Il vertice NATO conclusosi ieri ad Ankara ha visto tutti vincitori, incluso chi, come l’Ucraina, non è neanche membro dell’Alleanza, ed un solo sconfitto: Vladimir Putin.
L’incontro che molti si aspettavano essere quello della rottura si è invece chiuso con posizioni di inconsueta chiarezza, date le premesse. In fondo gli USA raggiungono il loro obiettivo di scrollarsi di dosso il costo della difesa europea e i partner europei accettano a loro volta di farsene carico guadagnandone in termini di autonomia strategica da Washington e la rassicurazione che il parziale disimpegno americano non includerà il supporto logistico, di intelligence e l’ombrello nucleare.
A sorprendere però è soprattutto il completo cambio di registro di Trump sulla questione ucraina. L’individuazione della Russia come “minaccia a lungo termine” per i membri del Patto da un lato segnala il completo fallimento del tentativo di Mosca di allontanare la Casa Bianca dal sostegno a Kyiv e dall’altro evidenzia il tramonto forse definitivo dell’asse Mosca-Washington che era sembrato concretizzarsi dopo il fiabesco vertice di Anchorage.
Va detto che non c’è di fatto alcun sostegno da parte del tycoon al rispetto del diritto internazionale o alle ragioni astratte di un paese criminalmente invaso, ma solo la convinzione che l’Ucraina sia quella che ha ora maggiori chance di vittoria e che sia dunque il giocatore sul quale è più vantaggioso scommettere. E Trump lo fa con “fiche” pesanti come l’incoraggiamento a colpire a fondo le infrastrutture energetiche russe e concedendo la licenza per l’autoproduzione di Patriot, dei quali la difesa aerea di Kyiv ha un disperato bisogno.
Un’apertura che stavolta potrebbe non essere solo un biglietto vincente occasionalmente pescato nella lotteria quotidiana degli umori di Trump. Sembra infatti che l’intelligence USA abbia convinto il Presidente dell’impantanamento delle truppe russe sul campo e lo abbia ragguagliato sul pessimo stato nel quale versa l’economia russa, a riprova di quanto efficaci siano state le sanzioni commerciali europee e quelle cinetiche ucraine, ma soprattutto premiando la determinazione di un popolo che ha dimostrato incredibile coraggio davanti alla tragedia.
La nuova situazione di fatto segna peraltro l’implicito rifiuto da parte americana del “pacchetto Dimitriev” una proposta di colossali investimenti russi ed accesso privilegiato da parte di aziende occidentali alle risorse energetiche e minerarie del paese in cambio della rinuncia alla dedollarizzazione (fissata come obiettivo dei BRICS), e mette una pietra tombale sulle prospettive immediate di una normalizzazione delle relazioni commerciali, che anche dalle nostre parti trovano innumerevoli sponsor.
Il messaggio in questo senso è chiaramente quello di una garanzia di sostegno a lungo termine per l’Ucraina, a fronte di un rapido ed ormai probabilmente irreversibile deterioramento della situazione militare ed economica della Russia, elementi che rendono ridicole le già improbabili pretese di Mosca in ipotetici colloqui di pace, mai realmente voluti da Putin.
Il Cremlino è in un vicolo cieco ed ha oggettivamente perso la guerra. Rinviare la dichiarazione di sconfitta, spacciando vittorie tattiche per trionfi strategici, farà solo salire il conto che l’intero paese dovrà pagare all’Ucraina e alla storia.
Per sfuggire alle indagini Nigel Farage ha provocato un’elezione suppletiva, cercando una nuova investitura popolare. Ma i partiti gli hanno sfilato il terreno sotto i piedi, lasciandolo solo contro Lord Binface.
Voleva trasformare un’indagine parlamentare in una prova di forza con il sistema. Ha invece ottenuto una campagna elettorale contro un bidone della spazzatura.
Il mio pezzo in thread
Grande spazio nei commenti oggi al flop della manifestazione di Napoli, di cui onestamente mi interessa poco.
Mi interessa molto di più la mancanza di indignazione rispetto alle parole-gravissime e molto pericolose- che Giuseppe Conte ha scandito dal palco: la minaccia russa sarebbe una costruzione politica per giustificare il riarmo.
