Quattro braccianti morti bruciati vivi tornando dai campi. Non è una fatalità: è il volto più crudele dello sfruttamento e del caporalato. Il mio intervento alla Camera per chiedere un’informativa al governo.
Trump attacca il Papa: "È un debole. Non voglio un Papa che critichi il presidente americano. Dovrebbe essermi grato: è stato scelto perché americano. Se io non fossi alla Casa Bianca, Leone non sarebbe in Vaticano. Dovrebbe darsi una regolata".
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Voi, chiamati a essere instancabili operatori di pace nel nome di Gesù, aiutateci a proclamare chiaramente che Dio non benedice alcun conflitto.
~ Leone XIV
#NEWS - 🔴È stato ucciso in un bombardamento nel sud del #Libano padre Pierre El Raii, #parroco maronita di #Qlayaa, morto mentre stava cercando di soccorrere un parrocchiano rimasto ferito durante un precedente attacco. Il sacerdote aveva circa 50 anni.
A riferire la notizia ai media vaticani è stato padre Toufic Bou Merhi, francescano della Custodia di Terra Santa e parroco dei latini nelle comunità di Tiro e Deirmimas. Secondo quanto ricostruito, un primo bombardamento aveva colpito una casa nella zona montuosa della parrocchia di Qlayaa, nel sud del Paese, ferendo uno degli abitanti. Padre El Raii si era recato sul posto insieme ad alcuni giovani per prestare soccorso.
Durante le operazioni di aiuto è avvenuto un secondo attacco che ha colpito nuovamente la stessa abitazione. Il sacerdote è rimasto gravemente ferito ed è stato trasportato in ospedale, ma è morto poco prima di arrivare al pronto soccorso. L’attacco mortale si è verificato intorno alle 14 ora di Beirut, le 13 in Italia, a una settimana esatta dall’inizio dei bombardamenti israeliani sul Libano.
La morte del parroco ha provocato profondo dolore nella comunità locale. «Padre Pierre era davvero il sostegno dei cristiani nella zona», ha raccontato padre Bou Merhi, ricordando come il sacerdote fosse rimasto accanto ai fedeli nonostante i continui avvisi di evacuazione.
La situazione nel Paese resta drammatica. Migliaia di persone stanno lasciando le proprie case, mentre intere comunità vivono nella paura. Nel convento francescano di Tiro, ha spiegato ancora padre Bou Merhi, sono già ospitati circa 200 sfollati, per lo più musulmani. Secondo le stime, circa 500 mila persone si trovano fuori dalle loro abitazioni a Beirut, mentre quasi 300 mila hanno abbandonato il Libano meridionale.
«La gente sa cosa lascia — le proprie case, le proprie proprietà, la propria storia — ma non sa dove andare», ha aggiunto il francescano. «Dormono nelle auto o per strada». Nonostante la tragedia, conclude, «l’ultima cosa che non deve morire è la speranza. Il nostro grido resta lo stesso: basta guerra, basta violenza. Le armi non portano pace, ma solo massacri e odio».
#9marzo #lebanon #war #guerra
Mattarella: Cara Senatrice Segre, in questa occasione solenne desidero esprimerle, a nome della Repubblica, la solidarietà, la stima e l’affetto a fronte di attacchi colmi, a un tempo, di volgarità e di imbecillità
La scorsa notte un uomo è stato trovato vivo su una barca semiaffondata nel Mediterraneo. Era solo. Dietro di lui, 116 morti. Centosedici persone inghiottite dal mare mentre l’Europa festeggiava se stessa. Un sopravvissuto, una strage. E quasi nessuna notizia.
I morti in mare non bucano più i titoli. Non disturbano. Fanno meno rumore di una foto studiata, di un post natalizio, di un leader che sorride davanti a un presepe fingendo di incarnare valori che, nei fatti, vengono quotidianamente smentiti. La rappresentazione è salva, la sostanza può affondare. Il Natale come scenografia, la compassione come accessorio fuori stagione.
Siamo tutti lì, concentrati a respingere. A celebrare regolamenti europei come trofei, come se bastasse cambiare una sigla o irrigidire una procedura per cancellare il dramma. L’importante è non vederlo. Non contarlo. Non nominarlo. Se resta fuori dal campo visivo, allora non esiste. È la nuova frontiera europea: non geografica, ma morale.
