#Travaglio: “Dunque, la prima domanda, noi anime belle che parliamo di diritto internazionale, ma io non sono affatto un'anima bella. Io sono anni che mi domando: visto che vige la legge del più forte, non da quando c'è #Trump, ma quando c'è #Clinton... perché è nel '99 che è cominciata questa rumba con la guerra alla #Serbia. E la domanda è: ma visto che dobbiamo essere tutti molto realisti, e io sono d'accordo, perché dobbiamo continuare a comprare il gas dagli americani pagandolo il quinto, invece di comprarlo dai russi? Perché i russi sono gli unici che non dobbiamo frequentare? Perché le dittature si dividono in dittature buone, quelle degli amici degli americani, cioè Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi, etc. anche se sono i principali finanziatori, per esempio, di #Hamas. Per quale motivo, quando hanno buttato giù le due torri invece di attaccare i sauditi, visto che Al-Qaeda veniva da lì, abbiamo attaccato l'#Afghanistan e l'#Iraq? Cioè dato che dobbiamo rassegnarci a questo, perché non possiamo farci anche noi europei gli nostri interessi, invece di continuare a fare quelli degli americani e a sposare i loro nemici? Quindi io vi seguo su questa strada, ma dato che adesso i terroristi del futuro stanno decidendo chi attaccare tra i complici degli americani, perché gli americani sono troppo lontani, ok? Mi domando, ma che cosa aspettano i nostri governi a sganciarsi con dichiarazioni pubbliche almeno come quella che ha fatto Sanchez, l'unico che ha avuto le palle di dire agli americani e agli israeliani quello che si meritavano? Perché quando dovranno decidere chi attaccare per primi, visto che adesso scopriamo che hanno i missili e ci possono raggiungere, andranno a vedere quelli che sono stati più complici tra i complici. E noi naturalmente siamo i migliori perché abbiamo rinunciato completamente al multilateralismo che è arrivato fino a tre anni fa, fino all'arrivo di Draghi, e ci siamo spiattellati ai piedi degli Stati Uniti e adesso pure di Israele. Il caso #Crosetto è un caso tragicomico di un governo che ci aveva raccontato che era decisivo per fare da ponte fra l'America trumpiana e l'Europa ed è talmente decisivo che Trump ci dà talmente per scontati che si dimentica che esistiamo e si dimentica di avvisarci. Per cui il povero Crosetto poi è costretto a fare queste arrampicate sugli specchi per giustificare una cosa che se fosse capitata a un ministro grillino l'avrebbero già impalato e cioè un caso di dilettantismo e di bugie per inseguire quel dilettantismo che non è giustificabile e per nascondere il fatto che non abbiamo mai contato così poco. Perché per contare qualcosa bisogna dire dei no agli alleati. Se si è sudditi e non alleati si viene considerati come dei sudditi e quindi si chiamano gli altri ma gli italiani non li si avverte.”
#ottoemezzo
Quello del premier canadese Mark Carney a Davos è uno dei primi discorsi che descrive senza nostalgia la rottura dell’ordine mondiale e prova a rispondere alla domanda decisiva: che cosa possono fare, concretamente, le middle powers quando le regole smettono di proteggerti?
La tesi è semplice: isolate, queste economie sono esposte alla coercizione delle grandi potenze; insieme, possono ridurne la leva, costruendo coalizioni e standard che funzionano davvero, e preservando non solo la democrazia ma anche la prosperità delle proprie società.
Carney indica ciò che molti cercano da mesi: una strategia concreta, un percorso praticabile che non vale solo per il Canada, ma anche per l’Unione Europea e per quei paesi che non intendono allinearsi all’asse autoritario che vuole imporre un nuovo ordine internazionale fondato sulla coercizione.
Vale la pena leggerlo e ascoltarlo. Riporto di seguito la traduzione dell’estratto più significativo.
--
PS: questo thread è stato originariamente pubblicato su Substack (link nei commenti). Lì si legge meglio e ci si può iscrivere alla newsletter per ricevere i prossimi aggiornamenti.
