#VoceEDelizia 15/6
Ho rivisto la silloge scritta nel 2023 e, leggendo l'introduzione, mi sono emozionata.
Non ricordavo le parole esatte di Cristina Bove, né quelle di mia figlia Giulia.
Anche @ilreinca e @labelmondo hanno toccato vette davvero alte, belli.
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Roberto Riccardi
Da ex Pd, mi dispiace che il Pd non capisca che in questo modo non avrà un futuro.
Il PD difende i diritti delle donne e si allea con chi le copre. Celebra i Pride e corteggia chi impicca gli omosessuali. Invoca la laicità dello Stato e apre le scuole a chi non separa la legge dalla fede. Promuove la libertà di espressione e siede accanto a chi considera la bestemmia un reato capitale.
Non è una contraddizione. È cecità strategica. O, peggio, calcolo elettorale così cinico da non preoccuparsi nemmeno di apparire coerente.
La storia ha già scritto questo copione. L'Iran del 1979 è il precedente che nessuno a sinistra vuole rileggere. I laici, i comunisti del Tudeh, i socialisti, le femministe: tutti in piazza con Khomeini contro lo Scià. Tutti convinti di poter cavalcare l'onda islamista per poi guidarla. In meno di due anni erano in carcere, in esilio o sotto terra. La rivoluzione che avevano aiutato a vincere li ha divorati per primi. I mullah non avevano mai nascosto il proprio programma. Erano gli alleati laici ad aver deciso di non leggerlo.
Michel Houellebecq lo ha raccontato nel 2015 con "Sottomissione" e la Francia gli ha dato del visionario o del razzista, a seconda della trincea. Nel romanzo un partito islamico vince le elezioni francesi perché la sinistra preferisce allearsi con l'Islam politico piuttosto che lasciare vincere la destra. Il prezzo: l'università diventa confessionale, le donne spariscono dallo spazio pubblico, la laicità viene smontata dall'interno con il sorriso del compromesso democratico. Houellebecq non ha inventato nulla. Ha solo anticipato la logica che il PD sta applicando nelle scuole italiane: meglio Hamas in aula che perdere un voto.
Il paradosso finale è che l'Islam politico non ha mai chiesto al PD di rinunciare ai propri valori. Non ne ha bisogno. Basta aspettare che li svenda da solo, un seggio alla volta, una visita in moschea alla volta, un coro di bambini alla volta.
A Teheran nel 1979 le donne marciavano senza velo accanto ai futuri ayatollah. Oggi in Iran le ammazzano se lo tolgono. La distanza tra i due momenti non è stata un secolo. Sono bastati mesi.
Roberto Riccardi
Ho una notizia terribile da darvi: Semyon Skrepetsky, che aveva partecipato alle proteste a Venezia contro la riapertura del padiglione russo, è stato assassinato.
Era un artista e un dissidente russo che aveva scelto di sfidare il potere con le sue opere. Le sue caricature colpivano Putin, Kadyrov e Lukashenko, trasformando l’arte in uno strumento di denuncia contro l’autoritarismo.
Dopo aver lasciato la Russia, aveva trovato rifugio in Polonia e continuava a battersi per la libertà, partecipando anche alle proteste di Europa Radicale e all’associazione radicale Certi Diritti, da ultimo contro la riapertura del padiglione russo.
La sua terribile uccisione impone una riflessione non piu rinviabile.
Negli ultimi anni abbiamo assistito a una lunga sequenza di avvelenamenti, omicidi e operazioni contro oppositori del Cremlino ben oltre i confini della Federazione Russa. Le responsabilità dei singoli episodi spettano alle autorità giudiziarie accertarle, ma il fenomeno delle aggressioni extraterritoriali ai danni di dissidenti e critici dei regimi autoritari rappresenta una minaccia concreta per la sicurezza europea.
Per questo l’Unione europea deve fare un passo avanti.
Serve una Rete europea per la protezione dei dissidenti e degli oppositori politici, coordinata a livello UE e in stretta collaborazione con gli Stati membri, capace di valutare le minacce, condividere intelligence, predisporre misure di sicurezza e offrire tutela concreta a giornalisti, artisti, attivisti e rifugiati politici esposti a rischi credibili.
