Ormai siamo oltre l'analisi geopolitica e militare. La successione degli eventi che qui troverete documentata con un dettaglio eccezionale non reperibile altrove in italiano su piattaforma gratuita, descrive una variabile strategica fondamentale.
“Dopo il referendum con voi del Foglio faremo i conti, tireremo su una rete”, ci ha detto il pm Gratteri durante un’intervista. Parole che suonano come un avvertimento. Gratteri vuole gettare la rete che usa per le sue famose pesche a strascico, con centinaia di persone indagate e arrestate e poi prosciolte o assolte (con tanto di indennizzo per ingiusta detenzione)? Si faccia pure avanti, procuratore. Intanto continueremo a raccontare le sue gesta. Anzi, colgo l’occasione per ricordarne alcune:
la maxi operazione contro la ’ndrangheta del 2003 a Platì, nella Locride, con 125 misure di custodia cautelare (alla fine solo in 8 vennero condannati); l’operazione “Circolo formato” del 2011, con l’arresto di 40 persone, tra cui il sindaco di Marina di Gioiosa Ionica e diversi assessori (gli amministratori locali poi vennero assolti); la maxi operazione "Stige", con 169 arresti (a processo 100 imputati sono stati poi assolti - all'epoca degli arresti Gratteri la definì "la più grande operazione degli ultimi 23 anni" e "un’indagine da portare nella scuola della magistratura"); l’ancora più nota operazione “Rinascita-Scott”, lanciata nel 2019 con 334 persone destinatarie di misure cautelari (in primo grado sono stati assolti 131 imputati su 338, praticamente uno su tre); l’inchiesta del dicembre 2018 che sconvolse la politica calabrese, con le accuse di corruzione e abuso d’ufficio contro l’allora presidente della regione, Mario Oliverio, poi assolto da tutte le accuse; l’indagine “Erebo Lacinio” del 2021, con 8 persone accusate di associazione a delinquere per traffico illecito di rifiuti (poi tutte assolte, ma nel frattempo l'azienda è fallita); l'indagine contro Domenico Tallini, ex presidente del Consiglio regionale della Calabria, accusato e poi assolto definitivamente dalle accuse infamanti di concorso esterno in associazione mafiosa e scambio elettorale politico mafioso (accuse che gli costarono anche un mese ai domiciliari).
Eccetera eccetera.
Anche a causa delle maxi retate di Gratteri, la Calabria è diventata la prima regione italiana per indennizzi per ingiuste detenzioni. Dal 2018 al 2024 lo Stato ha pagato 78 milioni di euro per indennizzare i cittadini vittime di ingiusta detenzione in Calabria, il 35% della spesa nazionale (220 milioni).
Oggi Gratteri è tra i testimonial del No alla riforma Nordio, che accusa di sottomettere il pm all'esecutivo (falso: l'articolo 104 della Costituzione continuerà a garantire autonomia e indipendenza all'intera magistratura, giudici e pm).
Eppure Gratteri continua a essere intervistato ogni giorno, senza contraddittorio, da tv e giornali, per commentare la riforma costituzionale e per parlare di "giustizia giusta". Lui.
@Josh_Bersin Great insight, thanks. Increase of productivity implies the willingness to do the 2X instead of scrolling a social media..I mean, a complete turnaround of people management policies will be needed, from engagement to reward and develop. Cool
Tullio Padovani: le ragioni del sì alla separazione delle carriere.
Se avete una mezz’ora (capisco sia quasi impossibile oggi mantenere l’attenzione sui social per così tanto tempo) vale sempre la pena ascoltare Tullio Padovani,
Per tanti anni Maestro di diritto penale alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e avvocato.
Uno dei giganti della nostra materia. Parla delle ragioni del sì. Lo fa anche attraverso una appassionata e meravigliosa ricostruzione storica.
Lontano dalle visioni partitiche e dalle loro ansie elettorali.
E’ sempre stato oratore straordinario.
Socio dell’Accademia Nazionali dei Lincei.
Vale sempre e comunque la pena di leggerlo e ascoltarlo
https://t.co/cPQbIx0UpS via @YouTube
Dottor Gratteri, le dice qualcosa il nome di Gianluca Callipo?
Gianluca Callipo, nel 2019 e' il giovane sindaco di Pizzo Calabro, è un esponente del Partito Democratico, che ha fatto politica fin da ragazzino, ed è stato eletto primo cittadino quando non aveva ancora 30 anni.
Prima Presidente nazionale di Anci giovani, poi Presidente di Anci Calabria, è una giovane promessa della politica. Nel 2014 si candida alle primarie dí centrosinistra per la scelta del candidato Governatore della Calabria. Nel 2017 è eletto per la seconda volta Sindaco del Comune di Pizzo Calabro con il 62,27% dei voti. Sembra destinato a una brillante carriera, almeno fino al 19 dicembre 2019.
