The Story of Wesam Mekdad
“I am a Palestinian from #Gaza. I fled my homeland in search of safety and the opportunity to work so that I could send money back to my family, who are surviving under the horrors of war.
The road was grueling and full of obstacles. First, I went to Egypt, where I waited a full year just to secure a Turkish visa. From Turkey, I attempted to cross into Greece. I failed twice, enduring imprisonment both times. It was only on my third attempt that I finally reached Greek soil.
Once there, I was placed in a refugee camp for a year, waiting for a residence permit. But the moment I finally received it, my life was shattered again: I was unjustly imprisoned for four years. My trial was a sham, and it became deeply clear to me that refugees are not treated equally under the law there.
Eventually, I was released. Seeking a fresh start, I traveled to Berlin, where I met my wife and we were married. Together, we moved to the Netherlands to apply for asylum. I truly believed that the Netherlands, as a nation built on human rights, would understand our plight.
Because I am an innocent man and had absolutely nothing to hide, I was entirely honest with the authorities. I openly told them about my imprisonment in Greece. Tragically, my honesty was weaponized against me.
We were shuttled endlessly between different reception centers. During this time, my wife became pregnant. We held onto the hope that the authorities would show compassion for our situation and for our unborn child. Instead, the hammer fell: we received a negative decision.
My asylum application was rejected. I was handed a deportation order to Egypt and a two-year entry ban from Europe. My wife’s application was also rejected; she was ordered back to Germany. They told us coldheartedly that even if our child were born on Dutch soil, it would change nothing. The fact that my family in Gaza is trapped in an active war zone seemed to mean absolutely nothing to them.
Desperate to prove who we are, I went to the Palestinian Embassy in the Netherlands and obtained official documents confirming my Palestinian nationality and the identity of my family in Gaza. I handed these papers to the authorities. Yet, it feels as though we are screaming into a void. No one is listening.
Is this fair? Why is this happening when all I ever wanted was to build a stable, quiet life for myself, my wife, and our daughter? Why am I being condemned for a prison sentence I served unjustly in Greece? I had hoped the Dutch authorities would help me prove my innocence, but instead, they simply wronged me again.
Where are human rights? Where are the rights of a child? Where are the rights of a woman?
I have lodged an appeal and am now awaiting the judge’s decision. In the meantime, the stress, anxiety, and suffocating uncertainty mount every single day. I am constantly terrified of what tomorrow will bring. I have been stripped of my right to work and my freedom of movement is heavily restricted.
Then, the breaking point came. One day, I received devastating news. In a flash of pure despair, unable to contain the agony inside me, I smashed a television and damaged the door. It was inside my own room—not someone else's. I harmed no one.
The center staff called the police. They knew my wife was nine months pregnant. When the officers arrived, I told them myself. My wife looked them in the eyes and told them that I would go with them voluntarily and respectfully. I had not used violence against a single soul. I remained calm because I believed I would simply give a statement at the station and return to her. Yet, they treated us as if we were dangerous. They treated a heavily pregnant woman as a threat.
This is my story. I feel that my wife, my daughter, my family in Gaza, and I have been deeply, profoundly wronged by the system. But I still believe that eventually, the truth will come to light. Justice cannot remain hidden forever.”
Baby Reem born premature (5 days after the attack)
In una caserma della polizia di Bengasi, Domenico Centrone e Leonarda “Dina” Alberizia hanno ottenuto il permesso di farsi una doccia e cambiarsi d’abito. Lo ha negoziato il console generale Filippo Colombo durante la prima visita, la sera del 27 maggio 2026. Lui ha 33 anni e insegna a Molfetta, lei ne ha 67 ed è stata per trent’anni educatrice dei servizi del Comune di Torino. Per le autorità della Cirenaica sono due clandestini, fermati con l’accusa di ingresso illegale.
La stessa Bengasi è il posto dove l’Italia sta per aprire un centro di coordinamento dei soccorsi in mare, finanziato con fondi europei. Lo aveva scritto a gennaio il quotidiano tedesco nd, lo conferma l’inchiesta di IrpiMediadel 3 giugno sul nuovo accordo tecnico della missione Eunavfor Med Irini, reso pubblico il 28 maggio dall’ong britannica Statewatch. Qui da noi si chiama cooperazione.