L’Europa deve essere un luogo in cui chi fugge dalla repressione trova libertà e protezione.
Difendere i dissidenti significa difendere la nostra democrazia.
In foto Semyon a Venezia
I am a Zionist. Many people out there don’t seem to understand what a Zionist is - and what it isn’t - so here you go.
I believe in the existence of a Jewish home land, Israel, in the land of Judea, where it currently is.
As a Zionist, I do not automatically agree with or support everything the country does, nor do I automatically agree with every government, every politician, every decision.
As a Zionist, I am free to criticize policies and governments of Israel, just the same as I am to criticize the Canadian government or the American government or any other government.
I can believe that the Israelis who spit on Christians should be charged, and I do.
I can believe that the violence in Judea and Samaria needs to be stopped, and I do.
I can believe that every single Israeli, regardless of religion, who commits rape, should be tried and should face the harshest punishments, and I do.
I can believe that every single war crime committed by an Israeli should be prosecuted, and I do.
I can believe that Israel should be held to the same standards of every other nation, and I do.
The only things I don’t do, because I’m a Zionist?
Call for the destruction of the only Jewish nation in the world.
Hold them to a far higher standard than everyone else, just because they’re Jewish.
Spread false propaganda about them, just because they’re Jewish.
Because even though you pretend that’s “antizionism”, it’s just masking your true motives.
Jew hatred.
Lo Statuto di Hamas: ideologia, teorie di complotto e la revisione.
Nel vortice del conflitto israelo-palestinese, pochi documenti hanno generato tante polemiche e interpretazioni opposte quanto lo Statuto di Hamas.
Capirlo significa confrontarsi con testi scritti da mani concrete, non con astrazioni e riconoscere sia i passaggi che hanno segnato un’epoca sia quelli che, decenni dopo, hanno provato a modificarne il tono senza rinnegarne il nucleo.
Tutto inizia con Sheikh Ahmad Yassin, il fondatore carismatico di Hamas. Nel dicembre 1987, mentre la Prima Intifada scuoteva Gaza e la Cisgiordania, Yassin e i suoi compagni danno vita al Movimento di Resistenza Islamica come ala palestinese dei Fratelli Musulmani.
Pochi mesi dopo, il 18 agosto 1988, viene pubblicato il Patto del Movimento di Resistenza Islamica. Non è un semplice programma politico: è un manifesto religioso e ideologico.
La Palestina viene definita waqf islamico inalienabile. Il jihad è «dovere individuale». Le soluzioni pacifiche vengono respinte senza appello.
Uno dei passaggi più citati recita: «Non c’è soluzione per la questione palestinese se non attraverso il jihad. Iniziative, proposte e conferenze internazionali sono tutte una perdita di tempo e sforzi vani».
Ancora più duro è l’articolo che riprende un hadith: «Il Giorno del Giudizio non arriverà finché i musulmani non combatteranno gli ebrei (uccidendoli), quando l’ebreo si nasconderà dietro pietre e alberi. Le pietre e gli alberi diranno: “O musulmano, vieni e uccidilo”».
E poi c’è il riferimento esplicito ai Protocolli dei Savi di Sion presentati come prova del complotto sionista mondiale.
Quello stesso falso che The Times di Londra smascherò nell’agosto del 1921. Il giornalista Philip Graves dimostrò, con un’inchiesta rigorosa, che ampie sezioni dei Protocolli erano un plagio quasi letterale di una satira politica francese del 1864, il Dialogo all’inferno tra Machiavelli e Montesquieu di Maurice Joly.
Il documento era stato fabbricato dai servizi segreti zaristi (l’Okhrana) per alimentare l’antisemitismo.
Lo scoop del Times fece crollare la credibilità del testo in Occidente, ma non impedì che venisse ripreso decenni dopo da Hamas come se fosse autentico.
Quello del 1988 è un testo figlio del suo tempo: radicale, apocalittico, intriso di teorie del complotto. Per oltre vent’anni è rimasto il documento di riferimento ufficiale di Hamas.
