✍🏻 Roberto Riccardi
Immigrati clandestini, conviene rimpatriarli o, come va di moda dire, remigrarli? Oppure conviene tenerseli, come sostiene la sinistra?
Facciamo due conti e le sorprese non mancheranno.
Un rimpatrio forzato costa circa 3.500 euro. Lo dice il Ministero dell’Interno, ultimo aggiornamento in Gazzetta Ufficiale. Non un’opinione, un dato certificato.
Tremilacinquecento euro: un volo, una scorta di polizia, le pratiche. Quanto una vacanza per due a Sharm el-Sheikh.
Ma allora perché oltre trecentomila clandestini – secondo le stime più prudenti – sono ancora qui?
Perché prima di arrivare a quei 3.500 euro bisogna attraversare un campo minato che trent’anni di legislazione hanno disseminato con cura certosina.
Ricorsi al Tribunale. Appelli. Sospensive. Commissioni territoriali. Pareri della Corte di Giustizia europea che smontano la lista dei paesi sicuri. Trattenimenti nei CPR che costano 50 euro al giorno per trattenuto.
Nel 2024 solo il 10 per cento dei provvedimenti di espulsione è stato eseguito. Il restante 90 per cento: rilasciati.
L’Italia espelle cinquemila clandestini l’anno su oltre trecentomila. Non è un fallimento tecnico.
È un capolavoro politico. Costruito pezzo per pezzo, norma dopo norma, sentenza dopo sentenza, da chi il rimpatrio non lo voleva e non lo vuole.
Ma i clandestini non vivono in una bolla. Vivono nelle stesse periferie, mandano i figli nelle stesse scuole, finiscono negli stessi pronto soccorso e nelle stesse carceri degli immigrati regolari. E qui il conto si allarga.
Ventimila stranieri in carcere. Il 31,6 per cento della popolazione detenuta a fronte del 9 per cento di popolazione residente. Centocinquanta euro al giorno per detenuto: oltre un miliardo l’anno.
Il percorso si ripete con regolarità feroce: rilasciato dal CPR perché il giudice non convalida il trattenimento, arrestato mesi dopo per spaccio o rapina o violenza sessuale, mantenuto in cella a spese del contribuente a 53.000 euro l’anno.
Non lo rimpatri quando è irregolare, lo incarceri quando delinque, lo paghi due volte.
Ma il costo più alto non sta in alcun bilancio. Sta nelle vite spezzate da chi non doveva essere qui. Ogni stupro commesso da un clandestino con tre decreti di espulsione nel cassetto non è solo un crimine: è un atto d’accusa contro chi l’ha lasciato a piede libero.
Ogni accoltellamento in stazione da parte di un richiedente asilo “in attesa di audizione” ha due responsabili: chi ha colpito e il sistema che l’ha lasciato lì. Se l’avessero rimpatriato alla prima espulsione, quella vittima sarebbe viva.
Questo non è un costo economico. È un costo in sangue che nessun dossier contabilizza e nessun dossier sull’accoglienza osa calcolare.
Il conto del clandestino però non si chiude con il clandestino. Sei sanatorie in trent’anni, dalla Martelli del 1990 in poi, hanno trasformato centinaia di migliaia di irregolari in regolari con un colpo di timbro.
I regolari si stabiliscono, fanno i ricongiungimenti, mettono al mondo figli.
Quei figli sono i novecentomila studenti con cittadinanza straniera che oggi siedono nelle scuole italiane. Il clandestino non rimpatriato ieri è il costo scolastico di oggi.
Il risparmio di 3.500 euro di allora produce una spesa di 9.000 euro l’anno per vent’anni di scuola, sanità, servizi sociali.
Il costo complessivo supera i nove miliardi l’anno. Ma il numero che conta non è la spesa: è un tasso di abbandono scolastico doppio rispetto ai coetanei italiani, risultati INVALSI sistematicamente più bassi, segregazione crescente nelle periferie urbane.
Si spendono miliardi per un’integrazione che non avviene. Quartieri che diventano enclave. Comunità che si chiudono. Famiglie in cui la lingua italiana non entra nemmeno alla seconda generazione.
Un investimento senza rendimento ha un nome preciso: assistenzialismo a fondo perduto.
Il risultato si misura ogni sera. Zone delle città dove dopo le otto non si cammina. Stazioni ferroviarie diventate terra di nessuno. Madri che accompagnano le figlie a scuola cambiando marciapiede. Anziani che non escono più dopo il tramonto.