All'alba di quel drammatico giorno scatta il maxi blitz dell'operazione nota come
Rinascita Scott, condotta dalla Distrettuale Antimafia di Catanzaro, guidata da lei, dottor
Gratteri. Nella rete finisce anche Gianluca Callipo, con accuse pesanti: concorso esterno in associazione mafiosa e abuso d'ufficio con l'aggravante mafiosa. E anche le conseguenze non sono da meno: per lui si aprono le porte del carcere.
Da brividi le parole di Callipo.
"Quando aprii la porta, alle 3.30 di notte, e mi trovai i Carabinieri che mi comunicavano che stavano eseguendo un'ordinanza di custodia cautelare in carcere, all'inizio non ci potevo credere, mi sembrava impossibile quello che stava succedendo. Entrarono consegnandomi due scatoloni contenenti una trentina di faldoni e dicendomi che al loro interno avrei trovato le accuse per le quali mi stavano arrestando. Due scatoloni pieni di documenti.
Provai a sfogliare alcune delle migliaia di pagine ma capii ben poco,".
Dopo 7 mesi di carcere, la Cassazione la scarcera annullando l'ordinanza custodiale. Non ci sono i gravi indizi. Una sonora bocciatura dell'impianto accusatorio.
Dopo che la Cassazione aveva smontato tutto, la Procura ha chiesto per Callipo 18 anni di reclusione. Diciotto.
Esito: ASSOLUZIONE.
La sentenza è definitiva perché la Procura ha rinunciato all'appello.
Callipo non fa più politica, ha sofferto tantissimo, ha avuto la carriera distrutta, mentre lei, dottor Gratteri prosegue a fare carriera grazie ad un CSM che assegna valutazioni di professionalità positive (al 99%) anche a chi ha privato della libertà cittadini innocenti.
Quando parla di indagati ed imputati, dottor Gratteri, ricordi che sono persone in carne e ossa e non di rado sono innocenti. Tantissimi indagati vedono archiviati i loro procedimenti, tanti imputati (quasi il 50%) vengono assolti già in primo grado.
E non li tratti come fisiologici effetti collaterali, ma li rispetti perché hanno avuto la vita rovinata da accuse finite nel nulla.
Va retwittato continuamente questo video: la separazione delle carriere é spiegata in modo semplice ( non a caso é un illustre professore universitario a farlo), affinché tutti possano comprendere. E inviatelo pure su whatsapp ai vostri amici. Gli indecisi voteranno SÌ!
If you claim to support human rights yet can’t bring yourself to show solidarity with those fighting for their liberty in Iran, you’ve revealed yourself. You don’t give a damn about people being oppressed and brutalised so long as it’s being done by the enemies of your enemies.
🚨🪖🇺🇦🇷🇺 Se fossi il direttore di un telegiornale - e per mia e vostra fortuna non lo sono e non lo sarò mai - aprirei dicendo che oggi il tg trasmette il messaggio pronunciato da Volodymyr Zelensky al popolo ucraino prima della mezzanotte di ieri.
Come dite? Dura 21 minuti?
Nessun problema.
Sono 21 minuti che valgono più di molti altri servizi giornalistici. E ne restano comunque 9 abbondanti per parlare di tematiche fondamentali come i fuochi d'artificio e i festeggiamenti nelle varie capitali mondiali.
In ogni caso, in assenza di un telegiornale da occupare, il Blog ha tradotto il suo intervento per voi. Credo meriti la vostra attenzione. Buona lettura.
"Cari ucraini, tra pochissimi minuti inizierà il nuovo anno. E darei qualsiasi cosa al mondo se, in questo messaggio, potessi dire che anche la pace arriverà tra pochi minuti. Purtroppo, non posso ancora dirlo. Ma con la coscienza pulita, io - tutti noi - possiamo dire che l’Ucraina sta davvero facendo tutto per la pace. E continua a farlo.
Sono tornato a Kyiv ieri, alle 6 del mattino. Il nostro team ha trascorso quasi 50 ore in viaggio. L’accordo di pace è pronto al 90 per cento. Resta il 10 per cento. E questo è molto più che un semplice numero.
In quel 10% c’è, in realtà, tutto.
È il dieci per cento che determinerà il destino della pace, il destino dell’Ucraina e dell’Europa, come vivranno le persone.
Dieci per cento per salvare milioni di vite.
Dieci per cento della determinazione necessaria affinché la pace funzioni al 100%.
Dieci per cento dell’unità e della saggezza di cui c’è un disperato bisogno - ucraina, americana, europea, di tutto il mondo.
Dieci per cento verso la pace.
Voglio che tutti noi, in questo momento, siamo sulla stessa lunghezza d’onda - che comprendiamo la realtà allo stesso modo, che siamo armati non solo al fronte, ma anche della verità. La verità su chi vuole davvero cosa.