Poi, il 1° maggio 2017, a Doha, Khaled Mashal allora capo dell’ufficio politico del movimento presenta un nuovo testo: Un Documento dei Principi Generali e delle Politiche. Non lo chiama “statuto”.
Non revoca formalmente quello del 1988. Ma cambia registro. Si distingue con chiarezza tra sionismo ed ebraismo: «Hamas non combatte gli ebrei perché sono ebrei, ma contro i sionisti che occupano la Palestina».
Si attribuisce l’antisemitismo alla storia europea, non a quella araba o islamica.
Il passaggio più discusso riguarda i confini: Hamas «considera l’istituzione di uno Stato palestinese pienamente sovrano e indipendente, con Gerusalemme come sua capitale, lungo le linee del 4 giugno 1967, con il ritorno dei rifugiati e dei profughi alle loro case… come una formula di consenso nazionale».
Nello stesso documento, però, si ribadisce senza ambiguità: «Hamas rifiuta qualsiasi alternativa alla piena e completa liberazione della Palestina, dal fiume al mare».
Il 2017 è stato letto da alcuni come un segno di realismo politico, da altri come un’abile operazione di immagine. La verità documentata sta nel mezzo: il nuovo testo attenua il linguaggio più esplicitamente antisemita e complottista, ma non cancella né la rivendicazione su tutta la Palestina né il principio della resistenza armata come «scelta strategica». Il vecchio Statuto resta valido come documento storico e identitario per una parte importante della base di Hamas.
#conspiracy #hamas #gaza
Nella città degli alberi
cammino in sintonia
Le radici sono antenne che orchestrano il silenzio
Non c'è respiro che non sia pace
Tra i rami sono foglia e passero
Transiente e caduco
germoglio a nuova vita.
🖼️: Grok xAI
Se il soldato ONU fosse stato ucciso da un razzo israeliano, a quest’ora avremmo edizioni straordinarie dei Tg, scioperi generali e centinaia di dichiarazioni inorridite di tre quarti della classe politica italiana. E giustamente, aggiungo io.
Siccome il razzo invece veniva dai terroristi di Hezbollah, non solo niente di tutto questo accade.
Ma non viene neanche scritto chi l’ha tirato, il razzo.
👍👍👍👍👍👍👍
Gloria F. Turacchi
Leggendo l’articolo di Andrea Minuz sul Foglio mi sono ritrovata in molte delle sue parole.
Non perché abbia bisogno che qualcuno mi dica cosa pensare, ma perché descrive perfettamente una sensazione che ormai provo da mesi.
Minuz scrive che “De Luca e De Gregori siamo noi”.
E credo che abbia colto nel segno.
Siamo noi quando ci troviamo in mezzo a discussioni sul Medio Oriente che non sono più discussioni, ma esami di ammissione morale.
_Siamo noi quando veniamo chiamati continuamente a dichiarare la nostra appartenenza a una tribù ideologica.
_Siamo noi quando scopriamo che non basta essere addolorati per ogni vittima innocente, non basta desiderare la pace, non basta riconoscere il dolore di tutti. No.
**Devi usare determinate parole.
**Devi ripetere determinati slogan.
**Devi aderire a una precisa narrazione.
Altrimenti diventi sospetto.
Se non dici “genocidio”, sei complice.
Se provi a distinguere, sei negazionista.
Se ricordi che
_il 7 ottobre è esistito,
_che Hamas esiste,
_che Hezbollah esiste,
che la storia non è iniziata ieri mattina,
allora sei automaticamente dalla parte sbagliata.
Ed è qui che l’articolo di Minuz diventa straordinariamente lucido.
Quando parla delle cene tra amici trasformate in processi politici,
_delle chat che diventano tribunali,
_degli slogan recitati come formule rituali,
_delle persone che intonano “dal fiume al mare” senza interrogarsi davvero sul significato storico e politico di quelle parole,
____non sta parlando soltanto di Gaza.
Sta parlando di un conformismo che pretende obbedienza morale.
Mi ha fatto sorridere la scena del tizio che, davanti a un bicchiere di Franciacorta, risponde a una semplice domanda con una dichiarazione preventiva di appartenenza geopolitica.