Non è una sorpresa il putinismo di Conte, ma è una assoluta novità il fatto che queste affermazioni vengano fatte da un palco ufficiale del Campo Largo senza che questo generi una presa di distanza degli altri leader presenti.
In tutta Europa affermazioni del genere causerebbero la reazione immediata dei leader democratici che ricorderebbero, immediatamente che per l’intelligence di mezzo mondo la Russia rappresenta una minaccia strategica concreta e di lungo periodo.
A Napoli invece, ancora una volta, Schlein ha fatto finta di niente, e come sempre si finge morta.
Riproporre fedelmente la narrazione del Cremlino è dunque una posizione tollerata dal Campo largo?
Dovevano mostrarci l’alternativa e ci hanno mostrato ancora una volta che sono capaci di ingoiare tutto pur di tenere insieme i brandelli di una coalizione che non esiste e che è distante anni luce da posizioni europeiste e riformiste.
Nessun imbarazzo del Pd, ma anche di tutti quelli che ci raccontano di voler fare la “gamba” riformista lì dentro?
Io sono allibita e molto preoccupata: il silenzio di fronte ad affermazioni così gravi è complicità, cari amici.
E allora io vi chiedo di indignarvi, di reagire, di prendere le distanze.
La storia dei democratici italiani non merita questo epilogo.
Di certo non chiamatelo mai più centrosinistra, il campo largo è strutturalmente e definitivamente altro.
I cari vecchi metodi del KGB sono ancora realtà. Ecco perché serve investire nella Difesa.
I gravissimi arresti compiuti oggi a Roma per spionaggio a favore della Russia dimostrano, purtroppo, che la guerra fredda informativa non è mai finita. Reclutamento tramite denaro, accesso abusivo a sistemi informatici, utilizzo di coperture diplomatiche: siamo di fronte ai classici metodi operativi del vecchio KGB, ereditati oggi dall'FSB e dai servizi russi, ancora tragicamente in auge nel cuore dell'Europa e delle nostre istituzioni.
Quando parlo di sicurezza nazionale e della necessità impellente di aumentare gli investimenti e le spese per la difesa, l'opinione pubblica tende a pensare solo a mezzi militari e armamenti.
Ma la realtà è molto più complessa e pervasiva. Investire nella difesa oggi significa prima di tutto:
potenziare il controspionaggio e la capacità di screening interno,
blindare la cybersicurezza e l'accesso ai sistemi informatici strategici, fornire strumenti e risorse adeguati alle nostre forze dell'ordine e ai servizi di intelligence per neutralizzare le minacce ibride prima che danneggino lo Stato.
Esprimo il più profondo ringraziamento ai Carabinieri del Ros e alla magistratura per aver sventato questa minaccia.
Questo episodio sia da monito per tutti: la sicurezza non è un costo da tagliare, ma un investimento vitale per proteggere la nostra democrazia e la nostra sovranità da chi tenta di destabilizzarci dall'interno.
> Be Federico Faggin
> Born in Vicenza, Italy, in 1941.
> Study physics. Become obsessed with semiconductors.
> Move to Silicon Valley in your 20s.
> Get hired at Intel.
> Design the first commercial microprocessor by hand.
> The Intel 4004. The chip that started everything.
> Help lay the foundation for every computer, smartphone, and AI system that follows.
> Receive the National Medal of Technology and Innovation from the President of the United States.
> Barely anyone in Italy knows your name.
> Meanwhile, Italy names airports after politicians.
> Be one of the reasons the modern world computes.
> Be Italian.
«Una magistrata del Tribunale di Palermo, giudice civile, era stata chiamata a rispondere davanti alla Sezione disciplinare del CSM per gravi ritardi nel deposito dei provvedimenti.
Il problema?
Secondo quanto ricostruito nella sentenza, si parlava di 182 sentenze depositate in ritardo, 32 sentenze ancora da depositare all’esito dell’ispezione, 77 ordinanze depositate in ritardo, 11 ordinanze ancora non depositate e 178 decreti ingiuntivi depositati oltre 120 giorni.
In tutto, la Cassazione parla di oltre 480 provvedimenti depositati in ritardo nell’arco di cinque anni.
Alcuni ritardi erano ultrannuali.
Uno arrivava fino a 1.210 giorni.
Cioè oltre tre anni.
Eppure il CSM, pur ritenendo configurato l’illecito disciplinare, aveva applicato l’esimente della “scarsa rilevanza del fatto”.