Due cittadini, una carovana
Il Global Sumud Land Convoy è partito il 15 maggio, giorno della Nakba: oltre 200 persone da più di 25 Paesi, una trentina di mezzi, 7 ambulanze, 20 case mobili, 10 camion di aiuti diretti a Gaza via Rafah. Il 24 maggio il convoglio si è fermato nei pressi di Sirte, sulla linea 5+5 che divide l’ovest dall’est libico. Dieci attivisti hanno superato il posto di blocco per trattare il passaggio del resto della carovana. Da lì sono finiti in cella a Bengasi.
A trattenerli sono le milizie del generale Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica. Oltre ai due italiani ci sono una spagnola, una polacca, una statunitense, un uruguaiano, due argentini, una portoghese e un tunisino. Il 2 giugno il procuratore di Bengasi ha prolungato la custodia cautelare fino alla prossima udienza, e all’accusa di ingresso illegale si sarebbe aggiunta quella, più grave, di manifestazione illegale. Gli altri italiani del convoglio, una settantina di chilometri più indietro, sono già rientrati a Fiumicino. I dieci avevano superato il confine solo per negoziare un passaggio sicuro.
La regia italiana a Bengasi
Per anni l’Italia ha addestrato e finanziato i libici passando da Tripoli, il governo riconosciuto dall’Onu. Adesso il raggio si allarga a est. Il documento riservato del Consiglio dell’Unione cita la formazione delle “istituzioni libiche”:una formula che a marzo 2025, nel rinnovo di Irini fino al 2027, ancora diceva “guardia costiera libica”. A ottobre, intanto, Frontex ha ricevuto per la prima volta funzionari di Haftar. La frontiera europea scende sempre più a sud, e Bengasi è la nuova porta. Il modello c’è già: l’Mrcc di Tripoli, il centro di coordinamento costruito dall’Italia con il progetto Sibmmil, sempre con soldi di Bruxelles.
Del resto il 22 maggio Francia e Grecia hanno deciso di non rinnovare il compito che autorizzava Irini a ispezionare in mare le navi sospettate di trasportare armi, previsto dalla risoluzione Onu 2292 del 2016. Restano il pattugliamento e l’addestramento dei guardacoste. Già nel 2017 gli esperti dell’Onu segnalavano violenze sui migranti compiute anche dopo i corsi di formazione. Dieci anni dopo, Haftar deve diventare un partner affidabile, costi quel che costi.
Sulla sorte di Centrone e Alberizia il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha detto la cosa più rivelatrice: «Mi auguro che li possano espellere il prima possibile». Espellere. La parola che lo Stato italiano ha contribuito a insegnare alla Libia torna indietro, applicata a due suoi cittadini. La deputata Chiara Appendino (M5S) gli chiede di muoversi «non con le parole di circostanza», il sindaco di Torino Stefano Lo Russo (PD) si dice preoccupato. Dal governo, sui due, parla solo Tajani, e parla di espulsione. La macchina dei rimpatri che l’Italia ha aiutato a costruire a Bengasi adesso stringe due italiani, e l’unica speranza ufficiale è che li restituisca da clandestini.
(il mio articolo per @LaNotiziaTweet)
https://t.co/CZcs4V7GUo
Domani sul Manifesto il mio reportage da Hebron, dove regnano dolore e rabbia per l'uccisione di Sam Abu Heikal, 7 mesi, colpito da spari di soldati israeliani mentre era in auto, in braccio alla mamma.
BREAKING: At least 1 worker has been killed by Bolivia's regime who are using live ammunition against striking workers in the Santa Cruz region.
Police & far-right groups tried to lift the workers barricade in San Julián, but workers forced them to retreat for now. Many injured.
Mientras tanto en EEUU, a 5 dias de que empiece el Mundial de la FIFA, así se ven sus calles, con la policía agrediendo a personas que protestan contra el campo de concentración de Delaney Hall, donde 300 inmigrantes realizan una huelga de hambre.
Si fuese Rusia quién organizara un mundial en estas condiciones, te lo enseñarían hasta en la pantalla de turnos de la pescadería.
