Giornalista: Hai detto che non ci sarebbe stata alcuna sospensione dei dazi, ma oggi ce ne è stata una. Come può la gente credere alle tue parole?
Trump: "Bisogna essere flessibili", seguono frasi assolutamente prive di senso. 🤭
Maurizio Salom è il commercialista legato alla Mater B, azienda controllante all’epoca dei fatti della Novamont. #Report è entrato in possesso di alcune intercettazioni che proverebbero il suo coinvolgimento nel lavoro fatto per affondare Bio-On.
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Non dimenticate di comprare il giornale Milano Finanza e di ascoltare in Tv Emerick De Narda…mercoledì 24 luglio a 5 anni della più vergognosa pagina della Finanza Tossica
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Leggete in fondo all’articolo. Bion era 7 anni in anticipo rispetto a cinesi italiani americani…poi li hanno forzatamente arrestati…in tutti i sensi.
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"Il Caso #BioOn : UNFAIR Game” A seguito di un goffo tentativo di diffida e censura da parte del rappresentante del fondo off-shore che speculò sul crollo della startup Bio-On, generando un danno per i risparmiatori… https://t.co/Mwmgi4LFKc
UNFAIR GAME
TEASER 80 sec
Il Caso #BioOn: l'attacco alla sua reputazione ha distrutto in pochi mesi l' "Unicorno" delle bioplastiche made in Italy. Il teaser del nostro documentario-inchiesta.
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Presentazione del documentario: Il caso #BioOn Unfair Game
Dossier giornalistico
GIOVEDI 13 GIUGNO MILANO DALLE ORE 16:00 ALLE 19:00 PRESSO PALAZZO DELLA REGIONE LOMBARDIA -
PALAZZO PIRELLI VIA FABIO FILZI N.22 https://t.co/fILwr5Ntx4
Rimango sempre affascinato dalla candida ingenuità che i pacifinti simulano quando lamentano i pochi sforzi profusi per arrivare ad un accordo di pace sull’Ucraina, visto anche che quando chiedi loro di specificare quale pace, iniziano a girare su loro stessi come robot in tilt. Ci sono infatti una serie di elementi di realtà che per comodità omettono nei loro discorsi, raccontando magari alla gente che sia sufficiente posare le armi e tendere un ramoscello di ulivo a Mosca per chiudere la questione. Spiace dire che la storia di questi anni dimostra che questa idea è banalmente falsa.
Cominciamo col dire che la carriera politica di Vladimir Putin è di fatto decollata con un’invasione e la plateale violazione di un accordo internazionale. Divenuto premier il 9 agosto 1999, poco più di 2 settimane dopo avvia una campagna di massicci ed indiscriminati bombardamenti sulla Cecenia che causano centinaia di vittime e decine di migliaia di sfollati e ad ottobre avvia anche una invasione di terra, dando il via alla seconda guerra cecena. Di fatto straccia gli accordi sottoscritti a Khasavyurt nel 1996, che avevano posto fine alla prima guerra cecena e stabilito l’indipendenza della regione con la nascita della Repubblica di Ichkeria. Il pretesto per la riannessione dello stato caucasico sono le imprese del cosiddetto esercito di liberazione del Daghestan (regione confinante con la Cecenia con forti spinte indipendentiste), il quale tuttavia non era inquadrato nell’esercito regolare, oltre ad una serie di attentati dinamitardi che lo stesso Putin addebitò ai ceceni. Si tratta in realtà di una serie di episodi a dir poco sospetti, dal momento che l’ultimo di questi, peraltro fallito, aveva portato all’arresto di due agenti del FSB (il servizio segreto del quale Putin era stato direttore fino a pochi mesi prima), beccati a piazzare esplosivo in un condominio a Bryansk, salvo poi dire che si era trattato di una semplice esercitazione per testare il grado di attenzione e reattività della popolazione.
Nel 2008 tocca alla Georgia, altro stato caucasico che aveva sottoscritto nel giugno del 1992 un accordo a Sochi con la regione separatista dell'Ossezia del Sud e nel dicembre del 1993 a Ginevra un secondo accordo anche con l’Abcasia, dovendo accettare in entrambi i casi la presenza di truppe di “peacekeeping” anche russe. Il 1 agosto i separatisti sostenuti e armati dalla Russia compiono un attentato contro un convoglio militare georgiano e sparano colpi di artiglieria contro alcune città georgiane. La risposta di Tbilisi fa scattare la reazione della Russia, che accusa la Georgia di aver violato gli accordi e invia truppe di invasione non facenti parte del contingente già di stanza nelle regioni contese, imputando peraltro al governo georgiano una pulizia etnica a danno dei separatisti in realtà mai provata. L’iniziativa russa era in realtà maturata a seguito del fallito tentativo di ingerenza negli affari interni georgiani, perpetrato pilotando l’elezione (illegittima secondo gli standard internazionali) del presidente filo-russo Eduard Shevardnadze, poi deposto con la pacifica “rivoluzione delle rose” del 2003. L’intromissione aveva portato al progressivo peggioramento dei rapporti tra Mosca e Tbilisi, con l’avvicinamento della Georgia all’Europa e l’apertura ad un’ipotesi di adesione alla NATO, iniziative alle quali Mosca aveva risposto rilasciando passaporti russi nelle regioni separatiste e favorendo la progressiva espulsione dei georgiani da quelle aree. Nel 2021 la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo stabilirà che la Russia ha ripetutamente violato i diritti umani in Ossezia e Abcasia e che di entrambe le regioni aveva il controllo di fatto, confermando dunque la violazione degli accordi del ‘92-’93.