In sostanza: il fatto c’era, ma non era così grave da meritare conseguenze disciplinari.
Perché?
Tra gli elementi valorizzati c’erano la stima dei colleghi, la considerazione del Foro locale, la complessità delle cause, lo scrupolo nello studio e la qualità dei provvedimenti.
La Cassazione però non ci sta.
Le Sezioni Unite dicono una cosa molto semplice: il ritardo nel deposito di centinaia di provvedimenti civili, con picchi di oltre tre anni, non può essere trattato come una condotta episodica e occasionale.
La Corte aggiunge un altro principio molto netto: il bene leso non è solo l’immagine del singolo magistrato.
È anche l’interesse delle parti a ottenere una risposta di giustizia in tempi adeguati.
Il cittadino comune, davanti a una situazione del genere, si chiede una cosa semplice: “ma se aspetto una sentenza per anni, davvero il problema può diventare irrilevante perché il giudice è stimato e scrive bene?”
La Cassazione risponde: no.
Certo, la decisione finale ora tornerà alla Sezione disciplinare del CSM, in diversa composizione.
Quindi non siamo davanti a una sanzione definitiva.
Ma almeno un dato resta: la lentezza della giustizia non è solo un fastidio statistico.
È una lesione concreta per chi aspetta una decisione.
E quando i ritardi diventano centinaia, chiamarli “episodici” diventa difficile.
Molto difficile.»
— @danilo_scarlino (pag. FB ‘Insieme per una Giustizia Giusta’)
“Se riusciremo a diventare membri dell'UE, sarà un grandissimo traguardo.
Se, per qualche motivo, l'Unione Europea decidesse di non allargarsi ulteriormente, ne trarremmo comunque un enorme vantaggio, perché saremmo un Paese pienamente conforme agli standard europei.
E questo non lo facciamo per l'Unione Europea, ma per i cittadini della Repubblica d'Armenia”.
Il premier armeno Pashinyan, appena uscito vincitore da elezioni cruciali che hanno confermato la volontà del popolo armeno di sottrarsi alla sfera russa ci ricorda perché, mentre da noi molti criticano l’Europa e propongono un avvicinamento alla Russia, per il resto del mondo rimaniamo un presidio di democrazia e libertà.
La sentenza pronunciata oggi dalla Corte di Giustizia dell’Unione europea chiarisce, se mai ce ne fosse stato ancora bisogno, che il divieto previsto dall’articolo 2-septies, paragrafo 1, del regolamento (UE) n. 833/2014, come modificato dal regolamento (UE) 2022/350, impedisce in qualunque forma la diffusione dei contenuti di Russia Today e delle altre emittenti individuate dall’Unione europea come strumenti della guerra ibrida del Cremlino.
La Corte afferma infatti che è “irrilevante che la diffusione dei contenuti vietati sia effettuata o meno nell’ambito di un’attività economica” e che il concetto di “operatore” comprende “qualsiasi persona responsabile, direttamente o indirettamente, della messa a disposizione dei contenuti vietati, anche nell’ambito di un’attività non retribuita”.
Alla luce di questa sentenza è ancora più inaccettabile che in Italia continuino a svolgersi manifestazioni ed eventi pubblici dedicati alla diffusione di questi materiali di propaganda, spesso utilizzando perfino il marchio di Russia Today, e che gli stessi contenuti, insieme alla loro promozione, continuino a circolare di fatto liberamente sulle principali piattaforme social.
Tutto questo avviene, per stessa ammissione del Governo, perché l’Italia non ha ancora individuato le autorità nazionali competenti a garantire l’applicazione del regolamento europeo e ad accertare e sanzionare le relative violazioni.
Non esistono più alibi, Presidente Meloni, è urgentissimo intervenire per impedire agli osceni cantori della propaganda putiniana di inquinare ancora il nostro dibattito pubblico
Sì D’Orsi, mi riferisco a lei
Sì Basile, mi riferisco a lei.
Sì, Lucidi, sì, Lorusso, mi riferisco esattamente a voi, e a tutto il vostro grottesco circoletto di finti intellettuali e finti giornalisti asserviti al regime del Cremlino.
Le norme europee devono essere applicate integralmente anche nel nostro Paese.