Nel frattempo la deterrenza evolve. Non bastano più i centri lontani, opachi, utili solo a lavarsi la coscienza. Ora anche la morte entra nel dispositivo. Diventa una variabile accettata, quasi prevista. Non scritta nei regolamenti, ma incorporata nelle scelte. Se muoiono, funzionerà. Se affondano, arriveranno di meno. È una pedagogia crudele, ma efficace, che non ha bisogno di proclami: basta smettere di salvare.
Così il mare viene promosso a strumento di governo. Non una tragedia da evitare, ma un messaggio da far passare. Un deterrente naturale, si direbbe, se non fosse che di naturale non c’è più nulla. C’è solo una catena di decisioni politiche che trasforma ogni naufragio in un effetto collaterale e ogni corpo in una statistica rassicurante per chi resta a riva, magari scorrendo distrattamente una foto col presepe.
E allora l’ipocrisia è completa. Si celebra il Natale, si evocano simboli, si allestisce il presepe. Ma quel bambino povero, in fuga, che la tradizione dice di proteggere, oggi lo si lascia annegare appena oltre la linea dell’orizzonte. Lì dove lo sguardo non arriva e la coscienza può fingere di non sapere.
Questo è il presepe tradito. Un’Europa che adora i simboli e respinge le persone, che difende i confini più delle vite, che trasforma il Mediterraneo in un abisso morale. E poi si chiede, con aria compunta, perché quel mare continui a restituire morti invece che risposte.
Bavaglini ricavati dai sacchi dell’immondizia.
Punizioni corporali a colpi di ramo.
Pasti saltati.
Cinghie, fascette da elettricista, farmaci somministrati non per curare ma per “tenere buoni” i ragazzi.
È quello che accadeva nella cooperativa Per Mano, nel Cuneese, una struttura che avrebbe dovuto accogliere giovani con autismo o con gravi disabilità psichiche.
Doveva essere un luogo di protezione.
Era diventato un luogo di paura.
Le immagini raccolte dai carabinieri del Comando provinciale di Cuneo hanno svelato una realtà che nessuno avrebbe voluto credere: ragazzi lasciati legati, umiliati, insultati, chiusi al buio, trattati come un peso più che come persone.
Ventuno indagati: educatori, operatori, coordinatrici.
Undici destinatari del divieto di avvicinamento alle vittime, altri sei finiti in carcere.
Il sequestro della struttura è scattato dopo un lavoro di indagine meticoloso: ore di video, testimonianze, intercettazioni, mesi passati a ricostruire una quotidianità fatta di violenze e sopraffazioni.
E quando i genitori hanno visto le prove, quando un papà ha chiesto cosa stesse succedendo davvero, è scoppiato a piangere.
Un gesto semplice, che racconta più di mille pagine giudiziarie: il dolore di chi si fidava, e che ora scopre che quella fiducia è stata tradita.
In mezzo agli atti, alle date, ai provvedimenti, resta questo:
ragazzi fragili trattati come oggetti, non come vite.
Ragazzi che avrebbero avuto bisogno di mani attente e invece hanno trovato cinismo, improvvisazione, abuso.
E allora non basta indignarsi.
Bisogna ricordare con lucidità e con rispetto ciò che è accaduto davvero. Troppe volte.
Perché solo guardando in faccia l’orrore si può impedire che si ripeta.
Saverio ha undici anni, è un bambino con autismo e a settembre ha iniziato la prima media in un istituto della provincia di Napoli. I primi giorni erano stati un piccolo miracolo: entusiasmo, serenità, voglia di imparare. Il merito anche di un professore di sostegno capace e stabile, con cui Saverio aveva trovato fiducia ed equilibrio.
Poi, all’improvviso, tutto è crollato. Il 13 ottobre la famiglia scopre, per caso, durante le lezioni, che quel docente è stato trasferito d’ufficio. Nessuna comunicazione, nessuna preparazione, nessun rispetto delle procedure previste. Da quel momento Saverio si ritrova con tre insegnanti di sostegno diversi in pochi giorni, uno dei quali in congedo. Le assenze, le sostituzioni continue e l’assenza di punti di riferimento mandano in frantumi la stabilità conquistata.
