Ho una notizia terribile da darvi: Semyon Skrepetsky, che aveva partecipato alle proteste a Venezia contro la riapertura del padiglione russo, è stato assassinato.
Era un artista e un dissidente russo che aveva scelto di sfidare il potere con le sue opere. Le sue caricature colpivano Putin, Kadyrov e Lukashenko, trasformando l’arte in uno strumento di denuncia contro l’autoritarismo.
Dopo aver lasciato la Russia, aveva trovato rifugio in Polonia e continuava a battersi per la libertà, partecipando anche alle proteste di Europa Radicale e all’associazione radicale Certi Diritti, da ultimo contro la riapertura del padiglione russo.
La sua terribile uccisione impone una riflessione non piu rinviabile.
Negli ultimi anni abbiamo assistito a una lunga sequenza di avvelenamenti, omicidi e operazioni contro oppositori del Cremlino ben oltre i confini della Federazione Russa. Le responsabilità dei singoli episodi spettano alle autorità giudiziarie accertarle, ma il fenomeno delle aggressioni extraterritoriali ai danni di dissidenti e critici dei regimi autoritari rappresenta una minaccia concreta per la sicurezza europea.
Per questo l’Unione europea deve fare un passo avanti.
Serve una Rete europea per la protezione dei dissidenti e degli oppositori politici, coordinata a livello UE e in stretta collaborazione con gli Stati membri, capace di valutare le minacce, condividere intelligence, predisporre misure di sicurezza e offrire tutela concreta a giornalisti, artisti, attivisti e rifugiati politici esposti a rischi credibili.
L’Europa deve essere un luogo in cui chi fugge dalla repressione trova libertà e protezione.
Difendere i dissidenti significa difendere la nostra democrazia.
In foto Semyon a Venezia
✍🏻 Roberto Damico
Se avessi voglia di scherzare, farei il verso a Andrea Tosa – il blogger, l'attivista, il palestinista – e scriverei un post che inizia come iniziano sempre i suoi post: "Ieri a Herat è successo un fatto gravissimo". Ma io adesso non ho voglia di scherzare. Non ho voglia di ironizzare. Non ho voglia di fare il verso a nessuno. Perché un post che inizi così – "Ieri a Herat è successo un fatto gravissimo" – e che parli delle donne afghane, non esiste. Non lo scrive Tosa. Non lo scrive la sinistra. Non lo scrive nessuno. Eppure – ieri è successo davvero qualcosa di terribile ad Herat, in Afghanistan. E se avete abbastanza anima – se non siete ancora diventati insensibili di fronte al dolore del mondo – potete cercare voi stessi. Le notizie sono lì. Frammentarie, ignorate, sepolte. Ma ci sono.
Ecco cosa è successo. Si era appena svolta una manifestazione di donne afghane. Una folla di donne – nonostante il burqa, anzi, col burqa – ha riempito le strade di Herat. Centinaia, forse migliaia. Hanno chiesto – attenzione – non i diritti che abbiamo in Occidente (il diritto di voto, il diritto di abortire, il diritto di indossare una minigonna). Hanno chiesto neppure pari diritti. Hanno chiesto il minimo. Hanno chiesto l'istruzione – che in Afghanistan, per le donne, significa anche accesso alla sanità (perché nella legge afghana, una donna può essere visitata solo da una donna; ma se le donne non possono studiare, allora le donne non possono essere curate). Hanno chiesto di poter lavorare – di guadagnare un minimo, per non morire di fame, per non vedere i propri figli morire di fame. Hanno chiesto meno dei diritti che noi in Europa concediamo a un cane o a un gatto. Perché i nostri amici a quattro zampe – possono essere visitati da un medico (di qualsiasi sesso) se stanno male. Possono essere curati. Possono essere salvati. Le donne afghane – se stanno male – non possono essere visitate da un medico uomo. E se il medico uomo è l'unico disponibile, muoiono. Se – dopo un terremoto – si trovano sotto le macerie delle loro abitazioni, non possono essere estratte, perché un uomo non può toccare una donna. E muoiono sotto le macerie. Mentre ascoltano i soccorritori che non possono soccorrerle. È l'inferno. È l'orrore. È la follia.
E la risposta dei talebani a questa manifestazione di donne che chiedevano solo di non morire – è stata la violenza. Hanno sparato sulla folla. Al momento si parla di una ventina di vittime, ma le notizie sono frammentarie, non verificate, forse peggiori.
La notizia – come tutte le notizie che riguardano l'Afghanistan – è stata sepolta. Ignorata. Dimenticata.