Lasciare senza attuazione un regolamento adottato per contrastare la guerra ibrida della Russia significa indebolire la sicurezza democratica dell’Italia e dell’Unione europea
Da quello che sembra, il primo ministro Meloni salterà il prossimo summit della NATO in Turchia, che si preannuncia essere molto importante.
I motivi dietro a questa decisione infelice sarebbero la paura di venir criticata perché l’Italia blocca lo stanziamento dei fondi per gli aiuti militari NATO all’Ucraina nel 2027 e, molto probabilmente, il fatto che non vuole interazioni con “TRUMP”, dopo lo scambio conflittuale che ha avuto con lui recentemente.
Sarebbe estremamente grave. Sulla questione Ucraina non c’è molto da dire: Meloni deve esserci e l’Italia deve partecipare pienamente al supporto militare. Su “TRUMP” invece… ormai sappiamo come funziona: sarà sufficiente presentarsi con un orologio placcato in oro da regalargli e la concordia tornerebbe in men che non si dica.
Per favore, evitiamo boiate proprio ora.
🚨 CHINA LE ROBÓ LA IA A ANTHROPIC.
Y lo hicieron durante 45 días seguidos.
Anthropic acaba de acusar a Alibaba de lanzar el mayor ataque de robo de IA de la historia.
El objetivo: extraer las capacidades de Claude… sin pagar ni un dólar.
Cómo lo hicieron:
→ Crearon casi 25.000 cuentas falsas
→ Ejecutaron 28,8 millones de conversaciones con Claude
→ Todo entre el 22 de abril y el 5 de junio de 2026
El método se llama “ataque de destilación”.
Básicamente: entrenan tu propio modelo… con las respuestas del modelo de tu competidor.
Anthropic tiene a Claude bloqueado en China.
Alibaba encontró la forma de saltárselo igualmente.
Y no fue solo Alibaba.
DeepSeek, Moonshot AI y MiniMax también están en la lista.
Anthropic ya envió una carta al Senado y a la Casa Blanca.
Piden medidas urgentes.
La guerra por la IA no es solo tecnológica.
Es una guerra de espionaje industrial.
Y acaba de hacerse pública.
Notizia bella e vera, ma il titolo va precisato, perché il dato reale è comunque ottimo e non serve gonfiarlo. Eni non è "prima al mondo" in assoluto, il suo nuovo HPC7 è 6° nella classifica Top500 di giugno 2026, e il primato vero è un altro, più specifico ma significativo; Eni è la più potente azienda al mondo per potenza di calcolo a uso industriale. Il n°1 assoluto è il cinese LineShine, con 2,2 exaflop.
Il "miliardo di miliardi di operazioni al secondo" (un exaflop) è la somma di HPC6 e HPC7 messi insieme, che superano quella soglia. È un risultato notevole lo stesso: un'azienda energetica privata che gioca nella stessa lega dei grandi laboratori nazionali.
Il punto interessante è perché Eni ha tutta questa potenza, simulazione di giacimenti, certo, ma sempre più modellazione di fenomeni complessi come il plasma per la fusione a confinamento magnetico, sviluppo di biocarburanti e AI interna. È uno dei pochi casi in cui un'azienda italiana è davvero alla frontiera mondiale del calcolo. Bene così, ma raccontiamolo con i numeri giusti.
Gusarov, corrispondente di RT, definisce, davanti a Vladimir Putin, i documentari di RT proiettati in Italia come un'"arma strategica".
Cos'altro devono fare per farci capire che è guerra a tutti gli effetti?
@GuidoCrosetto@pinapic@CarloCalenda@mlombardo81@f_onori@nomfup
Impossibile non arrabbiarsi leggendo questo passaggio nel nuovo libro di @RiccardoTrezzi sul declino italiano:
« Sommando i bonus edilizi e il PNRR si arriva all’incredibile cifra di 466 miliardi di euro, una follia per tempistiche, modalità e ammontare. Ma soprattutto una cifra senza senso visti i risultati: il PIL italiano nel 2024 è cresciuto dello 0,7 percento e le previsioni per i prossimi anni rimangono dello zerovirgola. Aver buttato via 466 miliardi di euro ha avuto un costo enorme. Con quella cifra, tra le altre cose, si sarebbero potuti finanziare i centri delle idee e della formazione, cioè le università pubbliche italiane.
