ZLATAN IBRAHIMOVIĆ, DIRIGENTE SENZA ANIMA E SENSO: BREVE STORIA DELLO ZLATAN AL MILAN IN GIACCA E CRAVATTA
Era il maggio del 2023 e Zlatan Ibrahimović chiudeva una carriera irripetibile con San Siro e il Milan ai suoi piedi, in una passerella d'onore riservata a pochissime leggende nella storia rossonera. Il legame fra Ibrahimović e il Milan era al suo apice storico, misurato nelle lacrime infermabili dello svedese, dei suoi compagni e dei tifosi che guardavano il suo addio. Un sentimento di commozione amplificato dal fatto che Ibrahimović, in tutta la sua carriera, mai era riuscito a legarsi profondamente a un club, configurando sempre più un culto della personalità e una venerazione personale nei suoi confronti, svincolata dai colori di una maglietta da indossare. Regola personale che sembrava essersi frantumata con il ritorno al Milan, rispettando tuttavia la cifra minima di essere lui il protagonista indiscusso di imprese, racconti e prestazioni di squadra. Ma per le condizioni in cui versa(va) il Milan, una figura del genere era perfetta.
Con la vittoria dello Scudetto del 2022, quindi con la perfetta riuscita del racconto di Ibrahimović e del Milan, nulla sembrava poter rompere questo nuovo sodalizio.
Così nasce lo Zlatan Ibrahimović dirigente, o comunque in giacca e cravatta: acquistato da RedBird, la proprietà del Milan, inserito in un contesto che già conosce molto bene, con la fiducia di un popolo che ha appena smarrito il suo totem dirigenziale precedente, Paolo Maldini, detto «il garante». Tutte le condizioni sembravano sorridere a un ingresso naturale di Ibrahimović, nonostante le sue funzioni e intenzioni non fossero del tutto chiare. Non per caso, il nome del suo ruolo sarà criptico e non chiaro, Senior Advisor del Milan per conto di RedBird. Sostanzialmente, una figura senza limiti e quindi senza sostanza.
Con una trattativa andata avanti per tutto il 2023, Ibrahimović interpreta il suo nuovo ruolo ai piani alti del Milan a partire dal 2024, concludendo l'era di Pioli e aprendo la nuova era rossonera con Paulo Fonseca.
Senza ripercorrere i fiumi di parole di quei mesi, in particolare l'antipatica e poco fortunata descrizione del futuro campione d'Italia Antonio Conte come «manager», i primi compiti riservati a Zlatan Ibrahimović appaiono essere decisionali – perché parrebbe sua l'idea di Fonseca – e comunicativi – perché è lui a parlare a nome della dirigenza durante la conferenza stampa inaugurale – sui piani del club, dal calciomercato fino agli obiettivi del Milan. Così almeno sembrerebbe dalle parole di Ibrahimović, ma è noto a tutti che insieme a lui ci siano le decisioni finali dell'AD Giorgio Furlani e le idee di Geoffrey Moncada, ex-scout rossonero.
Se agli inizi di un progetto è l'entusiasmo e la vitalità a far padrona delle parole, di fronte alle prime difficoltà – prevedibili – della squadra nessuno vuole prendersi le responsabilità delle mancate promesse di agosto 2024: a pagarne le conseguenze, più di tutti, è Paulo Fonseca, lasciato andare a parlare ai microfoni da allenatore esonerato. Ibrahimović chiederà scusa.
Assoldato Sergio Conceição per gli ultimi sei mesi e senza troppa fiducia, il ruolo di Zlatan Ibrahimović andrà sempre più dietro le quinte per il resto della stagione 2024-25, fino alla decisione di maggio 2025 di strappare Massimiliano Allegri dalle grinfie di Inter e Napoli e di porre Igli Tare come DS del club.