Che cosa vuole l’Ucraina? Che cosa vogliono gli Stati Uniti? Che cosa vuole la Russia? Che cosa vogliono l’Europa e il mondo intero?
Cominciamo dalla cosa più importante. Che cosa vuole l’Ucraina? La pace? Sì. A qualsiasi costo? No. Vogliamo la fine della guerra - non la fine dell’Ucraina.
Siamo stanchi? Enormemente. Significa questo che siamo pronti ad arrenderci? Chi lo pensa si sbaglia profondamente. E chiaramente, in tutti questi anni, non ha ancora capito chi sono gli ucraini.
Un popolo che ha resistito per 1.407 giorni di guerra su vasta scala. Fermatevi a pensare a questo numero. È più lungo dell’occupazione nazista di molte delle nostre città durante la Seconda Guerra Mondiale. 1.407 giorni di un’Ucraina non conquistata. Un Paese che, di fatto, passa ogni notte nei rifugi. Ogni giorno, nella lotta. Spesso, senza elettricità. Spesso, senza dormire, a tenere posizioni per moltissimi giorni.
E sempre, senza panico, senza caos, senza divisioni, unito: perché possiamo avere la pace.
Vogliamo che la guerra finisca? Assolutamente.
Perché non è ancora successo? La risposta è proprio accanto al nostro Paese.
La Russia può porre fine alla guerra? Sì.
Vuole farlo? No.
Il mondo può costringerla a farlo? Sì. E solo così funzionerà.
Perché il mondo non lo fa completamente? Analizziamolo. Passo dopo passo. Onestamente. Come è davvero. Il nostro popolo lo sa meglio di chiunque altro. La Russia non pone fine alle sue guerre da sola. Non c’è mai stata una guerra nella storia che loro abbiano concluso di propria volontà. Solo la pressione degli altri, solo la coercizione degli altri, che loro stessi chiamano gesto di buona volontà.
È stato così ogni anno in cui la Russia ha combattuto contro qualcuno - cioè per tutta la sua esistenza.
Questo può essere confermato da tutti coloro contro i quali Mosca ha fatto guerra in tempi diversi. Polonia, Turchia, Finlandia, Siria, Georgia, Abkhazia, Ossezia, Cecenia. E l’elenco può continuare all’infinito, perché quasi tutto il territorio della Russia è stato assemblato attraverso guerre. Questo è il tipo di soggetto con cui abbiamo a che fare. Noi, l’Ucraina, l’Europa, gli Stati Uniti e il mondo intero.
'Ritiratevi dal Donbas, e tutto finirà'. È così che suona l’inganno, tradotto dal russo - in ucraino, in inglese, in tedesco, in francese e, di fatto, in qualsiasi lingua del mondo.
C’è ancora qualcuno che ci crede? Purtroppo sì. Perché troppo spesso la verità viene ancora evitata e chiamata diplomazia, mentre in realtà è semplicemente menzogna in abito elegante.
Ecco perché c’è pressione sull’Ucraina, sì. Ecco perché continuiamo a combattere come facciamo e a dimostrare ciò che avrebbe dovuto essere ovvio da tempo: che dopo l’occupazione della Crimea, la conquista di parti delle regioni di Donetsk e Luhansk, l’invasione su vasta scala del 24 febbraio, dopo Bucha, Mariupol, Olenivka e tutto ciò che il Cremlino ha fatto per tutto questo tempo, prenderli in parola equivale a una condanna. Una condanna contro la sicurezza internazionale condivisa. E contro ogni leader il cui dovere è semplicemente proteggere il proprio popolo.
Le nostre argomentazioni sono state ascoltate? Lo speriamo moltissimo.
Si sono detti d’accordo con noi? Non completamente. Non ancora. Proprio per questo, per ora, parliamo del 90 per cento, e non del 100 per cento, di prontezza di un accordo di pace.
Le intenzioni devono diventare garanzie di sicurezza. E quindi essere ratificate. Dal Congresso degli Stati Uniti, dai parlamenti europei, da tutti i partner. Un foglio in stile Budapest non soddisferà l’Ucraina. L’Ucraina non ha bisogno di una trappola elaborata in stile Minsk. Firme sotto accordi deboli alimentano solo la guerra. La mia firma sarà apposta sotto un accordo forte. Ed è esattamente di questo che parlano ora ogni incontro, ogni telefonata, ogni decisione.
Assicurare una pace forte per tutti. Non per un giorno, non per una settimana, non per due mesi - una pace per anni.
Solo allora sarà davvero un successo. Per l’Ucraina, per l’America, per l’Europa - e, in verità, per ogni nazione che vuole vivere, non combattere.
L’ho detto al Presidente Trump. L’ho detto durante il nostro primo incontro - quando tutto avrebbe potuto finire in una tempesta per tutti noi - e durante il nostro recente incontro, che dà speranza a tutti noi. Speranza che la pace sia vicina, più possibile che mai, e che siamo in grado di assicurarla insieme. E sarò sincero: non è stato affatto facile ottenere un tale cambiamento nel tono delle relazioni tra Ucraina e Stati Uniti.
