L'avv Bocellari demolisce Palmegiani e
#DeRensis
lo ASFALTA
"Ci dica lei come e cosa dobbiamo dire
A chiunque si interfacci con lei
Questo non lo può dire
Non scuota la testa al dr #Borile
..
Ma lei chi è⁉️"
lui ieri col @Prof_FMGalassi che faceva⁉️
#garlasco#ZonaBianca
La non comprensione di Meloni e della destra riguardo anche solo il testo di una sentenza giuridica spiegata bene :
“Leggendo per intero la sentenza (e non solo le ultime righe di condanna), Meloni avrebbe scoperto che i giudici civili non citano nemmeno l’immigrazione,+
Partecipare, anche solo come osservatori, a un Board of Peace autoritario non rafforza l’Italia, ma ne mette in dubbio la dignità.
Stare “al tavolo che conta” non significa accettare organismi senza garanzie di pace e di diritto internazionale.
L’ambiguità non è neutralità. È una scelta. E la scelta di essere succubi di Trump è sbagliata.
Il dottor Jekyll di Venezia e il signor Hyde di via Arenula
C’era una volta un procuratore a Venezia che aveva capito tutto. Lo diceva con chiarezza cristallina, lo ripeteva a chiunque volesse ascoltarlo, lo scriveva nei saggi, lo gridava nelle interviste. Carlo Nordio, procuratore aggiunto, l’uomo che aveva messo le mani dentro il fango del Mose, che aveva visto da vicino come funziona la corruzione in Italia, aveva una tesi limpida: creare nuovi reati e inasprire le pene non serve a niente. A niente.
Nel febbraio 2015, da quella Procura nell’ex Manifattura Tabacchi di Venezia, lo spiegava a Italia Oggi con la pazienza di chi sa di avere ragione e la rassegnazione di chi sa di non essere ascoltato: «Mi creda, non sarà l’inasprimento delle pene a fermare i corrotti. Prenda tutti i nuovi reati introdotti negli ultimi anni, dall’insider trading alla legge 231, o anche il reato di concussione per induzione. Le pare che questi reati siano spariti?»
No, non erano spariti. E non sarebbero spariti.
Pochi mesi prima, commentando a Radio Radicale gli arresti del Mose, aveva tirato fuori Tacito. «Corruptissima re publica, plurimae leges.» Più la repubblica è corrotta, più promulga leggi. Duemila anni e non si vedono spiragli di novità, diceva. E poi il consiglio diretto a Renzi, che suonava quasi come una supplica: «Direi al presidente del Consiglio di lasciar stare le pene, le leggi penali, i nuovi reati. Le leggi ci sono, le pene sono già stratosferiche.»
Stratosferiche. Parola sua.
Il Nordio procuratore aveva le idee chiarissime. Ripeteva che la filosofia dei nuovi reati «crolla di fronte al fatto che sono inapplicabili». Spiegava che se uno ruba in tre case diverse può teoricamente prendere trent’anni ma nella realtà ne sconta zero. Che il problema non sono le pene ma il guazzabuglio normativo, la giungla di leggi che dà al pubblico ufficiale corrotto una discrezionalità assoluta. «Poche leggi e procedimenti semplificati», diceva. «La confusione normativa rende l’uomo ladro.»
E la soluzione? «I corrotti non vanno solo puniti, vanno disarmati. Bisogna tagliargli le unghie.» Le unghie, non la libertà personale dei cittadini.
Diceva anche, nel 2018, sulla Fondazione Einaudi, che l’aggravamento delle pene è «inutile e irrazionale», che le nostre pene sono «esageratamente alte» e che ai loro aumenti non corrispondono le diminuzioni dei reati. L’omicidio stradale, scriveva, è «l’ultimo di questi prevedibili fallimenti».
Prevedibili. Questa è la parola chiave. Perché tutto quello che è successo dopo era prevedibile. Solo che a prevederlo era stato proprio lui, e poi ha fatto finta di dimenticare.
Arriviamo al 22 ottobre 2022. Nordio giura come ministro della Giustizia del governo Meloni. Il primo annuncio: «forte depenalizzazione». La velocizzazione della giustizia, dice, transita attraverso una riduzione dei reati. «Bisogna eliminare questo pregiudizio che la sicurezza e la buona amministrazione siano tutelati dalle leggi penali: questo non è vero.»
Perfetto. Il procuratore illuminato è finalmente al comando. Adesso le cose cambieranno.
No.
Il governo Meloni, con Nordio alla Giustizia, ha varato quarantotto nuovi reati. Quarantotto. Non una riduzione, non una semplificazione, non una depenalizzazione. Quarantotto nuovi reati. L’esatto contrario di tutto quello che il Nordio procuratore aveva predicato per trent’anni.