Non sta in alcun bilancio dello Stato ma lo paga ogni giorno chi vive nelle periferie che trent’anni di non-integrazione hanno trasformato in territorio straniero in patria.
Chi ripete che gli immigrati “versano più di quanto ricevono” cita i 39 miliardi di tasse e contributi calcolati dal Dossier IDOS. Omette di dire che il 38 per cento degli stranieri dichiara meno di diecimila euro lordi l’anno.
Omette che quel saldo attribuisce agli stranieri solo 34,5 miliardi di spesa, escludendo la quota proporzionale di spesa pubblica generale: debito pubblico, difesa, infrastrutture, amministrazione.
Chi include quelle voci arriva a una spesa fra i 30 e i 45 miliardi e il saldo si inverte. È contabilità creativa applicata all’ideologia: si scelgono le voci che tornano e si nascondono quelle che non tornano.
Il dato che seppellisce questa retorica è danese. La Danimarca, governata dalla sinistra socialdemocratica, pubblica ogni anno un rapporto del Ministero delle Finanze che l’Italia non avrà mai il coraggio di produrre.
Risultato: l’immigrazione non occidentale costa allo Stato 27 miliardi di corone l’anno in più rispetto a quanto versa. Il dato peggiore riguarda le seconde generazioni, che restano riceventi nette. I danesi misurano, pubblicano e agiscono.
L’Italia non misura, non pubblica e non agisce.
Chi ha costruito questo sistema? La Turco-Napolitano del 1998 che creava i centri di permanenza senza dare strumenti per farli funzionare.
La Bossi-Fini del 2002 che prometteva rigore e produceva sanatorie. Le circolari, i decreti, le interpretazioni giurisprudenziali che hanno trasformato ogni espulsione in un percorso a ostacoli.
I CPR che costano 33.000 euro l’anno per posto e rimpatriano uno su dieci. L’operazione Albania su cui il governo ha investito 670 milioni in cinque anni e che la magistratura ha svuotato a colpi di sentenze: 114.000 euro al giorno per cinque giorni di attività nel 2024, venti trattenuti, tutti rilasciati in poche ore.
153.000 euro per allestire un singolo posto letto che nessun giudice permette di occupare.
Ma chi ha reso il rimpatrio impossibile non lo ha fatto per idealismo. Lo ha fatto per affari. “Gli immigrati rendono più della droga”: non lo diceva un razzista da tastiera, lo diceva Salvatore Buzzi, intercettato, a capo di un sistema che fatturava milioni con i bandi di accoglienza.
Trentacinque euro al giorno per migrante, moltiplicati per migliaia di ospiti, moltiplicati per anni. Cooperative, consorzi, associazioni che della permanenza dell’immigrato vivono.
L’industria dell’accoglienza è diventata il welfare della sinistra: non per gli immigrati, per se stessa. Chi dice “non si possono rimpatriare” non difende i diritti umani. Difende un fatturato.
Torniamo alla domanda iniziale. A 3.500 euro per rimpatrio, rimandare a casa oltre trecentomila clandestini costerebbe poco più di un miliardo. Una tantum.
Meno di quanto si spende ogni anno per il solo sistema di accoglienza. Meno di quanto costano i detenuti stranieri nelle carceri italiane.
Una frazione di quei 670 milioni che la magistratura ha trasformato in carta straccia sulle coste albanesi.
Ma il rimpatrio “non si può fare” lo ripete chi ha speso trent’anni a renderlo impossibile. Non è un dato di realtà: è un risultato politico.
Raggiunto con metodo, perseveranza e la complicità di una magistratura che ha trasformato il diritto d’asilo in un passepartout.
Il conto più salato non è quello dell’immigrazione clandestina e non è quello della remigrazione. È quello della viltà di chi ha trasformato l’impossibilità in dottrina per non dover mai decidere.
E di chi, ancora oggi, chiama “accoglienza” il rifiuto di fare i conti.
@FalconePizzo@BMitraglia@GiovyDean Servisse a salvare la vita di un ignaro passante per le vie del centro o cliente di un bar, andrebbe vietata l'immigrazione indiscriminata anche da paesi ritenuti "a rischio"
Shahadat Hossein, il bengalese che ha macellato una famiglia a Roma, è militante del partito di governo bengalese, ma ha ricevuto l'asilo politico.
Rileggete con attenzione: membro attivo del partito politico al potere nella sua patria, riceve l'asilo politico in Italia.
Lo capite quando è FOTTUTO il nostro sistema di asilo?
La narrazione dei media italiani è che Starmer si sia dimesso perché UK è inguaiato dalla Brexit.
