Mentre sono in corso due guerre e gli europei sfilano, per la prima volta nella storia, insieme agli ucraini a Parigi, la politica italiana si occupa di legge elettorale, con la maggioranza che va sotto e il campo largo, senza un leader, un programma e una linea di politica estera, che strilla scompostamente “elezioni”.
E’ l’immagine plastica di un’Italia allo sbando, con la destra e la sinistra attori di un teatrino ridicolo.
Dobbiamo riportare la politica a occuparsi di cose serie, costruendo un’alternativa di centro a questo bipopulismo rumoroso e inutile.
@Azione_it
La maggioranza ne esce molto indebolita e Meloni dovrebbe trarne le conseguenze: nella sua maggioranza c’è chi bara e vota esclusivamente per tutelare il proprio interesse personale.
Ma l’opposizione onestamente non ha nulla da festeggiare.
Quelle scene di giubilo perché tutti i parlamentari continueranno a essere nominati sono francamente imbarazzanti.
Le liste bloccate sono una vergogna che continua- tra voti segreti, giochi delle tre carte e festeggiamenti- senza tenere minimamente in considerazione la volontà dei cittadini.
#leggeelettorale
Il mio intervento in aula poco fa sulla riforma del reclutamento dei professori universitari.
Il @Partito_Libdem pensa che sull’università non servano più piccoli passi o interventi marginali. E non serve neanche mettere più soldi e basta.
Servono tre grandi riforme strutturali, a costo zero.
Ecco quali, in due minuti.
Negli ultimi 30 anni ci hanno promesso di tutto, ma mai ci hanno detto una cosa: dove prendono i soldi.
È così che nasce la sfiducia nella politica.
Per questo, insieme a @CottarelliCPI e alla @fleinaudi, chiediamo una regola semplice: ogni promessa elettorale nei programmi deve avere una copertura economica. Meno propaganda, più serietà.
Firma anche tu: https://t.co/dxgl88AQGU?
Al decimo emendamento del Campo Largo su come rendere ancora più casuale il sorteggio di chi decide le carriere dei professori universitari, non ce l’ho più fatta…
… e ho posto loro una domanda estremamente semplice.
«Una magistrata del Tribunale di Palermo, giudice civile, era stata chiamata a rispondere davanti alla Sezione disciplinare del CSM per gravi ritardi nel deposito dei provvedimenti.
Il problema?
Secondo quanto ricostruito nella sentenza, si parlava di 182 sentenze depositate in ritardo, 32 sentenze ancora da depositare all’esito dell’ispezione, 77 ordinanze depositate in ritardo, 11 ordinanze ancora non depositate e 178 decreti ingiuntivi depositati oltre 120 giorni.
In tutto, la Cassazione parla di oltre 480 provvedimenti depositati in ritardo nell’arco di cinque anni.
Alcuni ritardi erano ultrannuali.
Uno arrivava fino a 1.210 giorni.
Cioè oltre tre anni.
Eppure il CSM, pur ritenendo configurato l’illecito disciplinare, aveva applicato l’esimente della “scarsa rilevanza del fatto”.
In sostanza: il fatto c’era, ma non era così grave da meritare conseguenze disciplinari.
Perché?
Tra gli elementi valorizzati c’erano la stima dei colleghi, la considerazione del Foro locale, la complessità delle cause, lo scrupolo nello studio e la qualità dei provvedimenti.
La Cassazione però non ci sta.
Le Sezioni Unite dicono una cosa molto semplice: il ritardo nel deposito di centinaia di provvedimenti civili, con picchi di oltre tre anni, non può essere trattato come una condotta episodica e occasionale.
La Corte aggiunge un altro principio molto netto: il bene leso non è solo l’immagine del singolo magistrato.
È anche l’interesse delle parti a ottenere una risposta di giustizia in tempi adeguati.
Il cittadino comune, davanti a una situazione del genere, si chiede una cosa semplice: “ma se aspetto una sentenza per anni, davvero il problema può diventare irrilevante perché il giudice è stimato e scrive bene?”