L'organigramma del Milan diventa folto numericamente e soprattutto eterogeneo: tante anime diverse da loro, sopratutto accentratrici. Almeno tre figure fra dirigenza e area sportiva si percepiscono di statura napoleonica: Giorgio Furlani, Zlatan Ibrahimović e Massimiliano Allegri. Non per caso, le tre fazioni saltate fuori fra aprile e maggio 2026, di cui Zlatan Ibrahimović ne appare unico superstite e dunque vincitore.
Ancora oggi è difficile riuscire a individuare quali meriti, demeriti, scelte e complicazioni abbia avuto Zlatan Ibrahimović all'interno della dirigenza del Milan. Potremmo credere che abbia comunicato ai giocatori del Milan la volontà di cederli da parte di Massimiliano Allegri, ma ci restituirebbe la cifra caotica e di inimicizia del Milan dirigenziale, più che del ruolo di Ibrahimović.
Se volessimo azzardare a una sintesi di quanto visto finora, tenuto a mente di quale personalità si sia formata in Ibrahimović, il ruolo sognato dallo svedese al Milan sarebbe questo: una figura extra-dirigenziale ed extra-sportiva in grado di essere l'immagine apicale dell'AC Milan, causa delle sue vittorie, forse garante del progetto di successo, una figura autorevole che possa sedersi in conferenza stampa ed essere spaccone come solo Ibra può saper essere, poiché amante di José Mourinho.
Una figura, insomma, che vuole avere tutti i meriti sportivi, dirigenziali ed economici senza davvero prendersene le responsabilità, le competenze e soprattutto la paternità dei possibili errori. Una figura comoda, furba e scivolosa nella sconfitta e fieramente ingombrante nella vittoria. Un rebus impossibile da risolvere che spiegherebbe la difficoltà nel Milan a convincere Andoni Iraola o Vincenzo Italiano ad allenare la squadra, o non volenteroso di abbassare il capo di fronte l'autoritarismo di Rangnick o di Conte. Una situazione che potrebbe essere accettata da allenatori personalmente vicini a Zlatan Ibrahimović, come Thiago Motta, Van Bommel o Bonera, assieme a qualche dirigente nuovo e inesperto. Incubi nelle paralisi del sonno per tifosi milanisti senza amore e senza storie da viversi.
Questi primi due anni di Zlatan Ibrahimović sono stati un'autentica delusione. Anche qualora si dimostrasse un'ingerenza minima di fronte agli errori giganteschi del Milan in questi anni, essa si interpreterebbe come un grave smacco per chi come Zlatan vive di onori e responsabilità titaniche: sarebbe imperdonabile che lui avesse accettato un ruolo così marginale, così facilmente sottomesso da persone così insignificanti.
Nessuno poteva aspettarsi una versione di Zlatan Ibrahimović così borghese e priva di significato da dirigente. Sarebbe stato molto più sensato concentrare la propria figura in un ruolo più vicino al campo e allo spogliatoio, istruendo emotivamente e tecnicamente i calciatori del Milan come fatto fra il 2020 e il 2023, proseguendo la cementificazione di un'Ibra-pensiero reale, esistente e vincente. Invece, Zlatan Ibrahimović ha odiato così tanto la sua infanzia difficile che adesso è finito per intrappolarsi nell'amore peggiore di tutti: quello per le aziende e per il denaro, per l'utopia del guadagno perpetuo. Perdendo così la sua storia, tradendo la commozione di chi lo ha ammirato e specialmente il suo passato dedicato interamente al calcio per scappare da una vita difficile, per un nuovo ruolo che si occupa di tutto ma meno che del calcio, e se lo fa, lo fa nel modo più triste possibile.
Che cosa ha fatto Fabrizio Romano per diventare il giornalista sportivo più conosciuto al mondo?
