I have just realized that it is almost 10 full years that I work as a researcher. This is what I would have loved to have learned from day 1 of this amazing adventure.
A thread with 9 FUNDAMENTAL advice and golden rules to first-year PhDs.
#AcademicTwitter#academia
"Per fare l’Europa, serve anche e soprattutto la cultura popolare."
(Un pezzo molto serio scritto tutto d'un fiato a cui tengo molto)
https://t.co/dQiueMj2tE
A Terni il voto regionale ha evidenziato delle differenze rispetto al resto dell'Umbria: qualche riflessione con @lu_cecco 🤜🤛 Grazie a @umbriaOn 🙏 https://t.co/48IXyJ4qhb
✨✨✨ Il libro "Capire il populismo" curato da @PetraGuasti e il sottoscritto è già disponibile per il pre-ordine e uscirà ufficialmente giovedì 31 ottobre!
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Col collega, amico e conterraneo @lu_cecco, ho avuto il piacere di condividere qualche riflessione da una prospettiva politologica su Terni e l'Umbria in vista delle prossime regionali. Su @umbriaOn 👇https://t.co/ShJxq9JbtV
"Perfection is impossible.
In the 1,526 singles matches I played in my career, I won almost 80% of those matches.
But what percentage of points did I win?
54%
In other words, even top ranked tennis players win barely more than half the points they play.
When you lose ever second point on average, you learn not to dwell on every shot.
You teach yourself to think:
'Okay, I double faulted...it's only a point.'
'Okay, I came to the net and I got passed again...it's only a point.'
Even a great shot, an overhead backhand smash that ends up on ESPN's top 10 playlist – that too is just a point.
Here's why I'm telling you this.
When you're playing a point, it has to be the most important thing in the world. And it is.
But when it's behind you, it's behind you.
This mindset is crucial – because it frees you to fully commit to the next point with intensity, clarity, and focus."
–@rogerfederer
"Vi racconto una storia. Sono una ex dottoressa di un ospedale pediatrico di Phoenix. Quando vivevamo lì, spesso la mia strada e quella di mio marito Tom (ex responsabile marketing dei Phoenix Suns) si incrociavano nei rispettivi lavori. Un cardiologo pediatrico con il quale lavoravo mi chiese se Tom potesse procurare una qualsiasi cosa autografata da qualcuno dei Lakers per un piccolo paziente terminale di 5 anni, che si chiamava Kobe. Veniva da una di quelle riserve di nativi americani dove il basket è una religione. Chiamai Tom per fargli questa richiesta, immaginando che sarebbe stato praticamente impossibile riuscire a ottenere qualcosa. I Lakers sarebbero venuti a giocare contro i Suns quella settimana.
Il giorno dopo Tom mi telefonò e mi disse: “Lo farà!”.
Io ero emozionata e immaginavo che sarei riuscita a portare una palla o qualcos’altro al lavoro.
Tom mi rispose: “No, ha letto il tuo messaggio e vuole venire di persona e incontrare il bambino”.
Ero scioccata!
Quindi il giorno successivo, grazie all’aiuto della famiglia Colangelo, una limousine portò Kobe Bryant fino al mio ufficio. In una coltre di segretezza – né la security ne i PR erano stati informati (ho passato un po’ di casini per questo ma ne è valsa la pena!) – tutti e tre salimmo da una scala sul retro fino alla stanza di questo bambino nel reparto cardiaco di terapia intensiva. Per quasi un’ora giocarono con una palla da basket, passandosela e ripassandosela, con il piccolo Kobe che rideva e la sua dolce mamma che sorrideva. Vennero consegnati diversi gadget autografati e furono scattate parecchie foto. Le macchine che lo tenevano vivo suonavano, ronzavano e squillavano e il suo dottore aveva un sorriso che andava da un orecchio all’altro, mentre Tom ed io assistevamo nervosamente a questa incredibile scena che accadeva davanti ai nostri occhi.
Quando tornammo alla limousine, Kobe si girò verso di me e mi chiese: “Kristen, posso fare qualcosa per aiutarlo? È un problema di soldi? Perché mi posso prendere cura io di tutto quanto.” Purtroppo non lo era: il piccolo aveva un difetto al cuore ed era troppo malato per ricevere un trapianto. Ero scioccata. Non solo per la sua generosa offerta, ma anche per la dolcezza e il calore che aveva dimostrato.
Il piccolo Kobe morì la settimana successiva.
Circa tre settimane più tardi, ricevetti una lettera dalla madre del bimbo in cui mi descriveva l'importanza di quei momenti. Mi disse che erano stati i momenti più felici dell’intera vita di suo figlio. Quelle foto erano le uniche foto che le erano rimaste in cui lui sorrideva. Stando a sentire i responsabili delle PR di Kobe Bryant, faceva cose del genere ovunque andasse, ma il patto era di non renderle pubbliche. Da quel giorno in poi è diventato il mio eroe, e ogni volta che qualcuno mi diceva che non apprezzava Kobe Bryant, io gli rispondevo "lasciami raccontare una storia…”.
Possa la luce eterna di Dio illuminare per sempre la tua anima, Kobe."
Kristen O'Connor
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