--
20 gennaio 2026
Davos, Svizzera
Oggi parlerò della rottura dell’ordine mondiale, della fine di una bella storia e dell’inizio di una realtà brutale, in cui la geopolitica tra grandi potenze non è più soggetta ad alcun vincolo.
Ma voglio anche sostenere che altri paesi, in particolare le potenze intermedie come il Canada, non sono impotenti. Hanno la capacità di costruire un nuovo ordine che incarni i nostri valori: il rispetto dei diritti umani, lo sviluppo sostenibile, la solidarietà, la sovranità e l’integrità territoriale degli Stati.
Il potere dei meno potenti comincia dall’onestà.
Ogni giorno ci viene ricordato che viviamo in un’epoca di competizione tra grandi potenze. Che l’ordine internazionale basato su regole sta svanendo. Che i forti fanno ciò che possono, e i deboli subiscono ciò che devono.
Questo aforisma di Tucidide viene presentato come inevitabile: la logica “naturale” delle relazioni internazionali che si riafferma. E di fronte a questa logica, molti paesi sono portati ad adeguarsi per sopravvivere. Ad accomodarsi. A evitare problemi. A sperare che la conformità compri sicurezza.
Non funzionerà.
Quali sono allora le nostre opzioni?
Nel 1978, il dissidente cecoslovacco Václav Havel scrisse un saggio intitolato Il potere dei senza potere. In esso si poneva una domanda semplice: come faceva il sistema comunista a sostenersi?
La sua risposta partiva da un fruttivendolo. Ogni mattina, questo negoziante esponeva nella vetrina un cartello con scritto: “Lavoratori di tutto il mondo, unitevi!”. Non ci credeva. Nessuno ci credeva. Ma lo esponeva comunque: per evitare guai, per segnalare conformità, per tirare avanti. E poiché ogni fruttivendolo in ogni strada faceva lo stesso, il sistema persisteva.
Non solo attraverso la violenza, ma attraverso la partecipazione delle persone comuni a rituali che, in privato, sapevano essere falsi.
Havel definì tutto questo “vivere nella menzogna”. Il potere del sistema non deriva dalla sua verità, ma dalla disponibilità di tutti a comportarsi come se fosse vero. E la sua fragilità nasce dalla stessa fonte: quando anche una sola persona smette di recitare – quando il fruttivendolo toglie il cartello – l’illusione comincia a incrinarsi.
È tempo che imprese e paesi tolgano i loro cartelli dalle vetrine.
Per decenni, paesi come il Canada hanno prosperato all’interno di quello che chiamavamo l’ordine internazionale basato su regole. Abbiamo aderito alle sue istituzioni, elogiato i suoi principi e beneficiato della sua prevedibilità. Abbiamo potuto perseguire politiche estere fondate sui valori, protetti da quell’ordine.
Sapevamo che la storia dell’ordine internazionale basato su regole era in parte falsa. Che i più forti si sarebbero esentati quando conveniente. Che le regole commerciali venivano applicate in modo asimmetrico. Che il diritto internazionale veniva fatto valere con rigore variabile, a seconda dell’identità dell’accusato o della vittima.
Questa finzione era utile. E l’egemonia americana, in particolare, ha contribuito a fornire beni pubblici fondamentali: la libertà dei mari, un sistema finanziario stabile, la sicurezza collettiva, e quadri istituzionali per la risoluzione delle controversie.
Così abbiamo messo il cartello in vetrina. Abbiamo partecipato ai rituali. E in larga misura abbiamo evitato di denunciare le discrepanze tra retorica e realtà.
Questo patto non funziona più.
Voglio essere diretto: siamo nel mezzo di una rottura, non di una transizione.
Negli ultimi vent’anni, una serie di crisi – finanziarie, sanitarie, energetiche e geopolitiche – ha messo a nudo i rischi di un’integrazione globale estrema.
