.
Mostra fino a che punto la mistica della terra promessa può corroderne l’etica.
Mostra come l’idea di elezione, privata di ogni vincolo universale, diventi semplicemente una licenza.
Chi difende tali parole come “sincerità” o “realismo”
dovrebbe almeno avere il coraggio di ammettere che sta difendendo
la negazione del principio più elementare della modernità:
che ogni vita umana ha lo stesso peso.
Finché questa teologia resterà accettabile,
finché potrà essere pronunciata senza scatenare un rifiuto totale,
non ci sarà alcuna possibilità di giustizia.
Perché la giustizia presuppone l’uguaglianza.
E l’uguaglianza è esattamente ciò che questa teologia rifiuta.
È questo il sionismo: non un progetto di riscatto, non una risposta alla persecuzione, non una legittima aspirazione nazionale. È una macchina. Una macchina costruita per stritolare.
Tutto ciò che resiste, qualunque ne sia l’origine, viene macinato. Non conta se sei arabo o ebreo, religioso o laico. Conta solo se ti opponi alla logica del dominio. La macchina non conosce tolleranza. Non conosce dibattito. Non conosce sfumature. Conosce solo la necessità di schiacciare.
Si presenta con il linguaggio della sopravvivenza e della giustizia storica. Ma dietro le parole c’è soltanto il calcolo del potere. Chi critica viene accusato di tradimento. Chi documenta viene accusato di odio. Chi ricorda i fatti scomodi viene bollato come nemico dell’esistenza stessa. Non esiste più lo spazio per la discussione: esiste solo l’obbligo di aderire.
Coloro che si illudono di stare “dalla parte giusta” scoprono presto la verità. Basta una frase fuori posto, una statistica non allineata, un dubbio espresso a voce troppo alta. Allora la macchina si gira anche contro di loro. Gli stessi che ieri applaudivano diventano oggi i nuovi bersagli. Perché in una setta non esistono alleati stabili. Esistono solo fedeli e traditori.
Il meccanismo è semplice e spietato. Prima si costruisce il mito dell’eccezione morale. Poi si dichiara che ogni critica è un attacco all’esistenza. Poi si legittima la repressione in nome di quella stessa esistenza. Alla fine non resta altro che il culto della forza. Chi non si inchina viene frantumato, e chi si inchina troppo tardi viene frantumato lo stesso.
Non c’è redenzione in questo sistema. Non c’è conversione sufficiente. Non c’è lealtà che basti. La macchina non premia la fedeltà: la usa finché serve e poi la scarta. Quelli che credevano di essere al sicuro perché avevano scelto il campo vincente scoprono, troppo tardi, che il campo vincente non ha amici. Ha solo strumenti.
E così, giorno dopo giorno, si consuma la stessa tragedia. Non quella raccontata nei discorsi ufficiali, ma quella reale: la riduzione di un popolo, di una storia, di una memoria a puro strumento di dominio. Chi resiste viene spezzato. Chi collabora viene consumato. Chi tace viene preparato al prossimo turno.
Alla fine non resta nulla di vivo. Solo la macchina che continua a girare, cieca, senza memoria e senza pietà.
La notte che apprendemmo
dell’assassinio di Anas al-Sharif /
Era tardi quando lo schermo si accese come una ferita.
Un nome solo, e tutto intorno divenne silenzio.
Anas.
Voce che non aveva mai chiesto permesso
di piangere in diretta,
di mostrare i corpi magri dei bambini,
di dire la fame senza retorica.
La tenda vicino al cancello di al-Shifa
era segnata “Press”.
Bastò un drone. Bastò una notte.
Caddero con lui Mohammed, Ibrahim, Moamen, Noufal.
Caddero le ultime voci
che ancora riuscivano a parlare
dal fondo della città in fiamme.
Noi, lontani, restammo immobili
davanti al telefono che tremava.
Non c’era urlo abbastanza grande.
Non c’era pianto che bastasse.
Aveva scritto, mesi prima:
«Se queste parole vi raggiungono,
sappiate che Israele è riuscito a uccidermi».
E le parole arrivarono. Troppo tardi.
Ventotto anni. Due figli piccoli.
Un padre già sepolto sotto le macerie di Jabalia.
E lui che aveva scelto di restare
quando tutti gli dicevano di fuggire.
Addolorati
ci chiedemmo quanto ancora doveva costare
il semplice atto di vedere,
quanto ancora doveva costare
dire la verità mentre la verità veniva bombardata.
Quella notte non dormimmo.
Contammo i giornalisti uccisi
come si contano le stelle
quando il cielo �� nero di fumo.
Più di duecento. E nessuno che fermasse il conto.
Anas non era solo un volto.
Era lo sguardo che non distoglieva.
Era la voce che non si spegneva
anche quando piangeva.
Era il testimone che sapeva
di essere già condannato.
Ora resta il vuoto.
Resta la tenda bruciata.
Restano le immagini che ha lasciato,
e il silenzio di chi avrebbe dovuto proteggerlo.
In quella notte senza fine
imparammo ancora una volta
che uccidere chi racconta
è il modo più antico
di continuare a uccidere.
E noi, che abbiamo appreso,
portiamo il peso
di non aver saputo impedirglielo.
Far vivere una popolazione costantemente nella propaganda, nella totale continua distorsione d'ogni fatto, nella menzogna sistematica, alla fine, dopo anni e anni uccide un Paese, ne lascia solo scorie tossiche, l'incapacità di costruire un domani auspicabile
Cosa succede a Ceuta in breve:
Usa e Israele hanno ordinato al Marocco, che gli è in debito per il Sahara occidentale, di lanciare una guerra migratoria a Sanchez per favorire Vox alle elezioni o farlo cadere già ora.
Tutti e tre hanno motivi seri per volerlo fuori dai giochi.
Iran : les USA frappent gares, ponts, systèmes de dessalement.
Liban : Israël rase les villages, empoisonne les champs.
Palestine : de nouvelles colonies illégales israéliennes de Gaza à la Cisjordanie.
La complicité européenne avec les crimes de ces « alliés » a assez duré.
Poche ore fa #Israele ha colpito nel centro di #Gaza un corteo funebre. Sette le vittime accertate fin'ora, decine i feriti. Non posto immagini perché sono scioccanti. Le troverete in rete.
Il massacro continua, ma lo chiamano tregua.