No, Starmer si è dimesso perché la gente è esasperata dal doppio standard legale, per cui coloro di origine straniera sono sistematicamente privilegiati rispetto agli autoctoni.
Le dimissioni di Starmer hanno poco a che fare con la Brexit; molto più con:
le gang di stupratori pakistani protette dalle autorità,
la polizia che ammanetta Henry Nowak agonizzante ma non il suo accoltellatore col turbante,
i giudici che mandano in carcere per un post contro gli immigrati ma lasciano a piede libero i criminali,
la strage di bambini a Southport fatta da un ruandese che i media hanno descritto come "chierichetto gallese".
Tutta roba che certi giornalisti italiani non possono indicarvi come causa delle dimissioni di Starmer, perché a suo tempo hanno omesso le notizie o le hanno relegate alle brevissime di cronaca.
✍🏻 Roberto Damico
In Italia non sta arrivando, quasi per nulla, l'eco dell'inchiesta sulle grooming gang pakistane che invece sta scuotendo il Regno Unito e che è, in parte, all'origine degli scontri in Ulster e nel Nord Irlanda. Per chi non lo sapesse, ecco un rapido riassunto: l'anno scorso è emerso che alcuni gruppi di cittadini britannici di origine pakistana avevano costituito delle gang che raggiravano — grooming — ragazze appartenenti al proletariato inglese, britanniche, principalmente prive di una figura maschile di riferimento (famiglie divorziate, orfane, e così via), riducendole allo status di schiave sessuali e sottoponendole a violenze non solo ripetute nel tempo, ma anche da parte di decine o centinaia di esponenti della stessa comunità. Già questo sarebbe abbastanza. Ma queste gang hanno agito pressoché indisturbate nel Regno Unito, nelle periferie urbane, coperte da un velo di omertoso silenzio. Le denunce venivano sistematicamente ignorate e la polizia evitava ogni intervento per paura di essere accusata di razzismo.
È qualcosa di simile a quanto accaduto a Henry Nowak, a cui la polizia non ha creduto perché l'aggressore, sikh, aveva subito parlato di aggressione razzista ai propri danni. Questa vicenda, di cui — ripeto — non si sta parlando, mostra che una certa cultura, divenuta moralismo borghese e ossessionata dalla paura di essere accusata di razzismo, ha finito per paralizzare il nostro Occidente. Quell'Occidente costantemente colpevolizzato dall'accusa di essere razzista e imperialista, che invece afferma e tutela ogni minoranza. Questo ha creato una sorta di bug di sistema che blocca il normale operare della giustizia e, inoltre, ha fornito un'arma formidabile a chi odia la nostra cultura e società, permettendogli di agire indisturbato grazie a quelle leve.
Qualcosa di molto simile avviene con l'accusa di islamofobia, che sta finendo per tutelare l'agire della Fratellanza Musulmana, il cui intento dichiarato è proprio quello di destabilizzare la nostra società illuminista — cosa detta apertamente dai suoi esponenti in Francia, da cattedre universitarie. Questo ha creato anche uno squilibrio di potere che rende non i migranti i più deboli, ma il proletariato e il sottoproletariato autoctono: gente che viene sempre ricondotta a dinamiche «razziste» e non ascoltata, il che porta alla frustrazione e agli scontri di questi giorni in Ulster. E in questo la cultura di sinistra, moralista e sorda a certe dinamiche, bramosa di espiare il peccato di essere occidentali e di mostrare di essere «i più buoni», ha un ruolo centrale. Ha creato un muro di omertà che tutela chi viene raccontato come eterna vittima e che, di quella narrazione paternalista e razzista, approfitta a proprio vantaggio.
È necessario smontare quanto prima quella narrazione, perché l'Ulster e gli scontri nel Regno Unito mostrano che chi non è ascoltato finisce per farsi ascoltare ad ogni costo.
Invece è proprio ideologia.
Tassare i super ricchi fa scappare capitali, investimenti e cervelli all'estero in un attimo. Distrugge l'incentivo più forte che ha permesso la crescita economica dell'Occidente: il profitto.
Risultato? Meno crescita, meno posti di lavoro, meno tasse pagate da tutti gli altri. Alla fine lo Stato incassa di meno e taglia servizi, non di più.
Solo un ideologizzato può proporre una cosa del genere: ignora l'evidenza economica per inseguire il racconto "i ricchi paghino" che suona bene ma distrugge il paese.
Konstantin Kisin | «George Floyd è morto dicendo "Non riesco a respirare" mentre un agente di polizia gli teneva un ginocchio sul collo.