E penso che oggi i telegiornali dovrebbero essere pieni di queste immagini. Che le piazze dovrebbero essere colme di gente – specie di donne arrabbiate – che esaltano l'eroismo delle donne afghane, che denunciano la brutalità dei talebani, che chiedono sanzioni, interventi, aiuti. Che parlano – sì – anche della loro disperazione. Della loro solitudine. Del loro abbandono. E invece – credo di essere uno dei pochi che ne stanno parlando. Uno dei pochi. Non perché io sia speciale. Perché gli altri hanno deciso di tacere e si indignano solo per Gaza.
Perché – come dice Fausto Bertinotti – "Gaza è l'ombelico del mondo". Almeno per la sinistra. Gaza – e solo Gaza – merita attenzione. Gaza – e solo Gaza – merita indignazione. Gaza – e solo Gaza – merita che si riempiano le piazze. Il resto – l'Afghanistan, lo Yemen, la Siria, il Sudan, la Nigeria, il Congo – non esiste. O esiste come rumore di fondo, come fastidiosa eccezione. Perché la sinistra – la sinistra palestinista – adora guardarsi l'ombelico senza alzare lo sguardo.
E se alzasse lo sguardo – se alzasse lo sguardo oltre Gaza – vedrebbe un mondo in fiamme. Un mondo che brucia. Un mondo in cui il jihadismo – la stessa ideologia che anima Hamas – uccide, devasta, distrugge. E bisognerebbe anche chiedersi quanto sia casuale che la propaganda per Gaza copra mille altri orrori. Quanto sia casuale che proprio Gaza – il luogo in cui Hamas comanda – sia diventato l'ombelico del mondo. Visto che Hamas è una derivazione della Fratellanza Musulmana – l'organizzazione che ha come obiettivo la creazione di un Califfato globale – visto che la Fratellanza vuole imporre la sharia in tutto il mondo, vuole cancellare i diritti delle donne, vuole sottomettere “gli infedeli”– è proprio casuale che Gaza e la sua propaganda impediscano di vedere ciò che il jihadismo sta facendo nel mondo?
@flancini
Per anni ci hanno raccontato che #Israele combatte contro il #Libano. E lo stanno facendo anche in questi giorni, sui giornali e alla televisione.
Eppure, ci sono sempre più voci libanesi che raccontano una realtà diversa. In questa intervista, il parlamentare libanese Camille Dory Chamoun ribalta la prospettiva: il vero problema del Libano non è Israele, ma #Hezbollah. Una milizia armata, finanziata e armata dall’Iran, che ha sottratto sovranità allo Stato, trascinato il Paese in guerre non scelte e messo a rischio il futuro dei libanesi.
Chamoun smonta la propaganda anti-israeliana: sottolinea come l’IDF sia l’unico esercito a inviare avvisi preventivi ai civili per consentire loro di evacuare prima di un bombardamento. Il vero pericolo per la popolazione libanese, spiega il parlamentare, sorge quando i terroristi di Hezbollah si nascondono tra i civili, trasformando quartieri, scuole e abitazioni in obiettivi militari e usando la popolazione come scudo umano.
Una posizione che raramente trova spazio nel dibattito europeo. Perché smantella una delle bugie più diffuse: quella di Israele che avrebbe scelto di attaccare il Libano.
La realtà è che Hezbollah ha aperto il fronte nord contro Israele il giorno successivo al 7 ottobre, lanciando migliaia di razzi e missili contro città e comunità israeliane e costringendo decine di migliaia di civili ad abbandonare le loro case.
Confondere Hezbollah con il Libano significa fare un favore alla #propaganda. E impedisce di vedere chi ha realmente trascinato il Paese in guerra, chi continua a sacrificarne il futuro agli interessi dell'Iran e chi sta pagando il prezzo più alto di questa scelta: il popolo libanese.
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Più di un milione di ebrei israeliani vive sotto il livello di povertà. Si tratta dei sopravvissuti della Shoah e dei loro pronipoti. Non patiscono ristrettezze perché Israele non ha mezzi, ma perché i mezzi di Israele, le economie di Israele, altrimenti e in ogni caso fiorenti, sono impegnati a difendere il paese da quelli che vogliono distruggerlo e uccidere tutti gli ebrei, tutti i vecchi ebrei, tutti i bambini ebrei.
L’Italia, anziché aiutarli, vuole affamarli boicottando i prodotti dei contadini e degli allevatori di Giudea e Samaria.
Semplicemente ineccepibile.
È la domanda che rivolgo sempre ai miei interlocutori, dopo la quale abbandonano la discussione non sapendo cosa rispondere.
@GuidoCrosetto Quale sarebbe stato il suo post signor ministro se a uccidere quel soldato serbo fosse stato un proiettile israeliano? Io lo immagino e lei?
Il Fatto alla puttanesca.