[...] Per fare un esempio numerico, l’Università di Pavia ha ricavi annui (contributi ministeriali più altri proventi) per circa 280 milioni di euro. Se dei 466 miliardi spesi dal 2020 ad oggi ne fossero stati assegnati 10 a una di quelle università come fondo di dotazione investito al 5% (stima molto cauta), l’ateneo avrebbe avuto altri 500 milioni a disposizione ogni anno. [...] Se poi all’università fossero stati assegnati 40 miliardi di euro – cosa che, ricordiamo, sarebbe stata possibile, dato che si è speso più di dieci volte tanto –, allora quell’università avrebbe avuto 2 miliardi (!) all’anno aggiuntivi, ovvero avrebbe avuto le risorse per attirare i migliori ricercatori del mondo.
Questo è quanto abbiamo gettato via solo negli ultimi tempi. C’è forse un simbolo più evidente del declino italiano? »
Fotografia di un declino - molto consigliato per acquisire consapevolezza sulle riforme strutturali e dirompenti di cui l'Italia ha immenso bisogno.
Allora non sono d'accordo.
Superbonus et similia e PNRR hanno avuto un impatto poderoso sulla ricchezza degli italiani.
Sulla ricchezza degli italiani ricchi. Questi 500 miliardi che hanno generato extracrescita nazionale = 0(zero) a differenza di un lancio dall'elicottero, che avrebbe arricchito in egual misura i ricchi(g10) e i poveri(g5) é stato massimamente intercettato dal 10% degli italiani che meno ne aveva bisogno ed é stato pagato(e verrà pagato) da quel 10% di italiani(la classe media, g6) che dal Governo Monti in poi non fa che impoverirsi ed é ben lungi dal recuperare la patrimonializzazione raggiunta nel 2009(tra un po' saranno vent'anni di impoverimento). Oggi si tenta di perpetuare questo trasferimento criminale proponendo nuove tasse(vedi IMU sulla prima casa o innalzamento aliquote regime forfettario o perversioni similari di varia ed avariata natura) .
Mi auguro che gli italiani interessati inizino a combattere per riprendersi quanto loro é stato tolto in maniera fraudolenta. Senza cedere un millimetro.
Saluti,
🚨🪖🇺🇸 Buonanotte/buongiorno a tutti. Capisco bene che alle 4:00 di notte ci sia di meglio da fare - ad esempio dormire - ma ognuno di noi ha le proprie ossessioni. La mia è probabilmente non lasciarvi senza una notizia che purtroppo non troverete mai e poi mai in un tg.
Eppure è una notizia importantissima, una delle peggiori che mi sia ritrovato a scrivere in questo periodo.
Ora, guardate questa fotografia. È uno scatto entrato nella storia. Chissà se vi si accende una lampadina. Facciamo subito clic: è Chris Donahue, anno 2021, nel corso di un ritiro rocambolesco e per molti versi disastroso. È l’ultimo “soldato” americano a lasciare l’Afghanistan. E che soldato! All’epoca guidava la mitologica 82esima Divisione Aviotrasportata. Avrebbe potuto lasciare ad altri, a un sottoposto, il compito di chiudere la porta prima di andare via. Avrebbe potuto delegare per restare esposto per il minore tempo possibile agli imprevisti di una notte da incubo. Avrebbe potuto, ma non è mai stato nel suo stile.
Attraversando due decenni, Donahue è stato il perfetto esempio di ciò che un bravo soldato dovrebbe essere. Ha combattuto in Medio Oriente, lo ha fatto in prima linea, ha dato la caccia a terroristi di ogni risma, si è guadagnato la stima dei commilitoni, fino a diventare un comandante leggendario della Delta Force. Superati i 55, quando i muscoli e i riflessi non potevano più essere reattivi come venti o trent’anni prima, ha messo la sua esperienza al servizio degli Stati Uniti. Ha cercato di imparare dalle lezioni della guerra in Ucraina per ammodernare le forze armate a stelle e strisce. È stato a lungo considerato un papabile per la nomina a Capo degli Stati Maggiori Riuniti, fino a quando non venne indicato da Joe Biden per il prestigioso ruolo di comandante delle forze americane per il teatro di Europa e Africa.