In meno di un anno il numero dei bambini costretti a vivere in carcere con le madri è più che radoppiato, secondo il rapporto di Antigone a fine marzo erano 26.
Ma, è evidente, quelle 26 madri non meritano la grazia né i servizi sociali per "motivi umanitari".
The two men in the photo were identified as:
1.Haj Nadi Marouf
2.Haj Ali Marouf
Both were arrested by Israel from their home in Beit Lahiya north of Gaza.
After being used as human shields, their relatives found them three days later executed.
Hanno viaggiato anche 20 ore per portare lo sgomento e la rabbia dopo l’uccisione dei braccianti arsi vivi perché non volevano essere trattati da schiavi, ma da lavoratori
In più di 5 mila hanno raggiunto Amendolara per il corteo della Cgil
Sfilano alche i leader del campo largo
Assente il governo
L’apertura del manifesto con l’editoriale di Claudio Dionesalvi
In una caserma della polizia di Bengasi, Domenico Centrone e Leonarda “Dina” Alberizia hanno ottenuto il permesso di farsi una doccia e cambiarsi d’abito. Lo ha negoziato il console generale Filippo Colombo durante la prima visita, la sera del 27 maggio 2026. Lui ha 33 anni e insegna a Molfetta, lei ne ha 67 ed è stata per trent’anni educatrice dei servizi del Comune di Torino. Per le autorità della Cirenaica sono due clandestini, fermati con l’accusa di ingresso illegale.
La stessa Bengasi è il posto dove l’Italia sta per aprire un centro di coordinamento dei soccorsi in mare, finanziato con fondi europei. Lo aveva scritto a gennaio il quotidiano tedesco nd, lo conferma l’inchiesta di IrpiMediadel 3 giugno sul nuovo accordo tecnico della missione Eunavfor Med Irini, reso pubblico il 28 maggio dall’ong britannica Statewatch. Qui da noi si chiama cooperazione.
Due cittadini, una carovana
Il Global Sumud Land Convoy è partito il 15 maggio, giorno della Nakba: oltre 200 persone da più di 25 Paesi, una trentina di mezzi, 7 ambulanze, 20 case mobili, 10 camion di aiuti diretti a Gaza via Rafah. Il 24 maggio il convoglio si è fermato nei pressi di Sirte, sulla linea 5+5 che divide l’ovest dall’est libico. Dieci attivisti hanno superato il posto di blocco per trattare il passaggio del resto della carovana. Da lì sono finiti in cella a Bengasi.
A trattenerli sono le milizie del generale Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica. Oltre ai due italiani ci sono una spagnola, una polacca, una statunitense, un uruguaiano, due argentini, una portoghese e un tunisino. Il 2 giugno il procuratore di Bengasi ha prolungato la custodia cautelare fino alla prossima udienza, e all’accusa di ingresso illegale si sarebbe aggiunta quella, più grave, di manifestazione illegale. Gli altri italiani del convoglio, una settantina di chilometri più indietro, sono già rientrati a Fiumicino. I dieci avevano superato il confine solo per negoziare un passaggio sicuro.
La regia italiana a Bengasi
Per anni l’Italia ha addestrato e finanziato i libici passando da Tripoli, il governo riconosciuto dall’Onu. Adesso il raggio si allarga a est. Il documento riservato del Consiglio dell’Unione cita la formazione delle “istituzioni libiche”:una formula che a marzo 2025, nel rinnovo di Irini fino al 2027, ancora diceva “guardia costiera libica”. A ottobre, intanto, Frontex ha ricevuto per la prima volta funzionari di Haftar. La frontiera europea scende sempre più a sud, e Bengasi è la nuova porta. Il modello c’è già: l’Mrcc di Tripoli, il centro di coordinamento costruito dall’Italia con il progetto Sibmmil, sempre con soldi di Bruxelles.
Del resto il 22 maggio Francia e Grecia hanno deciso di non rinnovare il compito che autorizzava Irini a ispezionare in mare le navi sospettate di trasportare armi, previsto dalla risoluzione Onu 2292 del 2016. Restano il pattugliamento e l’addestramento dei guardacoste. Già nel 2017 gli esperti dell’Onu segnalavano violenze sui migranti compiute anche dopo i corsi di formazione. Dieci anni dopo, Haftar deve diventare un partner affidabile, costi quel che costi.