Dal primo incontro nello Studio Ovale, con tutti i suoi momenti tesi, alla conversazione a Mar-a-Lago, che ha reso chiara una cosa: senza l’Ucraina, nulla funzionerà. L’Ucraina ha difeso il suo diritto di avere voce. E tutti possono vedere che l’Ucraina rispetta se stessa, ed è per questo che siamo rispettati, l’Ucraina è rispettata.
E la prova più evidente di ciò sono i sette incontri che ho avuto quest’anno con il Presidente degli Stati Uniti. E indipendentemente da dove nel mondo ci incontriamo - Washington, New York, L’Aia, il Vaticano - il Presidente degli Stati Uniti menziona sempre il nostro popolo e parla di quanto coraggiosamente gli ucraini stiano combattendo. E per il mondo intero, tale riconoscimento degli ucraini è diventato essenziale. È una gioia sentire questo - ed è un grande orgoglio essere il Presidente di un popolo così.
E di uno Stato così. Uno Stato che ha resistito e può raggiungere qualsiasi bersaglio militare nemico e qualsiasi raffineria di petrolio; che riporta la guerra in Russia e insegna agli eserciti della NATO che cosa sono i droni moderni; che infligge un colpo asimmetrico alla Russia e costringe Putin a mentire - sostenendo di aver preso Kupyansk tre volte e di aver abbattuto personalmente droni vicino alla sua residenza.
Un’Ucraina che ha lungimiranza matura e proprie capacità a lungo raggio - e quindi ha argomenti; che ha saggezza e dignità; e che è pronta al compromesso - ma non alla vergogna.
E ringrazio ogni leader che sostiene l’Ucraina in questo. E che comprende la cosa più importante: oggi, ci sono solo due opzioni.
O il mondo ferma la guerra della Russia, oppure la Russia trascina il mondo nella sua guerra. Ed è scioccante - scioccante che dopo così tante guerre, dopo quattro anni di una guerra del genere, una guerra in Ucraina, in Europa, purtroppo dobbiamo ancora spiegare questo a molti. E lo spieghiamo, lo ripetiamo - e anche se i leader cambiano, le domande restano le stesse.
L’America è in grado di fermare l’aggressore in modo rapido e deciso? Assolutamente.
Lo vorremmo? Moltissimo.
Quando è possibile? Sempre.
E quando è necessario? Ci serviva già ieri. E nel 2026, è possibile.
Le sanzioni ci sono - ne siamo grati. Le sanzioni fanno male alla Russia, ma solo una stretta di ferro funzionerà.
Il petrolio russo è già a buon mercato, ma le loro petroliere devono essere fermate completamente perché la guerra si fermi. Gli stabilimenti russi stanno già rallentando, ma devono essere fermati affinché l’occupante non possa avanzare.
E i Tomahawk nelle mani ucraine dimostrerebbero una sola cosa: la pace non ha alternative. Deve esserci la pace. Deve esserci sostegno. E deve esserci un accordo forte. E allora, tutto funzionerà.
L’Europa lo capisce? Sì.
Tutta l’Europa lo capisce? No. E non voglio che questa comprensione arrivi a tutti in Europa, un giorno, alle quattro del mattino - come è arrivata all’Ucraina.
Non voglio che questa comprensione venga portata agli europei da veicoli blindati con la lettera “Z” sulle loro strade. E quando Putin dice: “Non vi attaccheremo”, quello è il primo avvertimento su dove andranno esattamente i suoi carri armati e dove voleranno i suoi droni.
E oggi abbiamo tutto il diritto di dirlo chiaramente: l’Ucraina è, di fatto, l’unico scudo che ora separa lo stile di vita confortevole dell’Europa dal mondo russo.
E per la maggior parte dei leader, la domanda “Perché sostenere l’Ucraina?” non si pone. Perché se - Dio non voglia - l’Ucraina crolla, le prossime domande sarebbero: “Perché sostenere la Polonia?” e “Chi combatterà per gli stati baltici?” e “Che cosa c’è da fare nella NATO senza l’Ucraina?”.
L’Europa ha bisogno dell’Ucraina. E l’Ucraina ha bisogno dell’Europa. Lo sentiamo più che mai. E quando, dopo gli incontri negli Stati Uniti, siamo al telefono con i nostri partner, e gli europei non dormono, tutti sono preoccupati, sempre in contatto, e ci coordiniamo con Emmanuel, il Presidente della Francia, su come agire successivamente.
E quando, sulla strada del ritorno a Kyiv, parliamo con il Cancelliere della Germania, e Friedrich dice: “La difesa aerea verrà consegnata.”