La Cassazione risponde: no.
Certo, la decisione finale ora tornerà alla Sezione disciplinare del CSM, in diversa composizione.
Quindi non siamo davanti a una sanzione definitiva.
Ma almeno un dato resta: la lentezza della giustizia non è solo un fastidio statistico.
È una lesione concreta per chi aspetta una decisione.
E quando i ritardi diventano centinaia, chiamarli “episodici” diventa difficile.
Molto difficile.»
— @danilo_scarlino (pag. FB ‘Insieme per una Giustizia Giusta’)
Remigrazione
C’è una parola nuova che gira, e ha un suono pulito. Remigrazione. La pronunciano in tanti senza pensarci, come si ordina un caffè. Comoda, leggera, igienica. Le parole pulite servono a questo da sempre: coprire ciò che ad alta voce farebbe vomitare.
Non è spuntata dal nulla. L’ha teorizzata un austriaco, Martin Sellner, in un libro intitolato “Remigrazione, una proposta”, tradotto in italiano l’anno scorso. Ha preso corpo in una villa vicino a Potsdam, nel novembre del 2023, dove uomini dell’estrema destra tedesca si sono chiusi a discutere come allontanare due milioni di persone. Lo ha scoperto un gruppo di giornalisti, e mezza Germania è scesa in piazza. Nel piano c’era scritto pure dove spedirle, quelle persone: uno “Stato modello” da qualche parte in Nord Africa. Un’idea già vista. Si chiamava piano Madagascar, prevedeva di deportare quattro milioni di ebrei su un’isola, ed era il 1940.
Un dettaglio di quella riunione conta più di tutto. Sellner non ha mai detto deportazione. Diceva remigrazione. Sapeva cosa stava progettando e ha scelto la parola che non spaventa. Non lo dico io. Sta agli atti.
Te la traduco, la parola pulita. Remigrazione vuol dire prendere una persona e portarla via. Vuol dire bussare a una porta all’alba e far scendere una famiglia in pigiama. Vuol dire un bambino con le scarpe slacciate che non capisce dove lo portano. Vuol dire una madre che stringe una valigia con dentro niente, perché il tempo non glielo hanno dato. Non parlano solo di chi è sbarcato ieri. Parlano dei “non assimilati”, che nella loro lingua sono ragazzi nati qui, con la carta d’identità in tasca, che parlano romanesco o napoletano e il paese dei nonni non l’hanno mai visto.
Non è la prima volta che una parola viene lavata così. Quasi novant’anni fa cominciò con le parole e con le leggi. Si diceva trasferimento, reinsediamento, trattamento speciale. Si facevano le liste. I treni vennero dopo, poco più di ottant’anni fa, e su quei treni la gente stava in piedi, al buio, per giorni. Dove finivano lo sai. Lo sai senza che te lo scriva. L’hai studiato a scuola, hai pensato mai più, hai chiuso il libro. La parola pulita è tornata lo stesso, e ti scorre davanti mentre fai colazione.
Pensa alla gente normale di allora. Il farmacista. La maestra. L’impiegato che ogni mattina comprava il pane e un giorno ha smesso di salutare il fornaio, perché il fornaio era diventato un problema. Non erano mostri. Erano gente come te. Hanno solo girato la testa. Si sono detti che non li riguardava, che protestare era pericoloso, che ci avrebbe pensato qualcun altro. Quel qualcun altro non è arrivato mai. Quando i treni passavano sotto casa, chiudevano le tende e alzavano la radio.
Oggi la tenda è lo schermo del telefono. Scrolli, leggi remigrazione, senti un fastidio, tiri dritto. Intanto c’è già chi sussurra di “altre soluzioni”, perché a qualcuno la sola deportazione comincia a stare stretta. La frase non la finiscono. Gli manca il coraggio. Fanno come Sellner: dicono la parola che non spaventa e il resto lo lasciano al tuo silenzio. Prima la parola pulita. Poi la parola detta a metà. Poi non servirà più nessuna parola, perché sarà già successo.