Henry Nowak è morto dicendo "Non riesco a respirare" mentre degli agenti di polizia, inginocchiati sulla sua schiena, lo ammanettavano.
L'establishment britannico che ha pianto per Floyd è rimasto stranamente in silenzio su Nowak. I politici che hanno marciato per le strade di Londra nel 2020 non si sono precipitati davanti alle telecamere. Le aziende che hanno cambiato i loro loghi e finanziato iniziative per la diversità non hanno rilasciato dichiarazioni.
Il problema non sono i singoli individui. Il problema è il sistema che li ha formati: un sistema che ha insegnato loro, di fatto, che un'accusa di razzismo è un asso nella manica che prevale sulle normali procedure investigative, sul buon senso medico e sul normale giudizio umano.
Quel sistema è stato costruito con le migliori intenzioni, da persone che volevano sinceramente affrontare le ingiustizie reali. E ha prodotto una cultura di polizia in cui un assassino può accoltellare un adolescente cinque volte, affermare di essere vittima di razzismo e la polizia non farà domande, finché non sarà troppo tardi».
Hai sentito parlare dei disordini a Bruxelles, capitale dell'Unione Europea, in qualche TeleGiornale? No? Questo è perché non bisogna dare voti all'estrema destra né alimentare il razzismo: nel frattempo, il caos e la delinquenza si diffondono come un cancro
This is the 8-inch ceremonial blade used to murder Henry Nowak.
British people aren't allowed to carry weapons or any means of self-defence; meanwhile, certain groups are allowed to walk around with these? Absurd.
“Disse agli agenti di non riuscire a respirare per 9 volte e che erano stato accoltellato.
Uno di loro gli rispose: ‘Non credo proprio, amico’…
Il suo assassino invece non è mai stato ammanettato…
La polizia lo ha persino portato in cucina in modo che potesse scegliersi il cibo”
Mark Nowak, padre del 18enne Henry accoltellamento a morte da Vickrum Digwa, 23enne di origini indiane.
✍🏻 @GiovyDean
Partiamo da qui: se non ci fosse stato il social X di Elon Musk, la notizia dell'omicidio del giovane bianco Henry Nowak per mano di un immigrato non avrebbe avuto alcuna platea, non sarebbe deflagrata espandendosi per settimane fino a diventare talmente ingombrante da convincere Keir Starmer a parlarne, sommerso da urla, contestazioni, insulti, minacce, in una Gran Bretagna completamente fuori controllo. Zero copertura mediatica da parte del New York Times che alla morte di George Floyd dedicò oltre 6000 contenuti. SkyNews inscenò una maratona per trasmettere l'intero processo ai poliziotti coinvolti nella morte di Floyd, cinque giorni a settimana, dodici ore al giorno. La BBC? Non pervenuta. Il Sistema ha provato a proteggere se stesso, tutelando la narrazione immigrazionista, fallendo miseramente, col nascere di crepe su crepe, mentre la rabbia degli inglesi bianchi montava, contro le poliziotte chiamate a scusarsi, nella speranza che ciò possa bastare a salvarle da un linciaggio inevitabile. Partiamo da qui: il compito delle agenzie di validazione non è mai quello di raccontare la verità, bensì di convalidare una menzogna spacciata per "fatto".
Henry è stato accoltellato intorno alle 23:30, ma è stato dichiarato morto un'ora più tardi. Durante questo lasso di tempo, il killer Dagwa e suo fratello chiamano la Polizia affermando di essere stati insultati con epiteti a sfondo razziale, ma non fanno cenno al fatto di accoltellato Henry. Questa è la trascrizione della chiamata:
“Ci hanno appena attaccato razzialmente da parte di una persona bianca. Ha aggredito fisicamente mio fratello, noi siamo sikh, indossiamo un turbante e lui ha appena aggredito mio fratello. Lo stiamo trattenendo in questo momento perché ha appena aggredito mio fratello e gli ha tolto il turbante in modo razzista. Non tollero che questo diventi una cosa abituale, vivo qui, non tollero che diventi una cosa abituale. Non sta lottando con le persone, sta attaccando razzialmente le persone, è questo che sta facendo. Non vuole le persone di colore". Digwa ruba il telefono di Henry evitando che egli potesse chiedere aiuto. Quando la polizia arriva, il padre di Digwa, accorso sul luogo del del crimine assieme alla madre, stava tenendo Henry contro un muro dicendo: "Continua a cadere, quindi sto solo cercando di tenerlo su". La madre nasconde il coltello. C'era anche una visibile scia di sangue, ma la Polizia britannica non se ne preoccupa. Dalla loro bodycam si sente Henry dire “Sto morendo” e Digwa rispondere “Non stai morendo, fratello.” Henry dice “Mi hai accoltellato”; Digwa lo nega. Henry pronuncerà queste ultime parole: “Ti prego fratello, non riesco a respirare.” Henry morirà pochi minuti dopo, in custodia della Polizia che aveva barattato la verità con le linee guida che prevedono di dare assoluta priorità alle accuse di razzismo verso i clandestini.