E parliamo con Keir Starmer della necessità di incontrarci subito dopo il Capodanno, senza fare alcuna pausa, per coinvolgere la Coalizione dei Volenterosi, e far passare tutti i documenti, e non perdere gli Stati Uniti, e fare pressione sulla Russia affinché rispetti.
E quanto ha assolutamente ragione Giorgia Meloni quando dice: 'Guardate, i documenti dell’accordo devono essere corretti. La pace deve essere tale che gli ucraini la accettino. Questa pace deve essere approvata dagli ucraini. Perché se tutto è ingiusto, se la pace è fragile, e Mosca attacca di nuovo' – lei dice – 'non voglio che allora in Ucraina le persone deluse brucino nei piazzali i ritratti dei leader europei e americani'.
Queste parole - che la pace deve essere dignitosa - sono sostenute da tutti coloro che stanno davvero facendo moltissimo per l’Ucraina: Paesi Bassi e Svezia, Norvegia e Polonia.
E la Prima Ministra della Danimarca, Mette, che dice sempre: 'Non stiamo facendo abbastanza per l’Ucraina; dobbiamo fare di più per l’Ucraina perché questo riguarda la difesa di tutta l’Europa'. E la Spagna, che è al nostro fianco. E il Vaticano e il Fanar, con la loro diplomazia e la preghiera. Cechia, Romania, Grecia. E il Presidente Erdoğan. Tutti i Paesi dell’Unione Europea.
E stamattina, il Presidente della Finlandia, Alexander Stubb, mi ha chiamato. E ogni giorno parliamo al telefono. E dopo le nostre importanti conversazioni, dice sempre alla fine: “Amico mio, non dimenticare di allenarti - perché devi essere forte, gli ucraini devono essere forti. Crediamo in voi. Abbiamo tutti bisogno di voi”.
E questo tipo di comunicazione con i leader europei - questo calore e lo spirito di partenariato - significa che l’Ucraina fa già parte della famiglia europea, e che tutti i cluster negoziali tra noi, in realtà, sono aperti da tempo.
E tale unità ci dà speranza. E tale unità tra Ucraina ed Europa è stata dimostrata.
Abbiamo ottenuto un sostegno di 100 miliardi di dollari. E questo è molto più che un semplice aiuto per due anni. È la resilienza del nostro esercito. È la tranquillità del nostro popolo.
Sono soldi, stipendi e pensioni - sì, questa è la vita. Ed è giustizia che, alla fine, la Russia paghi per questo.
E tale unità e tale cura per l’Ucraina vanno ben oltre il nostro continente. La sentiamo e la vediamo - in Giappone, Australia, Canada. Ringrazio sinceramente tutti nel mondo che stanno dalla parte luminosa della storia, dalla parte dell’Ucraina, e fanno tutto ciò che è possibile affinché l’Ucraina riesca a raggiungere il suo obiettivo, avanzare, aprirsi la strada verso la pace.
Cari connazionali, tra un attimo sarà Capodanno. Milioni di noi lo stanno aspettando. E avremo un Capodanno, nonostante tutto, perché questo è il tipo di popolo che siamo: siamo ucraini. Ci arrangeremo, prepareremo qualcosa, e passeremo un buon momento, con buon cibo e un bicchiere di champagne. O, per alcuni, forse qualcosa di più forte.
E ci sarà un brindisi, parole molto importanti. Un brindisi. Uno per tutti. Per milioni di ucraini.
Per i nostri combattenti che ora sono sulla linea del contatto. Per tutti coloro che hanno dato la vita per l’Ucraina. Per tutti coloro che ci salvano e ci insegnano ogni giorno. Per tutti coloro che sono sempre in servizio, anche stanotte. Vigili del fuoco, medici, operatori del settore energetico. Per i nostri connazionali tornati dalla prigionia e che trascorreranno questo Capodanno a casa. Per tutti coloro che stiamo aspettando. Per tutti coloro che ci aiutano.
Perché la guerra finisca. Perché arrivi la pace. Perché il nemico non ottenga nulla. E non lo otterrà. Finché combatteremo così. Finché resisteremo così. Finché resteremo ucraini.
La Russia dovrà porre fine alla guerra, nel momento in cui troverà un motivo per la pace in più rispetto a un motivo per combattere. Ecco perché spesso ci diciamo ciò che i nostri ragazzi al fronte dicono: tutto ciò di cui abbiamo bisogno è resistere un giorno in più di loro.
E oggi aggiungiamo: essere un passo avanti. Un’ora più veloci. Una decisione più coraggiosi. Anche solo di un decimo, ma migliori. E del dieci per cento, - quel dieci per cento di cui ho parlato all’inizio - dieci per cento più forti. E allora vinceremo la pace al cento per cento. Questo è ciò che auguro a tutti noi.
Cari ucraini, l’anno 2025 sta volgendo al termine. Attorno a noi c’è un vero inverno. E qualcosa che non vedevamo da molto tempo - la neve per la notte di Capodanno. E tutti i bambini, naturalmente - e, sinceramente, anche gli adulti - lo stavano aspettando.