Più recentemente, le grandi potenze hanno iniziato a usare l’integrazione economica come un’arma. I dazi come leva. Le infrastrutture finanziarie come strumenti di coercizione. Le catene di approvvigionamento come vulnerabilità da sfruttare.
Non si può “vivere nella menzogna” del beneficio reciproco dell’integrazione quando l’integrazione stessa diventa la fonte della tua subordinazione.
La domanda per le potenze intermedie, come il Canada, non è se adattarsi a questa nuova realtà. Dobbiamo farlo. La vera domanda è se adattarci costruendo semplicemente muri più alti, oppure se possiamo fare qualcosa di più ambizioso.
Il Canada è stato tra i primi a cogliere il segnale di allarme, e questo ci ha portato a cambiare profondamente la nostra postura strategica.
I canadesi sanno che la vecchia e confortevole convinzione secondo cui la nostra geografia e le nostre alleanze garantivano automaticamente prosperità e sicurezza non è più valida.
Il nostro nuovo approccio si fonda su ciò che Alexander Stubb ha definito “realismo basato sui valori”. O, detto in altro modo, intendiamo essere al tempo stesso principiali e pragmatici.
Principiali nel nostro impegno verso valori fondamentali: la sovranità e l’integrità territoriale, il divieto dell’uso della forza salvo nei casi previsti dalla Carta delle Nazioni Unite, il rispetto dei diritti umani.
Pragmatici nel riconoscere che il progresso è spesso incrementale, che gli interessi divergono, che non tutti i partner condividono i nostri valori. Ci impegniamo in modo ampio e strategico, a occhi aperti. Affrontiamo il mondo così com’è, non aspettiamo il mondo che vorremmo.
Il Canada sta calibrando le proprie relazioni affinché la loro profondità rifletta i nostri valori. Stiamo dando priorità a un impegno ampio per massimizzare la nostra influenza, data la fluidità dell’ordine mondiale, i rischi che comporta e la posta in gioco per ciò che verrà.
Non facciamo più affidamento solo sulla forza dei nostri valori, ma anche sul valore della nostra forza.
Stiamo costruendo questa forza in patria.
Da quando il mio governo è entrato in carica, abbiamo ridotto le imposte sui redditi, sulle plusvalenze e sugli investimenti delle imprese; abbiamo eliminato tutte le barriere federali al commercio interprovinciale; stiamo accelerando investimenti per mille miliardi di dollari in energia, intelligenza artificiale, minerali critici, nuovi corridoi commerciali e altro ancora.
Stiamo raddoppiando la spesa per la difesa entro il 2030, e lo stiamo facendo in modo da rafforzare le nostre industrie domestiche.
All’estero, ci stiamo rapidamente diversificando. Abbiamo concordato un partenariato strategico globale con l’Unione Europea, incluso l’ingresso in SAFE, i meccanismi europei di appalti per la difesa.
Negli ultimi sei mesi abbiamo firmato dodici altri accordi commerciali e di sicurezza su quattro continenti.
Negli ultimi giorni, abbiamo concluso nuovi partenariati strategici con Cina e Qatar.
Stiamo negoziando accordi di libero scambio con India, ASEAN, Thailandia, Filippine e Mercosur.
Per contribuire a risolvere i problemi globali, perseguiamo una geometria variabile: coalizioni diverse per problemi diversi, basate su valori e interessi.
Sull’Ucraina, siamo membri centrali della Coalizione dei Volenterosi e tra i maggiori contributori pro capite alla sua difesa e sicurezza.
Sulla sovranità artica, siamo fermamente al fianco della Groenlandia e della Danimarca e sosteniamo pienamente il loro diritto esclusivo a determinare il futuro della Groenlandia. Il nostro impegno verso l’Articolo 5 è incrollabile.
Stiamo lavorando con i nostri alleati NATO (inclusi i Paesi nordici e baltici) per rafforzare ulteriormente i fianchi settentrionale e occidentale dell’Alleanza, anche attraverso investimenti senza precedenti in radar over-the-horizon, sottomarini, velivoli e presenza militare sul terreno.