Chi è il male in questa storia? Digwa? L'intera sua famiglia? La Polizia? Il governo laburista? I media novecenteschi che hanno taciuto finché hanno potuto? Gli italiani che ridono di X, credendo che di poter soppiantare il mondo reale con la loro stupida genuflessione al parastato di cui spesso nemmeno conoscono l'esistenza. Lo sono tutti: attori corresponsabili di un esercito nemico che dimora in questo occidente come se le loro idee politiche non abbiano tracimato il limite della morale, l'inapplicabilità del libero pensiero. Il male è un Sistema complesso, una rete fitta di corruzione della coscienza dell'informazione, della giustizia, della società civile, della politica. Innumerevoli sono le mani che stringevano la lama che ha trapassato la carne di Henry e che non saranno chiamate a rispondere di nulla, vigliaccamente nascoste nella loro pretesa di impunità insindacabile. Il male è nel silenzio iniziale che è caduto su questo delitto, come una coltre di bruma che giunge dal monte e si adagia in vallata, prima di essere squarciato e obbligato a correre ai ripari, conscio che potrà comunque tornare un domani con la medesima caparbietà, su qualsiasi altro avvenimento di cronaca che potrebbe svelare l'ennesimo intransigente pezzo di mondo reale.
BREAKING:
Keir Starmer says he won’t remove the exemption which allows Sikhs to carry large ceremonial knives on them.
Meanwhile, English women are being prosecuted for carrying regular pepper spray on them when out on the streets at night
L'omicidio del diciottenne Henry Nowak è avvenuto a dicembre, ma sta diventando un caso nazionale in UK ora che il suo assassino, il sikh Vickrum Digwa, è stato condannato.
A fare sensazione non è solo che Digwa abbia potuto utilizzare un lungo coltello "rituale" che, per ragioni religiose, le autorità britanniche permettono ai sikh di portare in giro - mentre sono severissimi con tutti gli altri sul possesso di lame.
Il vero scandalo è emerso in sede processuale, quando si è scoperto che la polizia era intervenuta sul posto, chiamata dallo stesso assassino, ma - incredibilmente - aveva deciso di ammanettare la vittima mentre moriva dissanguata!
Alle tre poliziotte intervenute quella sera, Digwa aveva raccontato di essere stato oggetto di "razzismo".
Malgrado il ragazzo bianco fosse a terra, più volte accoltellato, ma ancora conscio e capace di informare le poliziotte di quanto accaduto e delle gravi ferite - malgrado ciò, le tre agenti donna decisero di ammanettare LUI.
Le registrazioni dell'evento, non diffuse al pubblico ma mostrate al processo e riportate dai giornali, hanno permesso di scoprire l'orribile comportamento delle poliziotte, che ammanettavano, ridevano e dileggiavano Nowak ormai esangue, mentre il povero giovane diceva di essere stato accoltellato e di "non poter respirare".
Di lì a poco, sarebbe morto soffocato dal suo stesso sangue.
"I can't breath". Le stesse identiche parole di George Floyd, ma che nel caso di Nowak non hanno portato a tumulti, non sono diventate lo slogan di un movimento internazionale contro il razzismo.
Eppure, Nowak è una vittima del razzismo. Il razzismo che minaccia la minoranza in più rapida contrazione al mondo: quella dei popoli d'origine europea.
@smelfnew@DanieleScalea Speriamo che tu non sia mai colpito da ingiustizia grave, oppure speriamo che riuscirai a mostrare misericordia come Cristo e porgere l'altra guancia, che io ancora non l'ho imparato
@CarriaggioM@DanieleScalea La sentenza non la saprai mai, te la nasconderanno in tutti i modi, così come non dicono che cercava notizie sugli attentati islamici passati per ispirarsi. Se non la cerchi e non ti attivi non saprai mai.
@DanieleScalea Aggiungerei che non aveva intenzione di uccidere, è successo perché, giustamente arrabbiata e offesa, ha agito in modo di recuperare il maltolto. Si tratta di un incidente.