E questo dà una sensazione potente: se vogliamo davvero qualcosa, prima o poi accade. Naturalmente, più di ogni altra cosa, ora vogliamo la pace. Ma, a differenza della neve di Capodanno, essa non cadrà semplicemente dal cielo come un miracolo.
Ma crediamo nella pace, combattiamo per essa e lavoriamo per essa. E continueremo a farlo. Perché nel 2026, vogliamo davvero che i cieli siano sereni e la terra pacifica; che calore e luce riempiano le nostre case - e non 170 volt, ma i pieni 220, come dovrebbe essere; che tutta la nostra gente torni a casa - dal fronte, dalla prigionia, dall’occupazione; che noi resistiamo; che l’Ucraina resista.
Felice Anno Nuovo, cari connazionali! Gloria all’Ucraina!".
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Ti ringrazio.
We've seen bands covering Led Zeppelin but not this way.
It must have been real difficult to find the courage to perform Zeppelin's Kashmir with many people literally forming an orchestra.
Watch how Alice in Chains performing an incredible version of Led Zeppelin's Kashmir, along with The NorthWest Symphony Orchestra, live at Benaroya Hall, Seattle, in 2007.
This live performance took place as a Benefit Show for Seattle Children's Hospital & Regional Medical Center.
How can you not love this performance? It is adorable.
La guerra a Gaza è finita come tutte le guerre: un accordo, reciproche concessioni, un cessare del fuoco e forse in futuro la pace. Poteva succedere due anni fa con il rilascio di tutti gli ostaggi. Non è successo prima perché Hamas credeva di stravincere, di infiammare il medio oriente, di spezzare gli accordi di Abramo e isolare Israele dal resto del mondo. Le cose sono andate diversamente. A essere isolata e sconfitta è Hamas che si trova contro più di 20 Stati arabi e musulmani e ha perso sia il suo sponsor militare, l’Iran, che quello finanziario e politico, il Qatar.
C’è voluto Trump e quella speciale miscela di interessi personali e ambizione planetaria per ribaltare il tavolo. Si pensava che senza risolvere la questione palestinese non si sarebbe potuto stabilizzare il medio oriente, invece era vero il contrario: bisognava stabilizzare il medio oriente per risolvere la questione palestinese. L’altra parte del lavoro, quella sporca, l’ha fatta Israele, l’ha fatta Netanyahu, il “criminale”. Si è accollato il peso di una guerra che si poteva vincere solo al prezzo di terribili perdite civili e di una violenta mostrificazione di Israele. In ogni guerra i civili muoiono, forse anche più che in quella di Gaza. Ma quasi sempre hanno alternative al restare sotto le bombe: hanno rifugi e hanno sistemi di allarme, e hanno paesi vicini disponibili ad accogliere i rifugiati. Esattamente come accade in Ucraina dove la gente si salva nei bunker o vive al sicuro in Polonia o in Germania. Niente di tutto questo era possibile per la gente di Gaza. Non c’erano tunnel per i civili, servivano solo per i terroristi e per torturare gli ostaggi. Nessuno Stato arabo confinante ha accettato di accogliere profughi palestinesi.
Uomini donne e bambini dovevano versare il loro sangue per rendere più forte nel mondo la causa palestinese. I leader di Hamas ce lo hanno detto in tutti modi ma non sono stati veramente ascoltati. Così l’antisemitismo che è il fondo limaccioso dell’animo occidentale è venuto a galla con tutta la sua pestilenza. Un coming out globale e liberatorio: “siamo tutti antisemiti, morte agli ebrei”. E giù applausi. Il piano Trump interrompe questo sabba di odio e di vendetta e lascia disoccupati i teorici del genocidio. In Egitto i “genocidari” e i “genocidati” erano nella stessa stanza, si sono stretti la mano e hanno celebrato l’accordo. La fine della guerra mette fine alle morti. Poteva succedere molto prima: non c’è mai stata la pianificazione lucida dell’eliminazione del popolo palestinese, la volontà di cancellarlo dalla storia. Quello che si voleva era impedire un altro 7 ottobre. Non si è mai visto un genocidio che finisce con una stretta di mano.
I genocidi nella storia si contano per fortuna sulle dita di una mano e hanno sempre avuto poco a che fare con le guerre. Il genocidio degli ebrei correva parallelo alla guerra mondiale ma non la incontrava mai, semmai la privava di risorse. Lo stesso vale per il genocidio dell’holodomor contro i contadini ucraini o quello contro gli armeni in Turchia o dei Tutsi in Ruanda.
