Giorgio Gaber
È stato un cantautore, drammaturgo, attore, cabarettista, chitarrista e regista teatrale.
È considerato uno dei padri del genere "Teatro Canzone", un formato di spettacolo in cui canzoni e monologhi si fondono per affrontare temi sociali, politici ed esistenziali con acutezza e ironia.
Abbandonò la televisione all'apice della popolarità nei primi anni '70 per dedicarsi esclusivamente al teatro, creando il personaggio del Signor G, che usava come alter ego per mettere in scena le sue riflessioni, i suoi dubbi e le sue contraddizioni.
Il Nobel per la pace a Maria Corina Machado, leader dell’opposizione venezuelana, rischia di creare un nuovo cortocircuito in una sinistra che le piazze propal hanno gettato in uno stato confusionale, accelerando l’insorgere dell’ennesima crisi d’identità.
C’è infatti una sacca di nostalgia che non ha mai mollato kefia e bandana e non ha accettato il travaso nella cosiddetta sinistra ZTL. Un’anima gruppettara, già risvegliata dall’arrivo di @ellyesse, che sogna di sostituire i congressi con le assemblee nei centri sociali e che si intesta ogni battaglia immaginabile contro il vile Occidente. Un’anima che esiste e resiste come diaspora di quell’ala dura e pura del post-comunismo anticapitalista movimentista che non ha mai trovato una dimora politica stabile.
La colpa che costoro addebitano apertamente a Machado è quella di essere vicina a molti partiti della destra europea e sudamericana, sebbene sia anche sostenitrice di politiche liberali in materia di matrimoni tra persone dello stesso sesso e legalizzazione della cannabis per uso medico. Quella ben più grave e inconfessabile è però quella di essere anti-chavista e di opporsi con tutte le forze alla dittatura oppressiva di Nicolás Maduro, protesi del putinismo in America Latina, cui pezzi della galassia rossobruna rifugiatasi in partiti, sindacati e sedicenti associazioni antifasciste guardano spesso con palese ammirazione.
AVS borbotta e il PD per fare una cosa nuova si divide. Ma la vera spia del disagio è il silenzio abissale del M5S dove la rivoluzione di Conte ha cambiato i meccanismi di potere, senza però provare a superare quell’amore viscerale per il populismo terzomondista, né a recidere gli imbarazzanti legami con tutte le peggiori dittature del pianeta, orgogliosamente rivendicato da ex di peso come @ale_dibattista e @ManlioDS, tra viaggi a Caracas e Mosca e iniziative parlamentari per supportare Maduro e Putin, anziché le vittime delle loro repressioni.
Perché nella piccola piccolissima Italia delle mille botteghe ideologiche battaglie, come quella contro le oppressioni, le si possono fare solo con certe bandiere in pugno e la parola “pace” è concepibile esclusivamente come randello da usare contro l’ormai mitologico colonialismo USA, NATO e UE, giammai per opporsi al neo imperialismo sanguinario del quadrumvirato di Mosca, Pechino, Teheran e Pyongyang.
Questo Nobel è una sconfitta per i tanti fanatici legati, per ingenuità o complicità, a battaglie di retroguardia in una guerra ormai non più attuale, ma soprattutto lancia un avvertimento che sarebbe miope non cogliere. E cioè che la sfida del nostro tempo non è più tra destra e sinistra, o tra capitalismo e socialismo, ma tra democrazia e autocrazia, tra libertà e oppressione, tra la pace costruita sulla forza del diritto e la sopraffazione che alcuni vorrebbero imporre attraverso il diritto della forza.
È un Nobel dedicato all’unica pace degna di questo nome. Quella GIUSTA.
C’è questa parola che ai pacifinti nostrani provoca una forma di alterazione sensoriale, quasi un’eccitazione e che per questo motivo dispensano a volontà. La parola “realtà”. Perché la presa d’atto dello status quo, ci dice anche @marcotravaglio oggi sul @fattoquotidiano salva vite umane.
Se non si trattasse del capo della propaganda russa in Italia, che ha giustificato e supportato la guerra di Putin fin dal primo momento, arruolando filorussi e fascisti duginiani nelle file del suo giornale per soddisfare l’inesauribile fame di manipolazioni complottiste e antioccidentali dei suoi lettori, si potrebbe provare ad intavolare un ragionamento, confidando nella buona fede di chi ti ascolta, ma con chi ripete fin nei dettagli la narrazione del Cremlino sulla guerra già da due giorni prima che scoppiasse (“invasione? Fake news”), non c’è storia.