Oltre a stare venti ore al giorno al telefono dai 15 anni, ha tessuto rapporti con agenti procuratori e dirigenti sportivi a tal punto da riuscire (forse) a influenzare il calciomercato, con l'Arabia Saudita ha stretto un accordo di sponsorizzazione (poi eliminato), nonché una serie di odiosi errori e ripetizioni nel racconto delle morti di Christian Atsu e Diogo Jota. Non ci stupisce quindi che fra qualche settimana virerà il proprio stile verso un «giornalismo di qualità» come annunciato sui suoi canali social qualche settimana fa.
@AlfredoPedulla, onore a lui, qui su X si rivolgeva a lui come il Cavaliere Bianco. All’epoca, Pedullà accusava Fabrizio Romano di «non citare le fonti» e che il suo successo fosse dovuto sostanzialmente dal suo scrivere in inglese (qualcosa che lo stesso Romano confermerà come iniziale causa del suo successo). Quest'estate, lo scontro con @Plettigoal sull'affare fra Lipsia e Real Madrid per Diomandé ha reso evidente quanto (a volte) l'Here We Go non rappresenti la realtà dei fatti. D'altronde, lo stesso Romano aveva raccontato in un'intervista a @MaxBogni99 per Ultimo Uomo che: «i numeri generati dalle informazioni che fornisco sono molto importanti, in tanti credono che questo possa facilitare le cose. In alcuni casi può essere così, l’autorevolezza può aprire porte e canali altrimenti non concepibili».
Fu il New York Times a porsi per primo una delle domande più interessanti su @FabrizioRomano: «è un osservatore oppure un partecipante del calciomercato?». Quello che è sicuro, è che Romano ha stravolto il mestiere del giornalista amplificando ancora di più l'influenza del capitale: d'altronde lo ha detto lui stesso, il miglior complimento che gli si possa fare è chiedergli: come fai a monetizzare?. L'Here We Go, oltre ad anticipare fatti ancora non avvenuti, è diventato un vero e proprio brand per lanciare prodotti e aziende come Turkish Airlines, Pepsi e perfino siti più particolari, come ha notato @sportingintel. Qualcosa che, ovviamente, un giornalista non potrebbe fare: @ValerioMoggia ci aveva già provato a dare un po' di spazio a queste ombre sul conto di Romano.
Su @contrasti_sport ho messo insieme tutti i pezzi e le parole necessari per ricostruire il valore culturale di Fabrizio Romano.
Un tributo anche a @joekrishnan, @lVendemiale e a tutte le altre fonti citate all'interno del pezzo per aver pubblicato prima di me le ambiguità di Romano in tutti questi anni.
💫 Alphadjo Cisse, lo strano scherzo del destino: nell'estate in cui il Milan si separa da Leao, i rossoneri trovano un talento giovanissimo che probabilmente sorride più di Leao (e soprattutto ancora con l'apparecchio) e con la stesse espressioni dolci di Bukayo Saka.
Messosi sul mercato da solo dopo aver tradito (come tanti altri, a partire da Allegri e dirigenza) per una stagione intera fino alla mancata qualificazione in Champions League, Leao vola in Turchia dopo aver chiesto a Premier League e Liga di salvarlo dal basso livello della Serie A.
Dopo un pugno in amichevole e un'estate da separato in casa, saluta San Siro nel suo stile: «avrei voluto... salutare meglio». C'è un motivo se Leao ci restituiva i bagliori di Henry e Vinicius senza raggiungerli mai davvero.
Grazie a @contrasti_sport
👋🏻 Quanto vale davvero #Leao? Che ruolo ha avuto la stampa nel pomparne l'immagine in questi lunghissimi sette anni?
🪶 di Gabriel Nesticò @gabrielnstc
https://t.co/DgikN2PwBi
Grealish anzitutto era un'idea. Non solo di calcio, per quanto fosse vezzeggiato dai tocchi di Grealish dalla Championship fino alla Champions League, ma di identità, di proprietà morale inviolabile e insacrificabile. Un calciatore che non smette mai di coincidere con sé stesso con tutte le problematiche del caso. Solo un folle come Guardiola poteva innamorarsi di Grealish ed escogitare la sua perfetta neutralizzazione spacciata per equilibrio e controllo.