Eppure quanti professori, giuristi, avvocati, scrittori, artisti, intellettuali, sindacalisti hanno gridato “GENOCIDIO”, tutti convinti che la liberazione degli ostaggi fosse propaganda, o un noioso intralcio alle loro prediche e che lo sterminio sarebbe continuato comunque. Cosa hanno da dire ora davanti alle piazze di Gaza in festa, al senso di liberazione che vivono oggi i gazawi, ai sorrisi dei bambini in strada, gli abbracci, i cori! È improvvisamente finito il genocidio ? La carestia? No è finita la guerra scatenata da Hamas contro gli ebrei di Israele e del mondo e che poteva essere vinta dai terroristi per quanto stava alle piazze e a molti governi occidentali. Avevano tutti imparato a dire genocidio ogni volta che serviva a sentirsi “dalla parte giusta della storia”e oggi si ritrovano da quella sbagliata.
🚨🪖🇵🇱🇺🇦🇷🇺 Ho ascoltato un discorso monumentale di Donald Tusk. Lasciate da parte i colori politici: non è questo il punto. Non più. Non in questo momento. C'è un primo ministro che parla alla sua nazione con una schiettezza da pelle d'oca. Dice che la Polonia è in guerra, che è importante che i suoi connazionali lo capiscano. La Storia non è finita. La Storia è tornata, davvero. Buona lettura.
"C’è la guerra. Oggi il compito più grande, il compito più importante di tutti i leader dell’opinione pubblica è rendere consapevoli fino in fondo, nel profondo delle menti e dei cuori, l’intera comunità occidentale e l’intera comunità transatlantica che c’è la guerra. Una guerra non voluta, a tratti strana, di un nuovo tipo, ma pur sempre guerra.
Non serve tornare a Tucidide e alla sua, purtroppo, universale e sempre confermata tesi secondo cui la pace è soltanto un incidente tra stati naturali di conflitto e di guerra. Suona pessimista, ma è tremendamente realistico.
Appartengo a quella generazione che è nata e cresciuta dopo la guerra. Tutto era “post-bellico”. Eppure quella guerra era ancora a portata di mano, nei suoi segni, nella memoria di ciò che comporta la guerra.
Quando abbiamo visto le immagini scioccanti di Bucha, le testimonianze di donne violentate, i racconti di massacri di bambini e anziani, mi sono tornate alla mente le parole di mia nonna che raccontava la sua esperienza a Danzica durante la Seconda guerra mondiale.
Quando abbiamo visto Mariupol distrutta, abbiamo visto città polacche. Io non sono così vecchio, ma quando andavo a scuola nella mia Danzica natale, metà del tragitto era ancora tra le rovine della Seconda guerra mondiale.
Sembrava che quel dopoguerra sarebbe stato qualcosa di duraturo. Soprattutto a Danzica, dove nacque Solidarność e dove fu abbattuto il comunismo, sembrava che le ultime conseguenze negative della Seconda guerra mondiale fossero state definitivamente cancellate.
La caduta del comunismo, la dissoluzione dell’Unione Sovietica, la riconquista della libertà da parte della Polonia e degli altri Paesi della regione, quel trionfo dell’Occidente: alcuni proclamarono perfino la “fine della storia”. Sembrava che non solo la mia generazione, ma anche quella dei miei figli e dei miei nipoti avrebbe vissuto in pace.
È meglio che ci sia chiaro: non viviamo nell’illusione.
La pace non è data una volta per tutte.
La pace non è qualcosa di scontato, men che meno in questa parte del mondo. È esattamente il contrario.
(...) Voglio dirlo chiaramente, e voglio che in Polonia i miei connazionali lo sentano con forza: questa guerra è anche la nostra guerra.
Spesso, sia qui a Varsavia sia altrove nel mondo, sentiamo persone dire: “Non è la nostra guerra, non ci riguarda. Che se la sbrighino da soli, non vogliamo pagare, non vogliamo sacrificare né soldi né tempo, e tanto meno la vita dei nostri soldati”.
Ma dobbiamo essere consapevoli che la questione non è se qualcuno ami l’Ucraina o se nella storia abbia avuto buone o cattive esperienze con l’Ucraina. Non è una questione di semplice solidarietà con un Paese aggredito. È una questione di sicurezza e di sopravvivenza dell’intera civiltà occidentale.
Questa è la nostra guerra perché la guerra in Ucraina è solo una parte di un progetto sinistro che ciclicamente riappare nel mondo. Lo scopo di quel progetto politico è sempre lo stesso: come sottomettere i popoli, come togliere la libertà ai singoli individui, come far trionfare autoritarismi e dispotismi, crudeltà e negazione dei diritti umani.
Non elencherò tutti gli attributi di ciò che è oggi proprio del regime di Putin, e non solo in Russia. Ma per questo, che piaccia o meno, questa è la nostra guerra.
Non solo per solidarietà con gli aggrediti, ma per il nostro stesso interesse fondamentale.
Se perderemo questa guerra - e dobbiamo parlarne in prima persona - le conseguenze ricadranno non solo sulla nostra generazione, ma anche su quelle future, in Polonia, in Europa, negli Stati Uniti e ovunque nel mondo.
