C’è qualcosa di profondamente stonato in questa storia.
Non tanto l’avidità, quella è antica quanto il mondo, ma la sua eleganza. La sua precisione. La sua puntualità quasi scientifica.
I mercati si muovono prima delle decisioni.
Qualcuno compra, qualcuno vende, qualcuno scommette miliardi con un tempismo che non è intuito, è conoscenza. Poi, qualche minuto dopo, arriva l’annuncio. E tutto diventa logico, spiegabile, inevitabile. Ma solo dopo.
Prima no. Prima è un privilegio.
Come funziona? In modo semplice, quasi banale.
Se io so, davvero lo so, non lo immagino, che tra dieci minuti verrà annunciata una pausa in un attacco militare, posso scommettere sul fatto che i mercati saliranno. Compro futures sugli indici, cioè contratti che guadagnano se la Borsa sale. Oppure vendo petrolio prima che il prezzo scenda.
Quando la notizia diventa pubblica, i mercati si muovono davvero. E io incasso.
Non perché sono stato bravo, ma perché sono arrivato prima.
È qui che nasce il sospetto: perché questi movimenti avvengono sistematicamente pochi minuti prima degli annunci di Donald Trump. Non ore prima, non giorni prima. Minuti.
Un anticipo così preciso non è fiuto. È informazione.
Si dirà: non ci sono prove.
Ed è vero. Ma ci sono coincidenze che, sommate, smettono di essere casuali e diventano quantomeno imbarazzanti.
E soprattutto c’è un contesto: controlli ridotti, uffici che indagavano su frodi finanziarie ridimensionati, meno occhi a guardare dove passano i soldi. Quando si spegne la luce, non è mai per caso.
Fin qui, l’America.
Poi c’è l’Italia, che non gioca ma paga.
Perché quando qualcuno scommette sul petrolio e il prezzo si muove, quel movimento arriva fino al distributore sotto casa. Quando la finanza anticipa una crisi o una tregua, i prezzi dell’energia oscillano subito. E l’energia entra in tutto: trasporti, cibo, bollette.
Così una scommessa fatta a New York diventa uno scontrino più caro a Palermo o a Milano.
E mentre qualcuno guadagna sull’anticipo delle notizie, milioni di famiglie italiane vivono sull’anticipo dello stipendio che non basta.
Loro giocano sui futures. Noi sui centesimi.
In questo quadro, colpisce la disinvoltura con cui Giorgia Meloni continua a considerare Trump un alleato solido, quasi un modello di riferimento.
È legittimo, naturalmente. Ma resta una domanda sospesa: alleato di chi?
Perché se il modello è un sistema in cui pochi sembrano sapere tutto prima, e molti scoprono tutto dopo, al distributore, alla cassa, nella rata del mutuo, allora il problema non è solo politico. È morale.
E alla fine la distanza è tutta qui: tra chi compra il futuro e chi prova semplicemente ad arrivarci.
Ci avevano messo venti secondi a schierarsi col poliziotto di Rogoredo, venticinque per scatenare la loro furia razzista contro i migranti.
“Io sto col poliziotto”.
Poi si scopre che il ragazzo ucciso era disarmato, che il poliziotto è un corrotto che chiedeva il pizzo in contanti e cocaina, che ha tentato di insabbiare l’assassinio portando una pistola finta sul luogo del delitto, ritardando la richiesta di soccorsi, che ha sparato perché Mansouri si rifiutava di pagarlo.
E tutti a balbettare, di fronte a una colossale figura di merda, senza mai la buona creanza di chiedere scusa per l’ennesima tanica di benzina gettata sul fuoco.
Se fossimo idioti dovremmo ora prendercela con tutti i poliziotti d’Italia e del Mondo, ma siamo abbastanza intelligenti da sapere che gli atti di un criminale non implicano la condanna di un’intera categoria, né implicano che tutta la Polizia sia corrotta.
E sarebbe auspicabile che tale elementare forma di raziocinio fosse usata sempre.
Ma a quanto pare è merce rara.
Michele Piras
L’uomo nella foto si chiama Naudy Carbone, ha 30 anni, e la sua è una di quelle storie che dovrebbe farci vergognare di essere italiani.
Se solo esistesse ancora, in questo Paese, il senso della vergogna.
Pochi giorni fa, subito dopo il femminicidio di Zoe Trinchero, l’assassino, Alex Manna, ha cercato di depistare le indagini e scaricare tutta la colpa su questo giovane uomo, non solo completamente innocente ma del tutto all’oscuro anche del delitto.
E lo ha accusato non per caso ma perché Naudy Carbone è nero, il “colpevole perfetto” da dare in pasto a un’opinione pubblica spaventosamente razzista, abbeverata da una martellante propaganda xenofoba.
E infatti, quella stessa notte, intorno all’una e mezza, mentre stava dormendo, Carbone è stato svegliato da alcuni rumori sulle scale e in strada.
Una folla si era radunata davanti a casa sua armata di bastoni per vendicare la morte di Zoe Trinchero.
“Esci, ne*** di me***”, questo gli urlavano dalla strada, al punto che Naudy è stato costretto a barricarsi in casa per evitare quello che sarebbe stato un vero e proprio linciaggio.
E solo l’intervento dei carabinieri, chiamati da Carbone, ha evitato il peggio.
Naudy Carbone è italiano, italianissimo, un jazzista di grande talento, diplomato al Conservatorio di Genova, originario della Guinea, adottato da una famiglia di Nizza Monferrato quando aveva 3 anni.
È stato accusato di omicidio dall’uomo italiano bianco che lo aveva commesso.
E immediatamente, per tutti, è diventato all’istante il colpevole. Senza alcun dubbio.
Se non è razzismo questo, davvero non so cosa sia il razzismo.
Voglio mandare un abbraccio fortissimo a quest’uomo, e dirgli che non è solo, nonostante tutto.
Lorenzo Tosa
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