Il Canada si oppone fermamente ai dazi legati alla Groenlandia e chiede colloqui mirati per raggiungere obiettivi comuni di sicurezza e prosperità nell’Artico.
Sul commercio plurilaterale, stiamo promuovendo iniziative per costruire un ponte tra il Partenariato Trans-Pacifico e l’Unione Europea, creando un nuovo blocco commerciale di 1,5 miliardi di persone.
Sui minerali critici, stiamo formando club di acquirenti ancorati al G7 per consentire al mondo di diversificare le fonti di approvvigionamento.
Sull’intelligenza artificiale, cooperiamo con democrazie affini per evitare di dover scegliere, in futuro, tra egemoni e hyperscaler.
Questo non è multilateralismo ingenuo. Né un affidarsi a istituzioni indebolite. È la costruzione di coalizioni che funzionano, questione per questione, con partner che condividono un terreno comune sufficiente per agire insieme. In alcuni casi, questo includerà la stragrande maggioranza dei paesi.
Ed è la creazione di una fitta rete di connessioni tra commercio, investimenti e cultura, a cui potremo attingere per affrontare sfide e opportunità future.
Le potenze intermedie devono agire insieme perché, se non sei al tavolo, sei nel menù.
Le grandi potenze possono permettersi di andare da sole. Hanno la dimensione del mercato, la capacità militare, la leva per dettare le condizioni. Le potenze intermedie no. Ma quando negoziamo solo bilateralmente con un egemone, negoziamo da una posizione di debolezza. Accettiamo ciò che viene offerto. Competiamo tra di noi per essere i più accomodanti.
Questa non è sovranità. È la messa in scena della sovranità mentre si accetta la subordinazione.
In un mondo di competizione tra grandi potenze, i paesi “in mezzo” hanno una scelta: competere tra loro per ottenere favori oppure unirsi per creare una terza via con impatto.
Non dovremmo lasciare che l’ascesa della forza bruta ci accechi rispetto al fatto che il potere della legittimità, dell’integrità e delle regole resterà forte – se scegliamo di esercitarlo insieme.
E questo mi riporta a Havel.
Cosa significherebbe, per le potenze intermedie, “vivere nella verità”?
Significa chiamare la realtà con il suo nome. Smettere di invocare l’“ordine internazionale basato su regole” come se funzionasse ancora come pubblicizzato. Chiamare il sistema per quello che è: una fase di intensificazione della competizione tra grandi potenze, in cui i più forti perseguono i propri interessi usando l’integrazione economica come strumento di coercizione.
Significa agire in modo coerente. Applicare gli stessi standard a alleati e rivali. Quando le potenze intermedie criticano l’intimidazione economica in una direzione ma restano in silenzio quando proviene da un’altra, stiamo tenendo il cartello in vetrina.
Significa costruire ciò che diciamo di credere. Invece di aspettare che il vecchio ordine venga restaurato, creare istituzioni e accordi che funzionino davvero come dichiarato.
E significa ridurre le leve che rendono possibile la coercizione. Costruire un’economia domestica forte dovrebbe essere sempre la priorità di ogni governo. La diversificazione internazionale non è solo prudenza economica; è il fondamento materiale di una politica estera onesta. I paesi si guadagnano il diritto a posizioni di principio riducendo la propria vulnerabilità alle ritorsioni.
Il Canada ha ciò che il mondo desidera. Siamo una superpotenza energetica. Possediamo enormi riserve di minerali critici. Abbiamo la popolazione più istruita al mondo. I nostri fondi pensione sono tra i più grandi e sofisticati investitori globali. Abbiamo capitale, talento e un governo con una capacità fiscale straordinaria per agire con decisione.
E abbiamo valori a cui molti altri aspirano.
Il Canada è una società pluralista che funziona. Il nostro spazio pubblico è rumoroso, diverso e libero. I canadesi restano impegnati nella sostenibilità.
Siamo un partner stabile e affidabile – in un mondo che non lo è affatto – un partner che costruisce e valorizza relazioni di lungo periodo.