Non dobbiamo avere illusioni su questo.
Quando dico che questa è la nostra guerra, deve avere anche conseguenze pratiche. La Polonia lo ha capito abbastanza presto, non solo per ragioni geografiche e storiche, ma anche per una valutazione lucida di ciò che è la Russia contemporanea.
Abbiamo capito presto che sulla sicurezza non si può risparmiare, e che la solidarietà e l’unità dell’Unione Europea, della NATO e dell’intera famiglia transatlantica sono condizioni indispensabili non solo per sopravvivere, ma per sconfiggere chi attacca i fondamenti della nostra civiltà.
Lo so: non è un compito semplice. Ma ricordiamoci tutti - non solo qui in Polonia - che bisogna prima di tutto contare su se stessi. Per questo abbiamo deciso di armare la Polonia e di modernizzare il nostro esercito su larga scala, perché sappiamo che dobbiamo contare prima di tutto su noi stessi. Se vogliamo contare sugli alleati, dobbiamo essere un elemento a pieno titolo del Patto Atlantico.
A volte abbiamo l’impressione che nella comunità transatlantica compaiano delle crepe. Traiamone una lezione. Non chiediamoci come mantenere l’unità perfetta o come convincere gli Stati Uniti a un maggiore e duraturo impegno sull’Ucraina. Dimostriamo prima di tutto che noi europei siamo capaci di mobilitare le nostre società, i nostri governi e la nostra comunità a un’azione efficace.
L’America ha il diritto di chiedere un maggiore impegno all’Europa, così come noi abbiamo il diritto di aspettarci dall’America che tratti la comunità transatlantica come una priorità assoluta, come una garanzia della sopravvivenza del nostro mondo. Non si tratta di impartire lezioni reciproche, ma di imparare gli uni dagli altri i propri doveri di fronte a questa guerra - la nostra guerra.
Non è vero, come sostengono in molti, che questa guerra non si possa vincere. Tutto dipende dalle nostre teste, perché i numeri parlano da soli. Se l’Ucraina, pur pagando un prezzo enorme - e sappiamo bene qui in Polonia quanto sia alto quel prezzo - dimostra che non esiste la logica della resa, allora dobbiamo trarne forza.
Se l’Ucraina non si è arresa, se l’Ucraina continua a combattere - e se persino il presidente Trump, con sorpresa di molti, ha detto pubblicamente “Sì, l’Ucraina può vincere questa guerra” - queste parole hanno un peso.
La fede in questa possibilità ha un peso enorme, perché si perde o si vince prima nelle menti e nei cuori, e solo dopo sul campo di battaglia.
Se l’Ucraina riesce a resistere in modo eroico ma anche razionale e pragmatico, perché mai tutta l’Europa e l’intera comunità transatlantica dovrebbero cadere nei complessi di fronte all’aggressore?
Se anche solo per un istante pensassimo che questa guerra l’Occidente debba perderla, saremmo maledetti fino alla fine del mondo.
Sarebbe imperdonabile.
Tutti i dati ci dicono il contrario: guardiamo a noi stessi, all’America, guardiamo a come combatte l’Ucraina. Non c’è alcuna ragione per pensare in termini di capitolazione. Nessuna, se non la debolezza di volontà, il dubbio, la codardia, la mancanza di immaginazione.
Se liberiamo i nostri cuori e le nostre menti da tutto questo, non ci sarà alcun motivo per rinunciare alla solidarietà, alla cooperazione e al sostegno all’Ucraina con ogni mezzo disponibile. Lo ripeto: lo facciamo per noi stessi, non solo per gli ucraini. Lo facciamo per noi, per il nostro futuro.
E oggi abbiamo un altro esempio che dimostra che non serve essere una potenza per vincere. Spero che l’immagine da Varsavia arrivi a Chișinău, alla nostra amica Maia Sandu: la Moldova ha vinto ancora una volta contro una potenza. Conoscete bene la piccolezza del loro esercito, eppure hanno resistito non solo all’occupazione de facto oltre il Dnestr, ma anche a un’aggressione diretta con brutali ingerenze russe nel loro processo elettorale.
Hanno vinto perché nei loro cuori e nelle loro menti avevano la convinzione che non ci si deve arrendere, e perché credevano nella solidarietà, e non sono rimasti delusi dall’Europa.
Per questo la parola “solidarietà”, che in Polonia ha un significato particolare, oggi dovrebbe averlo per tutto l’Occidente. Dobbiamo essere solidali non per sentimentalismo, ma perché solo la solidarietà può garantire la vittoria. Se saremo solidali, come recita lo slogan del nostro incontro di oggi, non perderemo. Sarà l’Ucraina a vincere questa guerra, sarà salva l’indipendenza dell’Ucraina, sarà salva la prospettiva delle nostre future generazioni.
Io ci credo fermamente. Pensateci, parlatene e agite.
Grazie".
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