Il 21 ottobre, disorientato e in crisi, Saverio reagisce con un comportamento aggressivo mai avuto prima. La scuola convoca un GLO — il gruppo che dovrebbe pianificare il suo percorso educativo — ma alla riunione si presentano solo i genitori e un docente. Tutti gli altri membri previsti dalla legge assenti.
Nei giorni successivi arrivano i segnali più dolorosi: regressione, ansia, perdita di fiducia. Un bambino che aveva imparato a credere nella scuola ora ne ha paura. Anche i compagni, spaventati, si allontanano. L’inclusione, che era stata un successo, è svanita. Nessuno ha pensato di attivare un supporto psicologico, né per Saverio né per i suoi compagni.
La famiglia parla di abbandono totale: un Ministero che non risponde, un Ufficio Scolastico Provinciale più attento a difendere le carte che le persone.
La verità è che nel caso di Saverio il sistema ha fallito. L’inclusione non può essere un titolo su un documento o una giornata celebrativa. È una responsabilità quotidiana fatta di continuità, presenza e rispetto.
Oggi Saverio e i suoi genitori, come troppi altri bambini, non chiedono privilegi, ma un diritto elementare: sentirsi parte della scuola, non un problema da spostare. La burocrazia gli ha tolto un punto di riferimento, la scuola il suo rifugio. Ora tocca alle istituzioni restituirgli ciò che gli spetta: dignità, stabilità, futuro.
Ci sono tragedie che non dovrebbero mai accadere.
Eppure, ogni volta che accadono, ci ricordano con brutalità ciò che troppo spesso preferiamo non vedere.
Alessandro Lupo aveva dieci anni, amava il mare, e viveva nel suo mondo fatto di silenzi, piccoli gesti e conquiste immense. Era un bambino con autismo, e per chi lo conosceva davvero, ogni suo passo avanti, un abbraccio, un bicchiere d’acqua bevuto da solo, era una vittoria che valeva una montagna scalata.
Venerdì pomeriggio è caduto dal balcone di casa, a Trapani. Una tragedia che in pochi istanti ha spezzato una vita fragile e coraggiosa, e con essa il cuore di una madre, di un padre, di un’intera comunità.
Oggi Alessandro non c’è più, e la sua assenza pesa come un macigno.
Ma pesa anche un’altra verità, amara e silenziosa: solo quando accadono storie come questa ci ricordiamo di quanto sia difficile la vita per chi convive con l’autismo e per le loro famiglie.
Solo allora capiamo, per un attimo, cosa significa vivere con l’ansia costante, con la paura di un attimo di distrazione, con la fatica di un sistema che troppo spesso lascia soli.
Perché dietro ogni “bambino difficile e meraviglioso”, come lo ha descritto la sua terapista Francesca, c’è una madre che non dorme, un padre che si consuma tra sensi di colpa e impotenza, un gruppo di operatori che si inventa ogni giorno nuove forme di amore e di pazienza.
E c’è un Paese che non fa abbastanza.
Non abbastanza per garantire terapie adeguate, sostegni concreti, strutture sicure, formazione per chi lavora e comprensione per chi vive queste vite complesse e luminose.
Le parole di chi gli è stato accanto restano scolpite come un testamento:
«Nel nome di Alessandro vogliamo ricordare quanto sia urgente garantire più attenzione, più risorse e più umanità».
Perché ogni storia come la sua è un richiamo alla responsabilità collettiva: costruire una società che non lasci soli i bambini e le loro famiglie, che non si accorga di loro solo quando è troppo tardi.
Alessandro non tornerà più. Ma possiamo fare in modo che la sua luce, quella forza silenziosa che aveva dentro, diventi l’impegno di tutti.
Quattro vite spezzate sul lavoro in meno di 24 ore. Un dato drammatico che non possiamo più accettare. Occorre investire nella cultura della sicurezza: servono più controlli, più formazione, sia per i datori che per i lavoratori, assunzioni di personale ispettivo e prevenzione. Le promesse non bastano più, sono necessarie azioni concrete da parte del Governo. Ogni morte sul lavoro è una sconfitta per tutti.
@FurlanAnnamaria@TeresaBellanova