Jack Grealish lascia il Manchester City rendendo possibile il treble in campo e memorabile fuori dal campo. Quasi un torto per Pep. Torna all'Everton in prestito, si ritroverà svincolato a partire dalla prossima estate. Grazie di vero cuore.
Erling Haaland on Enzo Fernandez: "All the time he stamps on me, he pushes me and everything, and not only him... I don't know what he wants, but yeah, that's what I do I guess..." [via @BBCSport]
Hugo Viana è il direttore sportivo del Manchester City formalmente dal 1° luglio 2025, dopo un anno e tre sessioni di calciomercato abbiamo già imparato a conoscere un approccio completamente diverso da quello visto dal City di Txiki Begiristain gli scorsi anni.
Per intenderci, è già la seconda volta che il Manchester City acquista un profilo di altissimo livello nell'ultimo giorno di mercato: l'anno scorso fu Donnarumma, quest'anno Enzo Fernandez. Scenari dei calciatori differenti, ma entrambi sono una buona sintesi di un atteggiamento più caotico e spericolato del Viana direttore del City. È anche vero che Viana si è insediato nel club nel momento più complesso degli ultimi dieci anni, ovvero orchestrare la transizione dall'era Guardiola alla parentesi Maresca.
Il problema non è tanto che Rafael Leao sia indolente o così particolarmente incomprensibile nelle sue azioni. Abbiamo avuto altri esempi di gente capace di vivere il mondo del calcio alla propria maniera, con le proprie regole: l'elemento fondamentale di tutti quegli esempi di calciatori, da Best fino a Gascoigne, così come i nostri Cassano e Balotelli, tuttavia, è che il loro essere alternativo (o problematico) riusciva ad essere sprigionato in tutto e per tutto nel calcio, nel bene o nel male; cosa che per Leao, invece, non solo non pare esserci stata, ma lo stesso rapporto con il pallone appare più un fastidio, un elemento di circostanza, una costrizione da sopportare. La gioia di Leao quasi non ci appare sincera se ci astraiamo del suo esplicito significato dichiarato da lui o narrato da noi dall'esterno: una ricerca di significato che si pone come l’esatto contrario dell’estro del fantasista, dato dal suo istinto, dall’inspiegabilità di una mente superiore e non intellegibile, una tecnica che condanna al sobbalzo lo spettatore, rapito e lasciato senza parole anziché pieno di incertezze e interpretazioni da dare per riempiere tutto il vuoto che lascia Leao.
In questi anni abbiamo conosciuto tutto di Rafael Leao: non ci sono misteri né enigmi, sono chiari ed evidenti i suoi riferimenti, i suoi idoli, cosa dice ma soprattutto cosa vorrebbe dire e cosa avrebbe voluto dire o fare. Come un poeta che spiega le poesie prima di leggere, un mago che svela i suoi trucchi prima di proporci un trucco di magia: chiariti i misteri del (suo) mondo, tutto appare banale. Così, anche un calciatore come Rafael Leao, chiude senza grandi complimenti una piccola e banale performance, svuotando di tutti i possibili sensi positivi i sette anni spesi al Milan, con qualcuno ancora lasciato convinto nella sua piccola illusione che ci fosse chissà quale significato dietro il modo di (non) essere di Leao. Pensate che qualcuno lo reputava ultimo interprete dello joga bonito, beati a loro.
Con il cult hero di questi ambienti, iniziamo la stagione di Premier League con @GiveBobby e una domanda: il Manchester 2026-27 è una squadra più debole o depressa?