Esiste ancora l’Ordine dei Giornalisti in Italia?
Non ho mai capito a cosa serve, in verità, e la mia prima proposta di legge da deputato fu chiederne l’abolizione. Un giorno però venni chiamato in causa dall’Ordine per un tweet di una sola parola, che io ritenevo una battuta innocente, riferita all’abbigliamento di una conduttrice televisiva: bdsm.
Venni accusato di dress shaming o qualcosa del genere. Chiesi scusa e la cosa finì lì. Mi accorsi allora che i 50 euro che versavo ogni anno dal 1990 erano stati ben spesi.
Ma ora come la mettono con Travaglio, i suoi cronisti “investigativi” e i suoi opinionisti d’assalto che hanno montato da zero una clamorosa frottola per attaccare a freddo il presidente della Repubblica, facendo peraltro un indiretto piacere ai nemici della stabilità istituzionale di una Italia troppo schierata con l’Ucraina?
Attendo con fiducia di sapere se oltre al dress shaming l’Ordine dei Giornalisti si interessa di giornalismo.
@ugoarrigo@matteohallissey Ecco, appunto, secondo lei li' gli ebrei non dovrebbero starci.
Con il suo ragionamento anche gli immigrati europei in America, avendo "usurpato" i pellerossa, avrebbero quindi diritto alla "resistenza" armata contro i "colonizzatori" bianchi per decenni o secoli?
@ugoarrigo@matteohallissey Lei si rifiuta di vedere l'evidenza di un Paese sotto assedio da 80 anni. Qualsiasi altro popolo, con qualsiasi altro governo farebbe lo stesso (se non peggio). E lei lo sa benissimo.
Ma siccome sono ebrei non va bene; anche perché gli ebrei li non dovrebbero starci, vero?
@ugoarrigo@matteohallissey Ne ha molto più di me, glielo assicuro.
Lei è uno specchio fedele del declino dell'Università pubblica italiana. Ormai solo ideologia e soppressione di ogni spirito critico.
Provo profonda tristezza all'idea che gente come lei formi i nostri giovani
Fanno ciò che vogliono. Rifiutano la soluzione “due popoli due stati” nel 1948, e attaccano Israele il giorno dopo la sua fondazione (legittimata dall’Onu).
Attaccano successivamente Israele nel 1967 e nel 1973, venendo sconfitti militarmente.
Rifiutano di nuovo la soluzione “due popoli due Stati” per ben 3 volte: negli Anni Novanta, nel 2000 e di nuovo nel 2008. Perché di avere uno Stato per il popolo palestinese, a questi, non gliene è mai fregato una beata cippa.
Nel 2005 possono gestire Gaza, e la trasformano nel regno del terrore.
Nel 2023 attaccano di nuovo militarmente Israele, uccidendo 1200 persone (tra cui donne, anziani e bambini) e rapendone 250, molti dei quali lasciati morire di fame in catene sotto terra.
Tutti i giorni da decenni lanciano razzi e missili sia dal sud che dal nord di Israele, ma anche quando colpiscono e uccidono civili (come spesso accade) non sembra importargliene nulla a nessuno.
I fondamentalisti di Hamas e dell’estremismo arabo-palestinese, le milizie sciite di Hezbollah e il regime terrorista iraniano sono il principale fattore di instabilità e insicurezza nel Medio Oriente e di conseguenza nel mondo.
Natasha Hausdorff ospite del Dott. Dan Diker ci spiega come come sia nato l’uso strumentale del diritto internazionale nella campagna d’odio contro Israele.
“Amnesty International non aveva personale sul campo a #Gaza. Si affidavano alle autorità governative locali. #Hamas. Hanno preso i dati di Hamas li hanno inseriti in un documento per Amnesty e diffusi in rete. Tutto ciò è stato ripreso dal Consiglio #ONU per i diritti umani, dal relatore speciale ONU e inserito nei documenti di riferimento per la Corte Penale e di Giustizia internazionali. E poi Amnesty dirà: "Vedete? Lo dice la Corte Internazionale di Giustizia". E quel ciclo di disinformazione, ecosistema di veleno, il riciclaggio di informazioni è completo. E come ho detto prima, questo è stato il lavoro di decenni in realtà, ma ora sta arrivando al culmine a causa di questa frenesia e perché questi processi legali internazionali stanno causando così tanto clamore nei media e nella diplomazia internazionale. Ed è uno dei motivi per cui così tanti Stati riconoscono uno Stato di #Palestina inesistente, perché ciò non si adatta minimamente ai quadri giuridici riconosciuti. Ma si adatta a dove si è spostato l'umore pubblico in molti di questi Paesi, a causa del modo in cui vengono ingannati sui fatti e sulla legge.”