Va detto che il concetto di realtà per Travaglio non è necessariamente collegato al criterio di verità. Si potrebbe magari parlare di realtà aumentata o, piuttosto, “diminuita”. Nei suoi racconti di fantasia c’è ad esempio la “guerra civile del Donbass” che fu “civile” solo per lui e quattro autocrati amici di Putin, mentre gli stessi consiglieri dello zar al telefono e per email nel 2014 la chiamavano “destabilizzazione”, mentre assoldavano e pagavano gruppi armati per provocare insurrezioni in un’Ucraina che si stava riappropriando del proprio futuro. Ci sono poi i due “golpe bianchi” subiti da Yanukovich, che lui definisce “neutralista”, anziché filorusso, dimenticando che nel 2004 il presidente più corrotto della storia del paese il golpe lo fece e non lo subì (con macroscopici brogli elettorali pilotati da Mosca) e che dieci anni dopo fu destituito solo dopo essere scappato… in Russia, con un bel po’ di miliardi rubati agli ucraini.
Nel Donbass c’è anche la mitica e ormai mitologica “strage dei russofoni”, che secondo il “Solovyev de’ noantri” avrebbe spinto Mosca caritatevolmente ad intervenire per salvarli. Una puttanata smentita da pile di rapporti internazionali dell’epoca e dai fatti anche di questi anni di guerra, quando per “salvare” i russofoni che per Travaglio non vedevano l’ora di essere sottratti alle grinfie dei nazisti di Kyiv, Putin li ha dovuti bombardare, massacrare, torturare, stuprare e rapire (preparandosi a deportare chi non accetta il passaporto russo tra poche settimane), sventrando intere città prima di poter piazzare su cumuli di macerie (nelle regioni russofone) e cadaveri (di russofoni) la bandiera russa.
C’è soprattutto il mito della neutralità, “com’era nei patti del 90-91”, scrive oggi nel suo editoriale. Un argomento che per il direttore è ben più di ossessione. Anche qui omettendo di dire che quei “patti” erano in realtà conversazioni tenute non con il leader russo, ma con quello sovietico, cioè il capo di una nazione che di lì a breve non sarebbe nemmeno più esistita. Dire a Gorbaciov di non voler consentire l’allargamento della NATO ad est, come fece il Segretario del Dipartimento di Stato americano James Baker nel 1990, significava semplicemente assicurare all’URSS che nessuno degli stati sovietici o del Patto di Varsavia sarebbe mai entrato nell’Alleanza Atlantica, perché formalmente legati a Mosca. Ma dall’anno successivo, ciascuno di quegli stati era libero e sovrano e non perché lo dica io, ma perché lo dice lo statuto dell’ONU e pure la Carta di Parigi, sottoscritta proprio nel 1990, anche da Gorbaciov. Erano semmai quelli i patti, scritti e firmati, che non potevano essere violati.
Oggi la realtà, secondo Travaglio, è quella sul campo, e cioè l’occupazione di fatto del 20% dell’Ucraina e l’evidente accordo tra un dittatore criminale di guerra ed un aspirante tale, entrambi a capo di potenze atomiche, il che non lascerebbe margini di manovra a Zelensky e ai leader dell’odiata UE. Nel gongolare per l’ignobile presunto patto, c’è il senso della sua idea di pace, che è nulla più che sopraffazione e legittimazione dell’uso della forza, cioè tutto ciò che venne sconfitto nel ‘45 e che consente anche a lui oggi di raccontare favole ai suoi lettori senza imbattersi in quelle censure che invece in Russia comportano arresti e omicidi. Nessuno si aspetti di leggere appelli ad una reazione per far valere il diritto internazionale (quello vale solo per Gaza), il diritto alla vita, la libertà, la democrazia o i principi di sovranità ed inviolabilità dei confini, che sono l’architrave dell’ordine mondiale. C’è anzi la difesa a spada tratta del sacrosanto diritto del bullo di pretendere terre non sue, ma anche di decidere quando e come un’altra nazione debba votare, quante e quali armi debba avere e quali alleanze sia autorizzata a sottoscrivere. Che è poi la prova della coerenza del personaggio, che per anni ha sfornato libri e articoli contro la trattativa Stato-mafia e ora supporta, come ho scritto anche ieri, le trattative mondo-mafia.
C’è però un fatto che io non sottovaluterei. Che ha a che fare in parte con il presunto acume di Travaglio e in parte con la scaramanzia. E cioè che le cose quasi mai vanno come il direttore prevede che andranno, ed anzi, diciamolo, in genere porta anche un po’ sfiga. Da Bossi, a Di Pietro, Ingroia, De Magistris, fino a Grillo gli amori di Travaglio sono sempre stati anche degli straordinari fallimenti politici. Persino Conte, con l’endorsement del Fatto, è passato dal 33 al 10% scarso. Fossi un lettore della Pravda, darei quindi agli editoriali di questo sedicente interprete della “realtà” il peso che merita, cioè più o meno quello di un oroscopo. Fossi Putin, che tra i suoi amori è sicuramente il più grande, toccherei pure ferro.