Per approfondire questi temi e rispondere alle grandi domande della Premier League 2026-27 c'è il nostro consueto @GiveBobby, il podcast condotto da Stefano De Caro che vi racconta il calcio inglese in meno di trenta minuti, settimana dopo settimana.
https://t.co/IbqYsqYz88
Oggi sarà sabato sera e la Serie A si sta già preparando per i primi anticipi. Ricordate che il campionato che vi piace, anche quello con la sessione estiva di calciomercato più entusiasmante, questa sera si fermerà sui primi zero a zero della stagione, dentro i cessi luridi degli stadi italiani. Il 90% delle partite stasera finirà zero a zero o al massimo uno a zero, oppure avrà un esito scontato, questo succede da circa cinque o dieci anni. Nel frattempo noi, segregati in casa, staremo a parlare di mezzi spazi, costruzioni dal basso 3+2 e dribbling che tanto nessuno farà (anche se li vedrete in Serie A, ormai, sarà troppo tardi, non proverete mai l'eccitazione di quando eravate bambini). Ricordate che, se non avete goduto di Scudetti prima dei 20 anni, avrete sempre dei rimpianti, una psiche danneggiata, non sarete mai normali. Chi pensa che non sia finita è un povero illuso.
Rodri! Che strazio lasciarsi così. Quasi nessuno si ricorda quando i burloni inglesi ti chiamavano Rodrizontal alla tua prima apparizione in Premier League, e soprattutto nessuno si aspettava che saresti potuto diventare un centrocampista da Pallone d'Oro. Invece sei stato qualcosa di irripetibile, un calciatore talmente meraviglioso che era diventato difficile ragionare su quali fossero i tuoi pregi migliori e quali fossero trascurabili.
Desideravi andare via da Manchester dopo aver vinto un Europeo e un Mondiale con la tua Spagna, di cui sei stato giustamente eletto capitano, ma soprattutto la Champions League, svariate volte la Premier League e la FA Cup, il Mondiale per Club e altri bellissimi trofei. In molti ricorderanno con commozione il goal ad Istanbul contro l'Inter, ma i tifosi, tuoi innamorati, ricordano quanti problemi hai risolto dal 2022 in poi: specialmente contro l'Aston Villa e contro il West Ham, trascinando il Manchester City alla vittoria di quei campionati. Così come non possiamo dimenticarci il goal elegantissimo contro il Bayern Monaco o la cannonata spaventosa contro l'Everton.
Mentre vai via, dopo un'estate in cui il tuo procuratore ha parlato al tuo posto, ci dici che il cuore sgorga per il Manchester City e che il club, qualora ne avesse bisogno, ti troverà sempre da qualche parte. Abbi pazienza: tutti i tuoi tifosi speravano di rivederti ancora un anno assieme a loro all'Etihad. In molti si erano accorti delle tue quasi lacrime durante l'addio di Stones, Bernardo e Guardiola, ma si erano convinti che ti eri emozionato quanto loro a vedere questi ragazzi distrutti lasciare il club. Invece, o così pare a loro, sapevi già a quale fine stavi conducendo la tua storia qui a Manchester, che per qualche strano motivo non hai voluto anticipare a tutti loro. Per qualche settimana gli hai fatto credere di essere a un passo dal Real Madrid, quel club che tanto soffrono e che tanto ha combinato quando eri stato giustamente eletto Pallone d'Oro. Capiscili: non gli sembrava giusto. Poi è arrivato il Barcellona e tutto si è risolto in poche settimane. Camminerai con le scarpe di Busquets nel favoloso Barcellona di Flick per regalarti un inizio di fine carriera ancora strepitoso. Eppure, qualcuno ci credeva davvero che avresti speso ancora un anno qui al Manchester City, tutti avevano bisogno di te. Il club si trova in una delicata transizione gestionale, sia per quanto riguarda l'allenatore, sia per quanto riguarda gli uomini nello spogliatoio; i tifosi, sempre loro, innamoratissimi di te, avevano bisogno di cantare ancora un po' il tuo nome: sai quanta sicurezza dai sugli spalti, oltre che ai tuoi compagni? Forse credevano, o volevano credere, che saresti stato per Elliot Anderson ciò che per te è stato Fernandinho. Invece hai salutato già tutti quanti e hai già strofinato lo stemma di un altro club.