Uno Stato sano avrebbe gli anticorpi. Tratterebbe chi istiga allo sterminio per quello che è, perché questa non è un’opinione, è il primo gradino di una scala che conosciamo a memoria. Invece la parola va di moda. Qualcuno la spaccia per libertà.
Resti tu. Non la maestra, non il farmacista, non quel qualcun altro che non arriva mai. Tu, che hai sentito quel fastidio mentre leggevi e adesso vorresti chiudere la pagina e lasciarti il fastidio alle spalle. Non chiuderla. Quel fastidio è l’unica cosa pulita rimasta in questa storia, ed è esattamente ciò che la gente di novant’anni fa ha deciso di non sentire. La differenza tra te e loro non è il cuore. È solo il momento. Loro si accorsero quando i treni erano già partiti. Tu te ne stai accorgendo adesso, prima. La prossima volta che leggi remigrazione non tirare dritto. Chiamala col suo nome, ad alta voce, dove gli altri ti sentono. Costa fatica e ti farà sentire fuori posto. Era esattamente la fatica che allora non fece nessuno.
finisce proprio presso il vicino meridionale.
Si sa, gli oppositori del nucleare sono ovunque, almeno finché non vogliono accendere la TV per godersi qualche bel programma su TV plasma costruita con le terre rare.
Ma che importa basta che non sia nel loro giardino ;)
Caro @paolomieli sono totalmente in disaccordo con Schlein-Appendino e le spiego perché:
✅ La pressione fiscale in rapporto al Pil in Italia è già elevatissima, anche perché il Pil italiano cresce meno di quello degli altri Paesi europei.
L’emergenza in Italia, anche in termini fiscali, è la mancata crescita del Pil, che va affrontata con riforme per favorire la crescita, non discutendo sempre e solo di come aumentare le tasse!
✅L’Italia ha già diverse patrimoniali:
IMU per gli immobili, il 26% di tassazione sulle rendite finanziarie, bolli su auto, moto, barche.
Addirittura è tassato il possesso di un televisore!
✅La giustizia fiscale si fa con la tassa sui redditi: non è possibile che chi ha 60.000 euro di reddito lordo paghi la stessa aliquota di chi ha 600.000 e che chi ha 600.000 ha la stessa di chi ha 600 milioni;
✅Altro ancora è la necessità di trovare un equilibrio fiscale con le multinazionali. Questo è giusto e necessario, ma va fatto a livello intergovernativo e europeo e non come iniziativa dei singoli Stati, altrimenti diventa completamente inefficace e ci rimettono comunque i cittadini.
@24Mattino
Ma quando mai? Ora basta:
siamo alla presa in giro di chiamare "tasse" tutti gli oneri che derivano dalla scelta di promuovere e insistere con fonti intermittenti, come solare ed eolico, che danno l'illusione di prezzi più bassi in borsa, ma che fanno gonfiare le bollette.
Ma le bollette non si gonfiano di "tasse" ma della giusta remunerazione di quanto segue, conseguenza diretta e inevitabile di uno scriteriato aumento (da scongiurare assolutamente) di quelle fonti, che oltre ad essere variabili e stagionali, producono energia tutte insieme:
1) remunerazione di tutta l'energia eolica e solare, a tariffa garantita sempre, anche quando l'eccesso di produzione azzera il prezzo di borsa e pure quando una parte (sempre crescente) di essa non viene immessa in rete perchè di troppo (si chiama curtailment);
2) remunerazione delle batterie che consentono di recuperare una parte dell'energia prodotta in eccesso;
3)remunerazione degli sviluppi della rete di distribuzione (Enel distribuzione ed altre società più piccole), indispensabili per collegare un dedalo di generatori fotovoltaici ed eolici sparpagliati sul territorio;
4) remunerazione degli sviluppi della rete di trasmissione (Terna) per traportare l'energia solare ed eolica generata al Sud e Isole Maggiori verso i luoghi di consumo (industriale) del Centro-Nord;
5) remunerazione del bilanciamento di una rete a crescente quota di energia intermittente.