Il Canada ha anche qualcos’altro: la consapevolezza di ciò che sta accadendo e la determinazione ad agire di conseguenza.
Sappiamo che questa rottura richiede più di un semplice adattamento. Richiede onestà sul mondo così com’è.
Stiamo togliendo il cartello dalla vetrina.
Il vecchio ordine non tornerà. Non dovremmo piangerlo. La nostalgia non è una strategia.
Ma dalla frattura possiamo costruire qualcosa di migliore, più forte e più giusto.
Questo è il compito delle potenze intermedie, che hanno più da perdere in un mondo di fortezze e più da guadagnare in un mondo di cooperazione autentica.
I potenti hanno il loro potere. Ma anche noi abbiamo qualcosa: la capacità di smettere di fingere, di chiamare la realtà con il suo nome, di costruire forza in casa nostra e di agire insieme.
Questa è la strada del Canada. La scegliamo apertamente e con fiducia.
Ed è una strada aperta a qualunque paese disposto a percorrerla con noi.
Mark Carney
Lean esto. Es muy importante. Es el discurso de este 20.01.2026 en Davos del primer ministro canadiense @MarkJCarney. Esto irá a los libros de historia. Más allá de tener las referencias correctas y estar muy bien escrito, Carney tiene el valor y la lucidez de llamar de una vez a las cosas por su nombre.
Es un placer —y un deber— estar con ustedes en este punto de inflexión para Canadá y para el mundo.
Hoy hablaré de la ruptura del orden mundial, del fin de la grata ficción y del amanecer de una realidad brutal en la que la geopolítica de las grandes potencias no tiene freno.
Pero sostengo, aun así, que otros países —en particular las potencias medias como Canadá— no están indefensos. Tienen el poder de construir un nuevo orden que integre nuestros valores, como el respeto de los derechos humanos, el desarrollo sostenible, la solidaridad, la soberanía y la integridad territorial de los Estados.
El poder de los menos poderosos comienza con la honestidad.
Cada día se nos recuerda que vivimos en una era de rivalidad entre grandes potencias. Que el orden basado en normas se está desvaneciendo. Que los fuertes hacen lo que pueden, y los débiles sufren lo que deben.
Este aforismo de Tucídides se presenta como inevitable: la lógica natural de las relaciones internacionales reimponiéndose. Y, ante esa lógica, existe una fuerte tendencia de los países a adaptarse para encajar. A acomodarse. A evitar problemas. A esperar que el acatamiento compre seguridad.
No lo hará.
Entonces, ¿cuáles son nuestras opciones?
En 1978, el disidente checo Václav Havel escribió un ensayo titulado El poder de los sin poder. En él planteó una pregunta sencilla: ¿cómo se sostenía el sistema comunista?
Su respuesta empezaba con un verdulero. Cada mañana, este tendero coloca un letrero en su escaparate: “¡Proletarios de todos los países, uníos!”. No lo cree. Nadie lo cree. Pero lo coloca de todos modos: para evitar problemas, para señalar conformidad, para llevarse bien. Y como cada tendero en cada calle hace lo mismo, el sistema persiste.
No solo mediante la violencia, sino mediante la participación de la gente común en rituales que, en privado, sabe que son falsos.
Havel llamó a esto “vivir dentro de una mentira”. El poder del sistema no proviene de su verdad, sino de la disposición de todos a actuar como si fuera cierto. Y su fragilidad proviene de la misma fuente: cuando incluso una sola persona deja de actuar —cuando el verdulero quita su letrero— la ilusión empieza a resquebrajarse.
Ha llegado el momento de que las empresas y los países retiren sus letreros. Durante décadas, países como Canadá prosperaron bajo lo que llamamos el orden internacional basado en normas. Nos unimos a sus instituciones, alabamos sus principios y nos beneficiamos de su previsibilidad. Podíamos impulsar políticas exteriores basadas en valores bajo su protección.