Rodri, tu sei già andato via da qui e i tuoi vecchi tifosi non sanno a chi rivolgersi, forse nemmeno Maresca a dir la verità... e Haaland non si sente tanto bene. Li avevi abituati talmente bene che non si potevano aspettare una tua assenza improvvisa nel momento più intenso delle nostre vite: l'addio.
Per un Khusanov che dopo un anno e mezzo di apprendistato riesce a guardare alla pari Ruben Dias, Gvardiol e Guehi, c'è un Trafford che (ri)lascia il Manchester City. Trafford è davvero l'ultima eredità lasciata da Pep Guardiola a questo club: cupidigia irrefrenabile sul calciomercato.
Unico portiere del City 2025-26 a vincere sul campo due trofei (EFL Cup e FA Cup), va ripetuto che Trafford sia stato il secondo portiere del City solo perché il club è diventato proprietà di Haaland, cioè di Rafaela Pimenta, procuratrice ingestibile che ha la procura di Donnarumma e da poco anche quella di Phil Foden. La storia di Trafford, dalla traiettoria simile a quella di Foden per amore e legame con il City, è stata spazzata via dal caos gestionale che sta contraddistinguendo il City post-Treble, ora arrivato a un bivio cruciale. Maresca può essere un allenatore di personalità al Chelsea, in Serie A, ma non al Manchester City, dove per almeno un altro lustro sarà tutto orfano di Guardiola. Scegliere Trafford al posto di Donnarumma sarebbe potuto essere un gesto forte e chiaro in tal senso: il portierino inglese sa giocare e costruire come Maresca desidererebbe, il portierone italiano mette una pezza con delle super-parate alla tremarella che lo contraddistingue nel resto del gioco. Anziché perseguire la scelta più logica, Trafford è stato venduto al Leeds per una cifra di 45 milioni di sterline, in euro una somma superiore ai 50 milioni di euro: il terzo più pagato di sempre in Premier League, il quinto nella storia del calcio. A qualche decina di milioni in meno sarebbe potuto essere un colpo splendido per la Juventus, ma il mercato autofinanziante della Premier League impone queste traiettorie calcistiche.
Un vero peccato, ma a Manchester c'è chi avanza l'ipotesi di un secondo ritorno di Trafford all'Etihad: d'altronde, l'inglese è un classe 2002, si sa, la carriera dei portieri è più lunga della pensione degli italiani. Una cosa certa c'è: James Trafford sarà l'erede di Jordan Pickford.
Il Manchester City sta tornando ad operare con lungimiranza, la vittoria di Khusanov come Player Of The Month del club è un chiaro segnale in tal senso: dopo due stagioni di secca, le seconde linee del City stanno tornando ad essere di alto livello. Qui, l'uzbeko assieme a James Trafford, secondo portiere del City solo per ingordigia di Guardiola.
Khusanov è arrivato nel mercato invernale del 2025 assieme a Marmoush, Nico Gonzalez e Vitor Reis. Veniva dalla Ligue 1 e dal Lens ed è stato pagato circa 40 milioni di euro. Difensore a dir poco eccitante per stile e biografia, tanto irruento in campo quanto timido e discreto quando non c'è da giocare a calcio. Se la memoria non mi inganna, nonostante le difficoltà nel contenere il Real Madrid di Mbappé fu uno dei pochi che diede l'impressione di valere qualcosa nei play-off di Champions League del 2024-25, vinti dai madrileni – loro vincono sempre quando domina il caos in campo.
