Se anche solo metà di quanto scritto e detto qui è vero, siamo veramente nella 💩
✍🏻 Mario Adinolfi
Continua il mio viaggio nel reticolato della mafia bangla che protegge la fuga dello stragista di Casalotti, Shahadat Hossain, che non troveremo mai perché già portato fuori dall’Italia. Dopo essere stato nei minimarket che vendono alcolici h24 pure a minorenni e devastano il tessuto urbano, attirando orde di sbandati con birre e vinelli a basso costo, sono andato a visitare l’altro architrave delle rimesse economiche di questa mafia che nessuno vi racconta: i negozi di souvenir, a Roma sono tutti in mano loro così come le edicole e oltre 4mila ambulanti. Appena ti avvicini e filmi uno di questi luoghi il bangla si attacca al telefono col capobastone mafioso informandolo della situazione.
La procura di Roma ha illuminato con una serie di inchieste la ramificazione della mafia bangla arrivando ad arrestare tre funzionari dell’ambasciata italiana a Dacca che si vendevano i visti per lavoro con un tariffario tra i 7mila e i 15mila euro. A pagare è la mafia bangla, più ricca pure di quella cinese, con rapporti diretti nelle prefetture. Una volta arrivato in Italia il lavoratore bangla e la sua famiglia devono ripagare la mafia, se non pagano arriva la violenza: intimidazioni, sequestri, pestaggi e come è successo a Casalotti, omicidi. Altro che movente passionale.
Ai vertici di questa mafia che solo io vi racconto gente che diventa autorevole perché fa sapere che parte dei denari del pizzo viene mandata in Bangladesh per costruire moschee. Già perché la mafia bangla è una mafia islamista, disprezza tutti noi e in particolare le donne. Cercano coperture politiche, a un deputato hanno offerto 2 milioni di euro. Ma questa è un’altra storia che racconterò in un prossimo video, puntando a farvi vedere come funziona e quanto sia ramificata la mafia islamista più potente e meno indagata d’Italia, che appena mi vede arrivare si passa parola via cell dicendo “arriva il nemico”.
Invece io sono un amico di questi poveri sfruttati, di questa manovalanza taglieggiata da criminali che non si fermano neanche davanti a una bimba e la uccidono a colpi di mannaia. A lei l’Italia del politically correct per paura di apparire razzista non darà mai giustizia.
Nicola Porro è un signore. Ed è dotato di una rara eleganza dialettica che gli ha permesso di smontare con sarcasmo gli insulti e il funambolismo retorico da Upim sfoggiati ieri da Giuseppe Conte a @QRepubblica. Quanti di noi colleghi non avrebbero ceduto alla tentazione di mandare malamente a quel paese l'ex premier (e quanti altri, viceversa, avrebbero "fatto pippa") di fronte alla sua stizzosa aggressività? Porro lo ha messo al suo posto e, ha decretato la rete, “lo ha fatto nero”. Non era facile, con un ex premier che, svicolando dall'obbligo di rendere conto della sua gestione politica durante una delle fasi più dolorose della storia italiana, ha preferito aggredire il giornalista sul piano personale, uscendone malconcio. “Non dica fesserie”, ��non faccia il fenomeno”, “non le consento”, “non rida”, “suo padre ne avrà avute di difficoltà con lei”, “lei è fuori di testa”: se anziché Conte, a rivolgersi così a un giornalista fosse stato un qualsiasi politico di maggioranza, le opposizioni si sarebbero incatenate di fronte al Parlamento (e all’Ordine dei Giornalisti) e avrebbero gridato alla lesa maestà. Ma la classe non è acqua. E se anche i principi, di questi tempi, perdono la corona, figuriamoci i Conte.
Immagina di rinunciare ai piccoli lussi, solo per vivere finalmente il sogno di Roma.
Arrivi alla Fontana di Trevi, uno dei simboli più alti della civiltà occidentale, e trovi un africano che ci sguazza dentro come fosse la pozza di un villaggio, rifiutandosi di uscire anche davanti alla polizia.
Benvenuti nell’Europa del 2026 dove i barbari non arrivano più alle porte per sfondarle. Li abbiamo invitati noi, li abbiamo mantenuti noi, e adesso ci pisciano nella fontana mentre noi facciamo la fila per ammirare ciò che resta della nostra storia.
Selvaggi che trattano il nostro patrimonio come una SPA di quartiere.
L'Europa non è stata conquistata, si è consegnata.
E lo spettacolo è servito
Sette anni di processo, udienze, rinvii, carte bollate, accuse. E adesso, come ciliegina sulla torta, una richiesta di condanna a otto mesi di reclusione per un'inchiesta giornalistica.
No, non siamo nella Russia di Putin. Non stiamo parlando di un dissidente. Siamo in Italia, e l'imputato non è un sovversivo, ma un giornalista. Ieri il pubblico ministero di Genova ha chiesto che a me e ai colleghi Marco Occhipinti e Davide Parenti venisse privata la libertà personale per aver fatto ciò che un giornalista dovrebbe: le inchieste. La puntata incriminata è quella su David Rossi. Secondo l'accusa, avremmo leso la reputazione di alcuni magistrati senesi, dichiaratisi offesi dalla redazione de Le Iene e dal sottoscritto. Magistrati i cui nomi, è bene ricordarlo, non sono mai stati pronunciati nelle nostre inchieste. Magistrati le cui presunte offese restano, ancora oggi, totalmente vaghe.
La questione, però, va oltre la vicenda personale. In Italia ci sono ancora magistrati che chiedono il carcere per dei giornalisti. Già questo dovrebbe far scattare l'allarme. Ma nel Paese dei balocchi tutto tace. L'Ordine dei Giornalisti, ormai non pervenuto, non trova il tempo, o forse il coraggio, di pronunciare mezza parola. Nessun presa di posizione o difesa di un principio che dovrebbe rappresentare la ragione stessa della sua esistenza.
Quanto a eventuali conseguenze disciplinari per chi ha promosso e sostenuto un'indagine infondata e faziosa, una volta concluso questo processo meglio non farsi illusioni. Sia mai che un magistrato si assuma le responsabilità dei suoi errori.
Non mi permetterei mai di pretendere giustizia nel Paese degli intoccabili. Ma il minimo, almeno, sarebbe poterla sperare.
Voglio fare un appello a tutti quegli artisti che, negli anni, si sono mobilitati per le cause più disperate, tra cui quella palestinese: scendete in piazza, protestate, fate sentire la vostra voce.
Lo chiedo ai fumettisti "popolari", ai cantanti dei diritti, agli artisti inclusivi e a tutta quella combriccola di benpensanti che sembra interessarsi di politica internazionale solo quando è funzionale alla monetizzazione e alla costruzione della propria immagine di "brava persona".
Una cantante, una vostra collega, è stata condannata dal tribunale penale di Qom a 74 frustate per aver semplicemente cantato una canzone. È accaduto nella Repubblica Islamica dell'Iran, il regime degli ayatollah che in molti di voi hanno difeso o giustificato in nome del cosiddetto «asse della resistenza palestinese». A quanto pare, l'accusa di «reati morali e offesa alla pubblica decenza» non rientra nel vostro catalogo delle cause da difendere. Così come non vi scandalizza la concezione che quel regime ha della donna: un corpo da controllare, reprimere e punire.
Non sento i soliti cori di femministe, attiviste, cantanti, intellettuali e professoroni universitari, sempre pronti a stracciarsi le vesti davanti all'ennesima ingiustizia selezionata con cura. Per l'ennesima barbarie compiuta dal regime iraniano, invece, il silenzio è assordante.
Evidentemente, questo silenzio è una scelta.