Sabíamos que la historia del orden internacional basado en normas era parcialmente falsa. Que los más fuertes se eximirían cuando les conviniera. Que las reglas comerciales se aplicaban de manera asimétrica. Y que el derecho internacional se aplicaba con rigor variable según la identidad del acusado o de la víctima.
Esta ficción era útil, y la hegemonía estadounidense, en particular, ayudó a proveer bienes públicos: rutas marítimas abiertas, un sistema financiero estable, seguridad colectiva y apoyo a marcos para resolver disputas.
Así que pusimos el letrero en la ventana. Participamos en los rituales. Y, en gran medida, evitamos señalar las brechas entre la retórica y la realidad. Ese pacto ya no funciona. Permítanme ser directo: estamos en medio de una ruptura, no de una transición. En las dos últimas décadas, una serie de crisis —financiera, sanitaria, energética y geopolítica— dejó al descubierto los riesgos de una integración global extrema.
Más recientemente, las grandes potencias empezaron a usar la integración económica como arma. Aranceles como palanca. Infraestructura financiera como coerción. Cadenas de suministro como vulnerabilidades a explotar. No se puede “vivir dentro de la mentira” del beneficio mutuo mediante la integración cuando la integración se convierte en la fuente de tu subordinación. Las instituciones multilaterales en las que se apoyaban las potencias medias —la OMC, la ONU, las COP—, la arquitectura de la resolución colectiva de problemas, están muy debilitadas.
Como resultado, muchos países están llegando a las mismas conclusiones. Deben desarrollar mayor autonomía estratégica: en energía, alimentos, minerales críticos, finanzas y cadenas de suministro. Este impulso es comprensible. Un país que no puede alimentarse, abastecerse de energía o defenderse tiene pocas opciones. Cuando las normas ya no te protegen, debes protegerte tú. Pero seamos lúcidos sobre adónde conduce esto. Un mundo de fortalezas será más pobre, más frágil y menos sostenible.
Y hay otra verdad: si las grandes potencias abandonan incluso la pretensión de normas y valores para perseguir sin trabas su poder e intereses, los beneficios del “transaccionalismo” se vuelven más difíciles de replicar. Los hegemones no pueden monetizar continuamente sus relaciones. Los aliados diversificarán para cubrirse ante la incertidumbre. Comprarán seguros. Aumentarán opciones. Esto reconstruye la soberanía —una soberanía que antes estaba anclada en normas—, pero que estará cada vez más anclada en la capacidad de resistir la presión.
Esta gestión clásica del riesgo tiene un coste. Pero ese coste de la autonomía estratégica, de la soberanía, también puede compartirse. Las inversiones colectivas en resiliencia son más baratas que que cada uno construya su propia fortaleza. Los estándares compartidos reducen la fragmentación. Las complementariedades son de suma positiva.
La pregunta para las potencias medias, como Canadá, no es si debemos adaptarnos a esta nueva realidad. Debemos hacerlo. La pregunta es si nos adaptamos simplemente construyendo muros más altos —o si podemos hacer algo más ambicioso.
Canadá fue de los primeros en escuchar la llamada de atención, lo que nos llevó a cambiar de forma fundamental nuestra postura estratégica. Los canadienses saben que nuestra vieja y cómoda suposición de que nuestra geografía y nuestras membresías en alianzas conferían automáticamente prosperidad y seguridad ya no es válida.
Nuestro nuevo enfoque se basa en lo que Alexander Stubb ha denominado “realismo basado en valores” —o, dicho de otro modo, aspiramos a ser principistas y pragmáticos. Principistas en nuestro compromiso con valores fundamentales: la soberanía y la integridad territorial, la prohibición del uso de la fuerza salvo cuando sea coherente con la Carta de la ONU, el respeto de los derechos humanos. Pragmáticos al reconocer que el progreso suele ser incremental, que los intereses divergen, que no todos los socios comparten nuestros valores.