È in queste vesti che Chris Donahue si è caratterizzato come uno dei principali sostenitori dell’Ucraina, uno di quei generali che hanno spesso compensato l’ambiguità della politica con decisioni operative capaci di fornire a Kyiv ossigeno nei momenti più difficili, e agli Alleati garanzie sul fatto che gli Stati Uniti, dopotutto, continuano a essere gli Stati Uniti.
Ecco, la notizia che stanotte mi porta a non dormire è che Donahue va via. L’ufficialità dovrebbe arrivare nelle prossime ore. E c’è da scommettere che nel suo passo indietro non citerà le reali ragioni dell’addio. Non dirà probabilmente dei dissidi con il capo del Pentagono, Pete Hegseth, non dirà delle purghe che diversi suoi colleghi hanno già subito, e non dirà che proprio lui - che per anni ha rappresentato quanto di meglio si possa dire su un soldato a stelle e strisce - viene oggi ritenuto “incompatibile” con il nuovo modello di “guerriero americano” che questo Pentagono intende costruire.
Quando un ufficiale in pensione ha appreso la notizia, ha commentato disgustato, senza filtri: “È interessante che il tizio che dice di voler riportare la cultura del guerriero stia espellendo i più grandi guerrieri nei ranghi dell’Esercito. Questa non è una guerra contro il woke. È una guerra contro i guerrieri”.
Mi permetto di aggiungere che è anche una guerra contro gli Stati Uniti, destinati a diventare più deboli e meno professionali quando le porte girevoli della politica determinano le decisioni che dovrebbero riguardare unicamente il merito e le forze armate. Donahue dovrebbe essere così almeno il sesto generale dell’Esercito a tre o quattro stelle a lasciare in modo inatteso, su circa 60 generali che ricoprono quei gradi.
Ed è vero che nessuno è indispensabile, che ci sono altre decine e decine di ufficiali pronti a tenere la barra dritta, a ricordare cosa sono gli Stati Uniti, a dire che le forze armate proteggono il Paese, che rifiutano di fare politica, che i generali sono pagati per dare risposte difficili. Ma non c’è modo di metterla diversamente: l’uscita di scena di Donahue è una pessima notizia.
Riguardate quella foto un’ultima volta: ore 23:59 del 30 agosto 2021. Kabul. Una notte infinita. Il generale si assicura che sia tutto in ordine, che nessuno sia rimasto indietro, poi volge lo sguardo a ciò che dopo l’11 settembre è stato parte integrante della sua vita. Forse con un più di un rimpianto, forse pensando che “non doveva finire così”. Un minuto prima della scadenza sale a bordo dell’ultimo aereo militare che decolla dall’Afghanistan.
È stato l’ultimo a partire, oggi è l’ultimo generale a finire nel tritacarne di una macchina che divora i migliori.
Sì, sono tempi difficili. Lo saranno ancora di più.
Se hai apprezzato questo approfondimento, ti chiedo di fare ciò che hai rimandato finora. Da questo dipende la permanenza online del Blog. Premia il mio impegno, iscriviti ora: https://t.co/HPfjUHUqMm e se leggi da iPhone non dimenticare di scaricare l’app: https://t.co/ZHMTBOuJ48
Grazie davvero, per l’attenzione e per il supporto.
Allo studente di Latina che ha scoperto 20 errori da parte del ministero nella prova di esame del liceo musicale, intanto bisognerebbe dire: promosso!
Poi al ministero che ha risposto che, vabbè, è una roba raffazzonata ma la prova è comunque valida, bisognerebbe dire: siete dei geni!!
È evidente che il mondo si sta orientando verso un fastidio generale nei confronti della sapienza. Sempre più persone ignoranti occupano posti chiave. Anche l'umiltà difetta ai nuovi vincitori: rispondono con arroganza a chi gli fa notare la loro povertà di giudizio. Il meccanismo dell'Idiocracy è sempre più difficile da combattere, perché sembra che anche il mercato, con le sue intelligenze commerciali, stia sostituendo l'intelligenza dell'analisi e le conquiste dello studio con risultati preconfezionati che saranno sempre più precisi ma sempre più mediocri. Io mi vergognerei di usurpare il posto a chi sa più di me su determinati comparti amministrativi, ma pare che anche la vergogna sia stata estromessa dal corredo del vivere sociale.