Sulla sorte di Centrone e Alberizia il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha detto la cosa più rivelatrice: «Mi auguro che li possano espellere il prima possibile». Espellere. La parola che lo Stato italiano ha contribuito a insegnare alla Libia torna indietro, applicata a due suoi cittadini. La deputata Chiara Appendino (M5S) gli chiede di muoversi «non con le parole di circostanza», il sindaco di Torino Stefano Lo Russo (PD) si dice preoccupato. Dal governo, sui due, parla solo Tajani, e parla di espulsione. La macchina dei rimpatri che l’Italia ha aiutato a costruire a Bengasi adesso stringe due italiani, e l’unica speranza ufficiale è che li restituisca da clandestini.
(il mio articolo per @LaNotiziaTweet)
https://t.co/CZcs4V7GUo
“Maud Effting e Willem Feenstra, hanno documentato 114 bambini sotto i 15 anni colpiti da una singola pallottola alla testa o al torace a Gaza. Diciassette medici e un’infermiera, americani, britannici, australiani, canadesi, olandesi, hanno testimoniato quello che hanno visto”
Dal @nytimes
- Nuovi crimini di guerra IDF con l'uso di fosforo bianco (denunciato via social ripetutamente) in Libano. Il tutto con munizionamento Usa
- Allarme spionaggio di Israele ai danni degli Usa, con riferimenti alle trattative con l'Iran
Unite i puntini...
Dall’appropriarsi di un intero centro città per il proprio matrimonio, pratica ormai comune per i miliardari che amano l’Italia per questo, ad appropriarsi di un’isola riserva naturale, all’appropriarsi della terra di altri popoli bombardando e provocando genocidio e pulizia etnica,
in una scala di violenze chiaramente di entità molto diverse il segno neocoloniale è tuttavia ben riconoscibile in tutti questi eventi.
La cosa ulteriormente inquietante è che non è più esattamente un colonialismo degli imperi-nazione, neanche nel caso di Israele, è un colonialismo più propriamente clanico-tribale. Dal clan famigliare, a quello etnico, sempre di questo si parla, anche quando si invocano i nomi di popoli e nazioni.
Israele continua a bombardare e massacrare una popolazione inerme privata di tutto nel silenzio della comunità internazionale. Il genocidio di Gaza è una responsabilità collettiva.
Gli Stati Uniti e Israele stanno per fondersi. Militarmente.
È quello che prevede una clausola nascosta nella legge di bilancio del Pentagono per il 2027 che è stata approvata in questi giorni e che traduce in realtà un piano ideato dal primo ministro israeliano Netanyahu in persona.
Una sinergia sempre più profonda su diversi fronti: ricerca, coproduzione di armi, condivisione di dati militari su tutto ciò che conta nei conflitti del futuro, dall'intelligenza artificiale ai sistemi autonomi, dalla computazione quantistica alla cybersicurezza.
Un livello di integrazione che Washington non ha con nessun altro paese al mondo, nemmeno con gli alleati NATO.
Una misura che conferirebbe a Tel Aviv un'influenza straordinaria negli Stati Uniti ben oltre quella già esercitata dalla lobby israeliana.
Questa fusione sposterebbe la relazione fuori da ogni controllo pubblico: invece di un voto annuale sugli aiuti — visibile, discusso, contestabile — tutto passerebbe attraverso gli appalti per la difesa. Opachi, difficili da tracciare, quasi impossibili da bloccare una volta avviati.
Leggi gli articoli su InsideOver sul tema e guarda tutti i reel di @MariannaLentini sui nostri social
#israel #usa
In Albania continuano le proteste per l'occupazione sionista, travestita da speculazione finanziaria attraverso Jared Kushner, il genero di Trump. Il popolo albanese sta dando una lezione morale ad un occidentale prono davanti ad uno stato terrorista e criminale. A calci nel culo
Toddlers killed in Gaza by Israel, since October 7, 2023:
Under 1 year old (infant): 953
1 year old: 943
2 years old: 972
3 years old: 899
4 years old: 868
5 years old: 985
6 years old: 924
Ages 0–6: 6,544
This does not include the unidentified/unrecovered from the rubble.