Abbiamo digerito che l’incontro si tenesse senza gli ucraini e senza l’Europa, come se il destino di un popolo potesse essere discusso sopra la sua testa.
Abbiamo avuto lo stomaco di sopportare un criminale accolto sul tappeto rosso, applaudito dal Presidente americano.
Abbiamo mandato giù l’ennesima sviolinata a Trump e il solito colpo basso alla precedente amministrazione, con la favoletta che se ci fosse stato The Donald la guerra in Ucraina non sarebbe mai scoppiata. Come se l’invasione fosse stata un capriccio di Biden e non il disegno criminale di un autocrate assetato di potere.
Abbiamo visto Trump gongolare mentre Putin, il campione delle elezioni farsa, dava lezioni di democrazia accusando gli Stati Uniti di truccare i voti e arrivando a sostenere che nel 2020 Trump avrebbe vinto senza brogli.
Abbiamo trattenuto una risata quando l’autocrate russo ha pontificato che Europa e Kiev non devono ostacolare il “processo di pace”.
Abbiamo perfino, per amore delle pace, chiuso un occhio quando, di fronte alla domanda se smetterà di massacrare civili, Putin ha fatto finta di non sentire.
Abbiamo digerito tutto, pur di ottenere almeno un cessate il fuoco e che la smettesse di ucciderne altri.
E invece, niente. Nessun passo avanti, nessuna concessione.
Putin continuerà a bombardare, a uccidere, ad invadere in attesa di un altro vertice che vorrebbe si tenesse a Mosca. È venuto in Occidente per calpestare i nostri valori, offendere la nostra intelligenza, concedersi una conferenza stampa senza contraddittorio e tornarsene a casa senza dare nulla in cambio.
Trump, il prossimo Nobel per la pace secondo quel genio di Salvini, aveva promesso che se non avesse visto progressi si sarebbe alzato e se ne sarebbe andato. È rimasto lì fino all’ultimo, trasformando un fallimento politico in uno show indegno trasmesso in mondovisione. Magari ci sorprenderà ed emergerà qualcosa che ancora non sappiamo. Intanto aveva promesso in campagna elettorale il cessate il fuoco in 24 ore, poi aveva lanciato ripetuti penultimatum senza alcun risultato e aveva lasciato intendere che quello era l’obiettivo del vertice in Alaska.
La verità è semplice: oggi non è Putin ad aver perso la faccia, ma Trump. Ha offerto al carnefice il palco e gli applausi, e in cambio ha ricevuto 85 droni russi sugli ucraini. Così facendo non ha solo umiliato se stesso, ma ha esposto l’Occidente intero al ridicolo: mentre l’autocrate brindava alla sua impunità, l’ex presidente trasformava un fallimento diplomatico in una passerella indegna.
Ecco il risultato: fino ad oggi nessuna pace, nessun cessate il fuoco. Putin continua indisturbato a uccidere. Domani chissà.
Da ateo penso se ne sia andato il Papa più umano, più vero, più rivoluzionario, il più vicino agli ultimi=migranti, agli emarginati, ai fragili. Da certe e note parti era malvisto per questo. Nel tempo della disumanità al potere l'assenza di #PapaFrancesco lascia un vuoto enorme.
Attenzione, ricordate che il #latino è l'osso gettato per causare polemica, la cosa grave è la Bibbia al di fuori dell'insegnamento FACOLTATIVO della religione cattolica.
Bucci,un sindaco che ha fatto così
bene che a Genova ha vinto Orlando.
Abbiamo regalato alla destra più raccapricciante della storia repubblicana la Liguria.
Per maggiori informazioni citofonare: Conte (nemmeno votato dai parenti)
Renzi (ha fatto votare Bucci sottobanco)
Quelli che hanno campato per anni sulla propaganda del “ci costano 35 euro al giorno” si trovano a difendere i milioni di euro spesi per una cosa che non si poteva fare e le centinaia di migliaia di euro spese per un viaggio spot diventato un viaggio boomerang.
Vedi a volte
Il punto di vista del Governo sulle donne: non puoi partorire un figlio che vuole qualcun altro, ma sei obbligata a partorire un figlio che non vuoi tu.
Nasci donna nell'Algeria rurale. E già questo è un problema.
Non solo nasci donna in un Paese islamico, ma nasci donna con una disfunzione ormonale che ti dà troppo testose tratti mascolini.
Vuoi fare boxe, ma tuo padre cerca di impedirlo perché non è sport per femmine.
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Vi foste indignati per #Cutro quanto vi state indignando contro la presunta #UltimaCena (che per giunta non c'entra nulla) sareste più credibili, come pii cristiani.
#Paris2024