L'antisemitismo è una discriminazione 𝘳𝘢𝘻𝘻𝘪𝘢𝘭𝘦, sanzionabile e di fatto già sanzionata; la critica al governo di Israele è una posizione 𝘱𝘰𝘭𝘪𝘵𝘪𝘤𝘢, che è e dovrebbe restare lecita.
#ddlantisemitismo
Look at the unprecedented level of destruction the world has allowed Apartheid-Israel to get away with in Gaza.
Know that the killing machine in that devastated ghetto is still running full throttle.
What a shame.
Google ha aggiornato le mappe di Gaza con nuove immagini satellitari ad alta risoluzione.
Guardatele.
Gaza è stata trasformata in un cimitero di rovine e macerie, devastazione apocalittica.
Quartieri spianati. Città ridotte in polvere. Ospedali, scuole, e università e librerie cancellati.
Non è una guerra: è la cancellazione deliberata di un popolo, vista dall’alto.
Questa è la geografia di un genocidio. Lo ha stabilito la Commissione d’inchiesta dell’ONU. Adesso lo mostrano anche le immagini.
E l’Italia è’ complice. Armi, componenti e forniture militari italiane hanno continuato ad arrivare a Israele mentre Gaza veniva rasa al suolo.
Fonte: immagini satellitari Google Maps / Google Earth https://t.co/hqIAjZU2JI
Nel 2018 il primo decreto sicurezza di Salvini tolse ai centri di accoglienza l'obbligo di insegnare l'italiano ai richiedenti asilo. Il governo Meloni l'ha confermato nel 2023 con il decreto Cutro.
Otto anni dopo il ministro leghista dell'Istruzione porta in Consiglio dei ministri un decreto che multa da 200 a 1.000 euro i genitori stranieri che non frequentano i corsi di italiano. Nella prima bozza c'era perfino l'allontanamento dei figli dalla famiglia.
Prima smonti i corsi. Poi multi chi non li segue.
Voi come lo chiamereste?
Netanyahu all'ONU: "Signor al-Sharaa, dovrebbe sapere che gli ebrei sono presenti sulle alture del Golan fin dai tempi di Mosè. Può leggerlo nella Bibbia."
Vabbè, se il criterio è questo andiamo a vedere dov'erano gli antichi romani e ce ripigliamm' tutt' chell ch'è 'o nuost.
Si chiama Lina, vive a Torino, frequenta la seconda media ed è figlia di genitori marocchini. Dopo aver ascoltato le parole di Giorgia Meloni sugli studenti stranieri e sulla necessità di evitare che gli italiani diventino una minoranza nelle classi, Lina ha deciso di parlare.
Non perché qualcuno glielo abbia chiesto. Non perché dovesse difendersi. Semplicemente perché quelle parole riguardavano anche lei. E la sua risposta merita di essere ascoltata.
Lina dice una cosa elementare: nessuno dovrebbe sentirsi escluso. Né il bambino appena arrivato in Italia, né quello che sta ancora imparando la lingua, né quello che ha un cognome straniero, né quello che è nato e cresciuto qui ma continua a essere chiamato “straniero”.
Racconta della sua classe, dei compagni con origini diverse, delle lingue e delle culture che ogni giorno si incontrano dentro la stessa aula. Racconta anche di un ragazzo appena arrivato in Italia che parla francese e sta imparando l’italiano. Lei e gli altri compagni cercano di aiutarlo. Non sempre riescono a capirsi. Ma ci provano.
Ed è proprio questo il punto.
La scuola non dovrebbe insegnare ai ragazzi a chiedersi chi abbia più diritto di stare dentro un’aula. Dovrebbe insegnare a stare insieme, a conoscersi, a rispettarsi, ad aiutarsi e anche a riconoscere le difficoltà degli altri.
Perché le difficoltà esistono. Ci sono studenti che rimangono indietro, ragazzi che non comprendono una spiegazione, persone che si sentono sole o che hanno bisogno di maggiore sostegno. E per affrontare questi problemi servono più insegnanti, più tempo, più strumenti e una scuola messa nelle condizioni di funzionare davvero.
Non serve dividere i ragazzi in base all’origine.
Lina pone una domanda che dovrebbe essere al centro del dibattito: se stabilisci un limite agli studenti “stranieri” in una classe, chi decide chi è di troppo?
Perché dietro ogni percentuale c’è una persona. C’è un bambino che ha già i suoi amici. C’è una ragazza che finalmente si sente parte di una classe. C’è un compagno che magari è nato proprio in quella città. C’è qualcuno che sta semplicemente crescendo insieme agli altri.
E allora forse dovremmo smettere di parlare dei bambini come fossero numeri da distribuire nelle classi.
Sono persone. Sono compagni di banco. Sono bambini che domani mattina entreranno a scuola, si siederanno uno accanto all’altro e continueranno a vivere quella realtà che gli adulti discutono nei palazzi.
Lina non chiede privilegi. Non chiede di prendere il posto di qualcun altro. Chiede soltanto che a scuola ci sia spazio per tutti.
E a 12 anni ci ha ricordato una cosa che dovrebbe essere ovvia: la scuola non deve insegnare ai bambini chi è straniero. Deve insegnare loro che nessuno è di troppo.