Nos estamos comprometiendo ampliamente, de forma estratégica, con los ojos abiertos. Afrontamos activamente el mundo tal como es, no esperamos al mundo tal como quisiéramos que fuera. Canadá está calibrando sus relaciones para que su profundidad refleje nuestros valores. Estamos priorizando un compromiso amplio para maximizar nuestra influencia, dada la fluidez del mundo, los riesgos que esto plantea y lo que está en juego de cara a lo que viene. Ya no dependemos solo de la fuerza de nuestros valores, sino también del valor de nuestra fuerza.
Estamos construyendo esa fuerza en casa. Desde que mi gobierno asumió el cargo, hemos recortado impuestos sobre ingresos, ganancias de capital e inversión empresarial; hemos eliminado todas las barreras federales al comercio interprovincial; y estamos acelerando un billón de dólares de inversión en energía, IA, minerales críticos, nuevos corredores comerciales y más allá. Estamos duplicando nuestro gasto en defensa para 2030, y lo hacemos de maneras que fortalezcan nuestras industrias nacionales.
Nos estamos diversificando rápidamente en el exterior. Hemos acordado una asociación estratégica integral con la Unión Europea, incluyendo la adhesión a SAFE, los mecanismos europeos de compra de defensa. Hemos firmado otros doce acuerdos comerciales y de seguridad en cuatro continentes en los últimos seis meses. En los últimos días, hemos concluido nuevas asociaciones estratégicas con China y Catar. Estamos negociando pactos de libre comercio con India, la ASEAN, Tailandia, Filipinas y Mercosur.
Para ayudar a resolver problemas globales, estamos impulsando una geometría variable: diferentes coaliciones para diferentes asuntos, basadas en valores e intereses. En Ucrania, somos miembro central de la Coalición de los Dispuestos y uno de los mayores contribuyentes per cápita a su defensa y seguridad. En soberanía ártica, nos mantenemos firmemente junto a Groenlandia y Dinamarca y apoyamos plenamente su derecho único a determinar el futuro de Groenlandia.
Nuestro compromiso con el Artículo 5 es inquebrantable. Trabajamos con nuestros aliados de la OTAN (incluyendo el Nordic Baltic 8) para asegurar aún más los flancos norte y oeste de la alianza, incluyendo inversiones sin precedentes en radar de alcance más allá del horizonte, submarinos, aeronaves y presencia terrestre.
En el comercio plurilateral, estamos impulsando esfuerzos para tender un puente entre el Acuerdo Transpacífico y la Unión Europea, creando un nuevo bloque comercial de 1.500 millones de personas. En minerales críticos, estamos formando clubes de compradores anclados en el G7 para que el mundo pueda diversificarse y alejarse de un suministro concentrado. En IA, cooperamos con democracias afines para garantizar que, en última instancia, no nos veamos obligados a elegir entre hegemones e hiperescaladores.
Esto no es multilateralismo ingenuo. Tampoco es depender de instituciones debilitadas. Es construir coaliciones que funcionen, asunto por asunto, con socios que comparten suficiente terreno común como para actuar juntos. En algunos casos, será la gran mayoría de las naciones. Y es crear una densa red de conexiones a través del comercio, la inversión y la cultura, de la que podamos valernos para desafíos y oportunidades futuras. Las potencias medias deben actuar juntas porque, si no estás en la mesa, estás en el menú. Las grandes potencias pueden permitirse ir solas. Tienen el tamaño de mercado, la capacidad militar, la palanca para dictar condiciones. Las potencias medias no.
Pero cuando solo negociamos bilateralmente con un hegemón, negociamos desde la debilidad. Aceptamos lo que se nos ofrece. Competimos entre nosotros por ser los más complacientes. Esto no es soberanía. Es la representación de la soberanía mientras se acepta la subordinación.
En un mundo de rivalidad entre grandes potencias, los países intermedios tienen una elección: competir entre sí por el favor o unirse para crear un tercer camino con impacto. No debemos permitir que el auge del poder duro nos ciegue ante el hecho de que el poder de la legitimidad, la integridad y las normas seguirá siendo fuerte —si elegimos ejercerlo juntos.