Nel 2014 a sgretolarsi miseramente sono il Memorandum di Budapest del 1994 (con il quale l’Ucraina accettava di dismettere il proprio arsenale nucleare in cambio del rispetto della propria integrità territoriale) ed il Trattato di amicizia, cooperazione e partenariato tra la Federazione Russa e l'Ucraina del 1997. L’occasione è l’occupazione della Crimea. Anche in questo caso Mosca cercherà di spacciare la dichiarazione di indipendenza della penisola dall’Ucraina come una iniziativa autonoma, salvo poi non riuscire a nascondere, a seguito di una serie di testimonianze, prove inoppugnabili, rapporti di organizzazioni internazionali e delle interviste tranquillamente rilasciate dai protagonisti delle azioni criminali di quei giorni di febbraio e marzo di vent’anni fa, che militari senza insegne e agenti russi avevano letteralmente rastrellato parlamentari e membri del governo locale costringendoli a dichiarare l’indipendenza della regione da Kyiv e ad indire il referendum farsa per confermare la separazione dall’Ucraina. Le intercettazioni del consigliere di Putin Sergey Glazyev riveleranno molte delle manovre russe per il controllo della penisola ed il flusso di denaro utilizzato per “finanziare” le proteste contro Kyiv.
Poche settimane dopo tocca anche al Donbass, dove vengono spedite dapprima milizie non regolari - per lo più nazionaliste e neonaziste - nel tentativo di sollevare la popolazione di Lugansk e Donetsk contro lo stato centrale ucraino e infine, anche in questo caso, truppe regolari ma senza insegne. Circostanza quest’ultima sempre negata da Mosca, ma accertata da innumerevoli testimonianze e ammissioni degli stessi “invasori” e infine messa nero su bianco anche dalla sentenza di un tribunale olandese sull’abbattimento del volo MH17 della Malaysia Airlines nel 2015.
A seguito di quella impresa si tentano anche i cosiddetti accordi di Minsk, che prevedono un percorso di risoluzione del conflitto. L’Ucraina, seppure in modo parziale, prova a dare seguito alle intese, approvando alcune leggi propedeutiche alla definizione dell’autonomia per le due regioni contese, ma Mosca non tiene fede all’impegno di ritirare le proprie truppe, ripristinare i confini ucraini e consentire libere consultazioni sulla base del diritto internazionale. Anche in questo caso negherà di aver violato gli accordi perché ufficialmente non controparte dei due documenti di Minsk, i quali erano stati in realtà sottoscritti con le due repubbliche separatiste. Repubbliche tuttavia direttamente controllate in realtà - come stabilirà la sentenza olandese - proprio dal Cremlino.
Alla luce di questi fatti, al di là di ogni fantasiosa narrazione finto-pacifista, il reale ritratto delle relazioni internazionali secondo la dottrina standard della Russia di Putin altro non è se non una sequenza di menzogne, accordi violati ed invasioni, lunga 25 anni, che, se si considerano anche interventi come quello in Siria e quello in corso in Ucraina, ha totalizzato un milione di morti e 25 milioni di sfollati, e che ha conosciuto il solo limite dei confini NATO. Questo ad ulteriore dimostrazione - casomai ce ne fosse il bisogno - del fatto che nell’approccio russo non esiste alcuna cultura legata al rispetto del diritto internazionale, ma solo un cinico calcolo dei rapporti di forza.
Non è un caso che tra i punti irrinunciabili stabiliti oggi da Putin per giungere ad un accordo con Kyiv, oltre al mantenimento dei territori conquistati, ci siano anche il sostanziale disarmo dell’Ucraina e la garanzia di non adesione alla NATO, due condizioni che, se disattese, complicherebbero l’obiettivo ormai manifesto di conquista dell’intero paese. Bisogna però essere altrettanto chiari nel dire che chiunque oggi sostenga la necessità di una simile intesa tra Russia e Ucraina, una, per intenderci, che non contempli anche una più che robusta forma di deterrenza, sceglie di mentire spudoratamente nel definirlo accordo di “pace”. Perché, lo dice la storia, al contrario, di null’altro si tratta se non della preparazione per la prossima guerra.
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