Che gli interessati sostenitori dello sviluppo senza fine di solare ed eolico sollevino l'allarme per questo genere di "tasse", che "ammazzano il sistema elettrico", è un fatto positivo. E che chiamino "tasse" questi oneri, senza usare il loro vero nome prova che anche loro sanno che la strada che propongono nel loro interesse è insostenibile per il Paese.
Ma guai se questi oneri diventassero davvero "tasse" a carico dello Stato. Bollette alte, in Italia e ancor più in Germania, sono il risultato di gravi errori di policy che ora vanno corretti. Individuando e rimuovendo le vere cause, senza mettere la polvere sotto l'ampio tappeto delle tasse, per continuare a promuovere proprio quelle cause.
Aggiungo che chiamare "tasse" gli oneri di cui sopra squalifica chi lo fa, ma questo è il meno, ma, quel che è peggio, solleva l'ennesimo polverone che serve a impedire o almeno a rinviare l'indispensabile serio dibattito sull'Energia in Italia.
È oramai urgentissimo ragionare con competenza e lungimiranza su una nuova strategia energetica che includa la gestione del transitorio sino a quando un nuovo mix di generazione sarà disponibile. Mix che -ora è sempre più chiaro- per l'energia elettrica deve includere la giusta quota di nucleare, idroelettrico, geotermico, solare, eolico e sistemi di accumulo. E la giusta quota è quella che consenta di produrre tutta l'energia elettrica, in ogni ora dell'anno, al minimo costo!
Non fatevi fregare!
Si chiama "riprocessamento del combustibile esaurito". In UE si fa solo in UK e Francia. Tutti i Paesi UE che scelgono l'opzione del riprocessamento spediscono lì il proprio comustibile esaurito. Non è che abbiamo mandato lì "le scorie".
Il 5% circa di quel combustibile esaurito rimane alla fine come rifiuto ad alta attività e lunga vita; il resto (uranio e plutonio) è riutilizzabile.
In base ai contratto sottoscritti, avremmo dovuto far rientrare quella piccola parte di rifiuti nel 2019 e 2025. Inglobati in vetro borosilicato e inseriti in robustissimi contenitori metallici schermati (cask). E dovremmo custodirli temporaneamente nel Deposito Nazionale.
Ma potremmo tranquillamente custodirli in uno dei siti delle nostre ex centrali e impianti nucleari. Come fanno in tutto il mondo.
Invece la politica , tutta la politica tranne pochissime eccezioni, non ha il cooraggio di spiegare ai cittadini che tutto questo non comporta alcun rischio, perchè ritiene più redditizio cavalcare le paure alimentate dalle fandonie raccontate da anni da pseudo ambientalisti da strapazzo. Così nel 2019 e 2025 si è preferito emendare i contratti attivando l'opzione (a pagamento) che consente di posticipare il rientro di quei pochissimi, sicurissimi rifiuti.
Finchè i cittadini non saranno stufi d'esser trattati da imbecilli, andrà così!
Ho spiegato tutto in questo pezzo. Leggetelo e se qualcosa non vi è chiaro chiedete
https://t.co/23sRVddYZm
Che dire, l’ha presa con filosofia.
Quando la approveranno anche al Senato sarà la fine della Repubblica, se mai decideranno davvero di costruire impianti nucleari sarà l’apocalisse.
Alla giornalista che ad Alessandria mi ha chiesto se la responsabilità dell’attuale processo di deindustrializzazione del nostro Paese, tema a cui ho dedicato anche un capitolo del mio ultimo libro, sia da attribuire più alla destra di oggi o alla sinistra che ha governato in passato, ho risposto così.
Lo puoi acquistare qui: https://t.co/Ww7oOhzlRh