Lo cual me devuelve a Havel. ¿Qué significaría para las potencias medias “vivir en la verdad”?
Significa nombrar la realidad. Dejar de invocar el “orden internacional basado en normas” como si siguiera funcionando tal como se anuncia. Llamar al sistema por lo que es: un período en el que los más poderosos persiguen sus intereses usando la integración económica como un arma de coerción.
Significa actuar con coherencia. Aplicar los mismos estándares a aliados y rivales. Cuando las potencias medias critican la intimidación económica que viene de una dirección pero guardan silencio cuando viene de otra, estamos manteniendo el letrero en la ventana.
Significa construir aquello en lo que decimos creer. En lugar de esperar a que el hegemón restaure un orden que está desmantelando, crear instituciones y acuerdos que funcionen como se describen. Y significa reducir la palanca que permite la coerción.
Construir una economía doméstica fuerte debería ser siempre la prioridad de todo gobierno. Diversificar internacionalmente no es solo prudencia económica; es la base material para una política exterior honesta. Los países se ganan el derecho a posturas basadas en principios reduciendo su vulnerabilidad a represalias.
Canadá tiene lo que el mundo quiere. Somos una superpotencia energética. Poseemos vastas reservas de minerales críticos. Tenemos la población más educada del mundo. Nuestros fondos de pensiones están entre los mayores y más sofisticados inversores del planeta. Tenemos capital, talento y un gobierno con una enorme capacidad fiscal para actuar con decisión. Y tenemos los valores a los que muchos otros aspiran.
Canadá es una sociedad pluralista que funciona. Nuestro espacio público es ruidoso, diverso y libre. Los canadienses siguen comprometidos con la sostenibilidad. Somos un socio estable y fiable —en un mundo que no lo es—, un socio que construye y valora relaciones a largo plazo.
Canadá tiene algo más: el reconocimiento de lo que está ocurriendo y la determinación de actuar en consecuencia. Entendemos que esta ruptura exige más que adaptación. Exige honestidad sobre el mundo tal como es.
Estamos quitando el letrero de la ventana. El viejo orden no va a volver. No deberíamos lamentarlo. La nostalgia no es una estrategia. Pero, a partir de la fractura, podemos construir algo mejor, más fuerte y más justo. Esta es la tarea de las potencias medias, que son las que más tienen que perder en un mundo de fortalezas y las que más tienen que ganar en un mundo de cooperación genuina.
Los poderosos tienen su poder. Pero nosotros también tenemos algo: la capacidad de dejar de fingir, de nombrar la realidad, de construir nuestra fuerza en casa y de actuar juntos. Ese es el camino de Canadá. Lo elegimos abierta y confiadamente. Y es un camino ampliamente abierto a cualquier país dispuesto a recorrerlo con nosotros.
Da Liliana Segre ad Ignazio La Russa: da una donna antifascista che ha la Costituzione nel corpo e nell’anima, ad un uomo che il fascismo e i suoi simboli non li ha mai rinnegati. Il buio della Repubblica.
Ignazio Benito #LaRussa diventa presidente del Senato italiano.
Il passaggio da donna sopravvissuta ad Auschwitz ad un fascista dichiarato. È una delle cose più aberranti e offensive di questo Paese.
Perdonaci cara Liliana.
In prima pagina oggi 🗞
🇬🇧 Far-right
🇫🇷 Extrême droite
🇪🇸 Ultraderecha
🇩🇪 Rechtsextremismus
🇵🇹 Extrema-direita
🇮🇹 Coalizione di centro-destra
Il fascismo non si deve tollerare nemmeno con le parole o si finisce per far uscire i ratti fuori dalle fogne 🐀
#ElezioniPolitiche2022
#Riace era un simbolo di solidarietà e antifascismo, un paradigma del cambio nelle politiche di accoglienza ed integrazione. Una nuova visione del mondo. #Lucano è innocente fino al terzo grado, e se non lo assolverà un tribunale, lo farà la Storia ✊🏻 https://t.co/BRy9ch9X1i