L’elenco è un monumento all’ipocrisia. Nuovi reati, pene più alte, giri di vite securitari. Il reato di rave party, inventato in una notte per cavalcare un caso di cronaca. Il reato di maternità surrogata commesso all’estero, un’aberrazione giuridica che trasforma in criminali cittadini che fanno qualcosa di perfettamente legale nel paese dove si trovano. L’inasprimento delle pene per chi protesta, per chi blocca una strada, per chi occupa un edificio. Il daspo urbano, le zone rosse, i fogli di via.
E poi il capolavoro: il fermo di persone sospette anche in assenza di reato. Fermare un cittadino senza che abbia commesso nulla. Il procuratore che citava Tacito e invocava il garantismo, il diritto, la presunzione d’innocenza, è lo stesso uomo che da ministro firma norme che consentono di privare della libertà personale qualcuno sulla base di un sospetto.
Non è un cambio di opinione. Non è una maturazione del pensiero, un adattamento alla realtà. È una resa incondizionata, il prezzo del potere pagato con la propria credibilità intellettuale.
Perché il punto è che Nordio aveva ragione. Aveva ragione quando diceva che le pene non servono se non sono certe. Aveva ragione quando diceva che la corruzione si combatte semplificando le leggi, non aggiungendone. Aveva ragione quando avvertiva che ogni governo avrebbe reagito ai fatti di cronaca con «nuovi reati e nuove pene» e che quella era «una strada assolutamente sbagliata».
Aveva ragione. E poi ha imboccato quella strada sbagliata, camminandoci sopra con la disinvoltura di chi ha dimenticato tutto. O di chi ha deciso che dimenticare conviene.
Nell’aprile 2015 lo disse con una frase che oggi suona come un’autoaccusa: «Più la Repubblica produce leggi, più fornisce strumenti di corruzione.» Lo ripeteva ossessivamente. E aggiungeva: «Mai magistrati in politica. Un magistrato non deve mai fare politica né prima né durante né dopo aver cessato la carica.»
Eccolo, il procuratore che non doveva fare politica, seduto a via Arenula. Eccolo, il garantista che firmava 48 nuovi reati. Eccolo, l’uomo che voleva «poche leggi chiare» e che ha contribuito a rendere l’ordinamento ancora più caotico, ancora più punitivo, ancora più inapplicabile.
La verità è semplice. Nordio procuratore poteva permettersi il lusso dell’intelligenza perché non doveva rendere conto a nessuna coalizione. Poteva citare Tacito e Senofane perché non c’era un Salvini che spingeva per il pugno duro, una Meloni che voleva la foto con le manette, un elettorato affamato di vendetta travestita da sicurezza.
Nordio ministro è un uomo addomesticato. Ha barattato ogni principio con la permanenza al governo. Ha ingoiato ogni contraddizione. Ha firmato ogni norma che il Nordio procuratore avrebbe demolito in tre minuti con una citazione latina e un sorriso di compatimento.
E il paradosso finale è questo: nessuno può accusarlo di non sapere. Sa perfettamente che quei quarantotto nuovi reati non serviranno a niente. Sa che le pene inasprite non ridurranno i crimini. Sa che fermare le persone senza reato è una violenza giuridica. Lo sapeva prima di tutti gli altri. Lo ha detto prima di tutti gli altri. Lo ha scritto, pubblicato, ripetuto.
Solo che adesso fa finta di non ricordare. Come quei politici che lui stesso, da procuratore, disprezzava.
La prossima volta che Nordio parlerà di giustizia, di garantismo, di eccesso di penalizzazione, qualcuno dovrebbe avere la cortesia di leggergli le sue vecchie interviste. Non per farlo vergognare, perché la vergogna richiede una coerenza che lui ha già perso. Per ricordare a tutti noi che in Italia il potere non corrompe solo con le mazzette. Corrompe anche le idee, i principi, le convinzioni di una vita intera.
Tacito lo sapeva duemila anni fa. Nordio lo sapeva nel 2015. Nel 2026, ha scelto di dimenticarlo.
Ciao, sono Alberto Trentini, mi trovo in un carcere a Caracas dal 15 novembre, nessuno, nelle istituzioni, si è occupato di me con la stessa fretta con cui sono stati affrontati casi simili al mio e l'ultima notizia che parla degli appelli di mia madre risale a tre settimane fa
"It's hypocrisy to call yourself a Christian and chase away a refugee or someone seeking help, someone who is hungry or thirsty, toss out someone who is in need of my help... If I say I am Christian, but do these things, I'm a hypocrite."
- Pope Francis
Is this the US speaking or Russia?
Thank you for the lessons, Mr Vance, but if you speak of democracy while supporting Europe's far right, you have no legitimacy. #MSC
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