Se Marmoush sembrava necessario per aumentare la profondità dell'attacco del City, così come Nico Gonzalez sembrava indispensabile per trovare un sostituto realistico di sua maestà Rodri, Khusanov non portava con sé alcun tipo di necessità se non tante buone speranze sul suo futuro. Certo, il City ballava anche dietro alle spalle del suo centrocampo, ma era piuttosto evidente che Khusanov non avesse ancora la caratura per mettersi al fianco di Gvardiol, Dias e perfino dei più teneri Akanji, Aké e sua signoria Stones. Nella fretta di trovare giocatori solidi e possibilmente pronti nell'immediato, Khusanov rappresentava una goccia di lume da dedicare al futuro.
Quest'anno Guardiola ha trovato più stabilità in campo, specialmente nella sua linea difensiva titolare: O'Reilly, Gvardiol, Dias e Nunes. Per rimarcare l'esuberanza dell'uzbeko, Khusanov spesso è stato utilizzato come terzino destro, venendo presto messo da parte dall'incredibile crescita di Nunes. Tuttavia, gli infortuni quasi simultanei di Dias e Gvardiol hanno aperto un varco per quel ruolo delicato che è il ruolo del difensore centrale. E dopo un anno da tirocinante, Khusanov ha mostrato tutta la sua bravura nell'essere un difensore attento e spregiudicato, quasi violento per gli standard di Guardiola. È davvero un piacere vedere ancora difensori così fiduciosi dei propri mezzi atletici tanto da amare il duello personale con gli attaccanti avversari, e aver costretto Guardiola ad accettarne il carattere con tutto i suoi rischi e pericoli è un grande segno di stima.
Dopo svariate sessioni di mercato non all'altezza dello status del City, la dirigenza sky blues è tornata ad operare con sguardo verso il futuro. Guardiola o meno, nei prossimi anni la batteria di difensori centrali del City sarà composta da Dias, Gvardiol, Guehi e Khusanov. Un materiale di qualità la cui maneggevolezza semplificherà qualsiasi guida tecnica che sostituirà quella del catalano.
La foto assieme a Trafford non è casuale: il portiere inglese ha subìto l'incontinenza classica del calciomercato orchestrato da Pep. Dopo avergli promesso la maglia numero 1 del City, appena si è evoluta la situazione di Donnarumma il City si è fiondata sul portierone italiano, facendo deprimere in poche settimane un buon talento inglese. Indiscutibile riconoscere la superiorità tecnica di Gigio, probabilmente inarrivabile per Trafford anche nelle migliori delle ipotesi. Tuttavia, il City è tornato a costruire qualcosa di stabile ma soprattutto futuribile. Servirà lavorare al meglio, soprattutto se Guardiola non manterrà la sua promessa di un anno fa e lascerà il Manchester City già quest'estate.
Da quest'immagine si comprende tutta l'importanza per il Manchester City di trattenere Rodri, anche se si trattasse di perderlo a zero l'estate prossima.
John, mio amato, quanto sapore ci dà ancora quella notte di Istanbul: tu eri il più bello del campo ed hai voluto vincere la partita senza concedere un attimo d'imperfezione agli occhi del mondo. Con Guardiola avevate deciso di mettervi al centro: tu del campo e lui della storia. Hai evitato le gambe degli avversari così tante volte che la gente ti ha detto di esserti ispirato a Messi e Busquets, ma tu in quella posizione ci giocavi già da febbraio; sei stato tu a mostrare al City come vincere tutto in pochi mesi, sei stato tu a voler far stringere Walker e lasciare che De Bruyne e Haaland non dovessero preoccuparsi di ciò che accadesse alle loro spalle. Sei stato dotato di un'intelligenza e di una bellezza motoria che il cielo ha voluto colpirti proprio dove il tempo lascia il suo segno: il tuo corpo; fragile e delicato, ha atteso una vita intera per esibirsi una sola volta, a Istanbul, facendosi bastare una notte per vincere la medaglia dell'immortalità. Oggi sei accolto come un campione da chi hai fatto scivolare più volte nel tentativo di braccarti: saremo entrambi gelosi del poco tempo che ci è stato concesso?