È poi, oltre alla sapienza, c'è l'intelligenza. Qua siamo in un altro comparto dell'esistenza, dove a riconoscere chi sia più o meno intelligente, c'è altra gente più o meno intelligente. L'è dura! E non puoi mica dare la colpa all'idiota di essere idiota. Ora però la situazione si sta rovesciando e l'idiota, con orgoglio, può dare la colpa all'intelligente di essere intelligente. Il teorema di Umberto Eco, secondo il quale si sta mettendo sullo stesso piano la parola di un sapiente e quella di un imbecille si sta dimostrando in tutta la sua crudeltà.
Natalino Balasso
In questa intervista il microfono di #GiuseppeConte non si è spento, è stato colpito da un’ischemia - che è stato il rischio che ho rasentato anche io nel sentirgli dire che, GRAZIE al superbonus, il PIL nel periodo 2021-2023 è cresciuto del 5% invece che del 2,5% e che lo dice @bancaditalia.
Io, fossi nell'istituto eserciterei subito il diritto di rettifica, dato che il loro report dice l'esatto contrario: al netto della normale ripresa dei consumi post-lockdown, l'impatto reale dei bonus nel quadriennio è stato di appena 3 punti totali. Il testo spiega inoltre che la misura ha generato meno di 90 centesimi di PIL per ogni euro speso, finendo solo per gonfiare il debito pubblico, dunque che il miracolo economico che il soggetto continua a millantare è falso e strumentalizzato per i suoi amici con le villette.
Siccome sono stanca di essere manipolata civicamente, sono andata a cercarmi il report ufficiale di Banca d'Italia cui Conte si riferisce, il numero 860, che nella sua sinossi riporta testuali parole:
“Il lavoro analizza l'impatto economico di due crediti di imposta, il "Bonus facciate" e il "Superbonus 110%", attivi in Italia dalla seconda metà del 2020 con l'obiettivo di stimolare il settore delle costruzioni attraverso investimenti mirati a migliorare l'efficienza energetica e le caratteristiche antisismiche ed estetiche degli edifici residenziali. Le due misure hanno comportato una spesa di oltre 170 miliardi nel periodo 2021-23 (circa il 3 per cento del PIL in media d'anno). La valutazione dei loro effetti viene realizzata confrontando l'andamento della spesa per investimenti residenziali dell'Italia con quello di alcuni paesi europei che non avevano adottato programmi simili (cd. "metodo del controllo sintetico").
Si stima che circa un quarto della spesa relativa agli investimenti sussidiati (oltre 45 miliardi) sarebbe stata effettuata anche in assenza degli incentivi. Questo risultato implica che il moltiplicatore fiscale sia stato inferiore all'unità, ossia che i benefici per il complesso dell'economia in termini di valore aggiunto siano stati più bassi rispetto ai costi sostenuti per le agevolazioni.”
Sull’argomento “miracolo economico”, questo report, se letto nel dettaglio, lo smentisce: al netto della normale ripresa dei consumi e delle attività dopo i lockdown, il contributo reale dei bonus edilizi alla crescita totale del 13,5% registrata nel quadriennio è stato solo di circa 3 punti percentuali; il report spiega chiaramente che la misura è costata allo Stato molto più della ricchezza che ha effettivamente generato, dato che per ogni euro speso l'economia ha guadagnato meno di 90 centesimi di PIL. Dunque, non essendoci stata una crescita sufficiente a ripagare l'investimento, le “entrate extra” non hanno coperto i costi e la differenza ha finito per gonfiare il debito pubblico.
E siccome non mi fido del soggetto, e faccio bene, scopro che l’affermazione secondo cui il superbonus era una misura introdotta da Tremonti è anche essa strumentalizzata in modo propagandistico: esistono infatti due misure, una riferita alle imprese per l'acquisto di macchinari ( legge Tremonti) e l'altra riferita alle ristrutturazioni delle abitazioni private delle persone fisiche fino a 150 MILIONI DI LIRE (introdotta in realtà dal governo Prodi) ((ma chiedo a chi era più politicamente attivo di me, al tempo, dettagli per capire meglio)). In ogni caso, io, di proposte del 110% destinate per l'86% a villette e unifamiliari – favorendo i redditi medio-alti – e create apposta per gonfiare i costi perché tanto pagava lo Stato senza che nessuno avesse interesse a risparmiare, non ne vedo tracce storiche.
Basta farci trattare come degli analfabeti imbecilli, compatrioti, vi prego.