È una caricatura, certo.
Ma ogni caricatura funziona perché contiene una parte di verità.
E poi c’è la frase finale di Minuz su Zerocalcare.
Zerocalcare dice di essere contento quando una persona che ha una voce pubblica la usa per dire cose importanti.
Ecco, io penso che De Luca e De Gregori abbiano fatto esattamente questo.
Non perché abbiano impartito lezioni.
Non perché abbiano indicato una verità assoluta.
Ma perché hanno avuto il coraggio di sottrarsi alla pressione del coro.
Oggi sembra che il valore di una persona si misuri dalla velocità con cui aderisce all’ultima parola d’ordine.
___Io continuo invece a pensare che il dubbio sia più nobile della certezza ostentata, che la complessità sia più onesta dello slogan e che la libertà di coscienza valga più dell’approvazione del gruppo.
La realtà non è un hashtag.
La storia non è una tifoseria.
Il Medio Oriente non è una favola con eroi immacolati e mostri assoluti.
Per questo comprendo perfettamente ciò che Minuz ha voluto dire.
Perché forse De Luca e De Gregori non rappresentano soltanto due artisti che hanno scelto di non salire sul palco dell’indignazione obbligatoria.
_Rappresentano tutti quelli che non vogliono essere arruolati.
Tutti quelli che continuano a pensare che il compito di una persona libera non sia ripetere ciò che gli altri vogliono sentirsi dire, ma conservare il diritto di ragionare con la propria testa.
E di questi tempi, paradossalmente, è diventato uno degli atti più controcorrente che esistano.
Nella città degli alberi
cammino in sintonia
Le radici sono antenne che orchestrano il silenzio
Non c'è respiro che non sia pace
Tra i rami sono foglia e passero
Transiente e caduco
germoglio a nuova vita.
🖼️: Grok xAI
🚨🚨🚨🪖🇺🇦🇷🇺 Non so quando di preciso leggerete questo punto nave, se in piena notte o al risveglio “domani”. Ma la situazione a Kyiv è grave, impone un aggiornamento straordinario.
Premessa: dopo oltre quattro anni di guerra anche le statistiche perdono una certa utilità, risultando quasi offensive, fuori luogo, se rapportate al dolore vero delle persone che la subiscono. Ma non mi stupirei se a bocce ferme si parlasse nelle prossime ore di uno degli attacchi aerei più intensi ed estesi condotti dalla Russia contro l’Ucraina e contro Kyiv in particolare.
La verità è che la capitale questa notte non ce la fa.
Parlano le immagini.
Le difese non riescono a far fronte alla mole di missili e droni lanciati dall’invasore.
Volodymyr Zelensky aveva messo in guardia da questo scenario. Alcuni alleati hanno tentato di scongiurare l’attacco comunicando con i russi attraverso canali riservati. Ma la previsione dell’intelligence ucraina si è rivelata purtroppo azzeccata: l’attacco è infine arrivato.
Ciò che non è arrivata è una risposta ufficiale di Donald Trump e del Congresso degli Stati Uniti alla missiva inviata da Volodymyr Zelensky pochi giorni fa. Una richiesta d’aiuto rimasta per il momento lettera morta, nonostante un attacco di questo tipo rappresenti un messaggio minatorio non solo per l’Ucraina, ma anche per gli Stati Uniti e i suoi alleati.
La situazione sul terreno: fra le città colpite non solo Kyiv ma anche - tra le altre - Kharkiv, Zaporizhzhia e Dnipro. I russi hanno lanciato missili balistici e ipersonici. Sulla quantità le informazioni sono ancora sommarie: si parla di più di 15. Di certo c’è che Kyiv non utilizzava un numero di intercettori Patriot simile a quello di stanotte da molto tempo a questa parte.
Nel distretto di Podil si registra poiun impatto su un edificio di nove piani, con successivo crollo di alcune strutture. Le autorità parlano di persone intrappolate sotto le macerie. Il tutto mentre altre aeree della capitale ucraina stanno sperimentando dei blackout. In migliaia trovano riparo nelle stazioni della metropolitana.
Cos’abbiamo qui? Il tentativo di rendere Kyiv “inabitabile” anticipato dai milblogger russi nei giorni scorsi.
Da segnalare anche che poco fa jet da combattimento della Polonia si sono alzati in volo per proteggere il territorio NATO. Non è mai una notizia banale.
Questo è lo stato dell’arte alle 2:42 di un’altra notte infernale. Il Blog come sempre continuerà ad aggiornarvi. Chi apprezza il mio impegno può sostenerlo in due modi:
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Vi ringrazio.
✍🏻 Roberto Damico
Leggo un articolo di Al-Jazeera — che, lo ricordo, è la rete del Qatar e funziona sostanzialmente come portavoce di Hamas in arabo e in inglese, con una storia documentata di propaganda antisemita e di ospitalità ai leader dell’organizzazione terroristica. L’articolo sostiene che il boom di caffè e ristoranti di lusso a Gaza sarebbe “la nuova faccia del genocidio”.
Non spiega come. Non fornisce dati, non fornisce analisi, non fornisce un ragionamento. Lo afferma. È un argomento per decreto.
Ma c’è di più: nel tentativo di spiegare la tesi, l’articolo la smentisce. Perché dice che, durante quello che chiama “genocidio”, alcune persone si sarebbero arricchite. Il problema è che questa affermazione è incompatibile con la definizione di genocidio — non per opinione, ma per logica e per storia.
Durante un genocidio, la comunità colpita non si arricchisce. Collassa. I beni vengono distrutti, sequestrati, espropriati. Le attività commerciali scompaiono. Non c’è domanda, non c’è offerta, non c’è mercato. C’è solo morte, fuga, distruzione.
I casi storici lo confermano senza eccezioni. Durante la Shoah, gli ebrei non aprirono ristoranti di lusso a Varsavia mentre i loro fratelli venivano deportati a Treblinka: furono spogliati di tutto, case, attività, beni, prima di essere uccisi. Durante il genocidio degli armeni nell’Impero Ottomano, tra il 1915 e il 1916, gli armeni non si arricchirono: furono deportati, massacrati, le loro proprietà confiscate. Non c’erano caffè armeni a Costantinopoli mentre le colonne della morte attraversavano il deserto siriano.
Il fenomeno che consente ad alcuni di arricchirsi mentre altri muoiono ha un nome preciso: guerra. Non genocidio. La letteratura e il cinema italiano lo hanno raccontato bene — pensiamo a La ciociara, a Roma città aperta: i profittatori, i trafficanti, i mercanti di morte che sfruttano il caos per fare soldi. Esiste in tutte le guerre. Esiste anche a Gaza. E la giornalista di Al-Jazeera, senza rendersene conto, ce lo conferma: a Gaza c’è stata una guerra, con le sue disuguaglianze, i suoi profittatori, le sue sofferenze. Non un genocidio.
Ma l’articolo ha anche uno scopo preciso che va oltre la propaganda ordinaria. I social sono ormai pieni di immagini di Gaza che mostrano ristoranti, caffè, centri commerciali, hotel. Non si può più sostenere che Gaza sia solo macerie e fame — le immagini lo smentiscono. Di fronte a questa evidenza, la propaganda deve adattarsi: non si può più negare i ristoranti, quindi si dice che i ristoranti sono la prova del genocidio. Si fornisce una nuova formula da ripetere ogni volta che qualcuno mostrerà un’immagine scomoda.
È un capovolgimento degno di Orwell: la realtà che smentisce la narrazione viene assorbita dalla narrazione e trasformata in sua conferma. Funziona con chi è già convinto. Funziona con chi non verifica.
E questo — più della singola bugia — è il meccanismo da smontare: non tanto il contenuto della propaganda, ma il modo in cui si rende impermeabile a qualsiasi evidenza contraria.
L’articolo di Al-Jazeera è un esempio da manuale di come funziona questo meccanismo. Vale la pena tenerlo a mente la prossima volta che si legge una “analisi” che non cita fonti, non argomenta, e trasforma ogni evidenza contraria in ulteriore conferma della tesi.