Ci sono fotografie che raccontano più di un vertice internazionale.
In questa, Donald Trump conversa con il cancelliere tedesco. Giorgia Meloni è poco distante. Aspetta.
E guardandola viene in mente quella sensazione che conosciamo tutti: arrivi all’ufficio postale convinto di cavartela in cinque minuti, prendi il numerino e scopri che davanti a te c’è mezza provincia. Ti siedi, controlli il display ogni tanto, fai finta di niente, ma dentro hai già capito che non toccherà a te tanto presto.
Per anni ci hanno raccontato un’altra storia. Che l’Italia sarebbe tornata protagonista. Che non aveva bisogno di fare la fila perché aveva una sorta di Sky Priority diplomatica. Che Meloni aveva un rapporto privilegiato con Trump. Che grazie a lei saremmo stati al centro delle decisioni che contano.
Ci avevano descritto come il ponte tra Europa e Stati Uniti. Un ponte senza pedaggio, con accesso diretto ai piani alti della politica internazionale. Quello attraverso cui passavano le relazioni, le mediazioni, le decisioni.
Poi arrivano le fotografie. E le fotografie hanno un difetto: non ascoltano la propaganda.
Siamo passati dall’essere il ponte senza pedaggio al numerino in fondo alla sala d’attesa.
Con l’aria di chi continua ad aspettare che sul display compaia finalmente il proprio turno. Ma intanto chiamano sempre qualcun altro.
La guerra dei droni di Zelensky e degli sponsor europei non raggiunge nessun obiettivo e non ribalta i rapporti di forza. Le Forze di Mosca continuano ad avanzare. AFU ha perso una parte della fortezza Kostyantynivka. L'impianto tattico di Mosca conferma la sua superiorità.
Ha perso l’aereo. Ma il problema è che sta perdendo l’Europa.
Giorgia Meloni non è andata al vertice Ue-Balcani. La spiegazione ufficiale è che ha perso l’aereo dopo una visita in Calabria.
Può capitare. A tutti è successo almeno una volta. Si arriva al gate e il volo è già partito.
Il problema è che qui non stiamo parlando di un volo qualsiasi. Mentre la premier italiana rincorreva un aereo, i leader europei discutevano del futuro dell’Europa, dell’Ucraina, dei Balcani, della sicurezza del continente e delle prospettive di pace. Non esattamente una gita scolastica.
E allora viene il dubbio che il problema non sia il ritardo dell’aereo, ma il ritardo dell’Italia.
Per anni Meloni ha raccontato di essere al centro dello scacchiere internazionale. Il ponte tra Stati Uniti ed Europa. La leader capace di parlare con tutti. Quella che avrebbe garantito all’Italia un ruolo privilegiato grazie al rapporto con Trump e con il fronte conservatore internazionale.
Peccato che quell’impalcatura oggi stia scricchiolando. La scommessa trumpiana si è rivelata molto meno decisiva di quanto raccontato. E mentre Francia, Germania e Regno Unito tornano a guidare l’iniziativa politica e diplomatica europea, l’Italia appare sempre più spettatrice.
L’immagine è impietosa: gli altri discutono di come fermare la guerra, di come costruire una pace possibile, di come accompagnare l’Ucraina nel suo percorso europeo. Noi discutiamo del perché la presidente del Consiglio non sia riuscita a prendere un aereo.
I Balcani, peraltro, non sono una periferia del mondo. Sono una delle aree più importanti per gli interessi strategici italiani. Energia, sicurezza, commercio, infrastrutture, stabilità del Mediterraneo. Eppure l’unica grande iniziativa che questo governo sembra aver immaginato per quell’area sono stati i centri per migranti in Albania.
C’è poi un altro dettaglio che racconta bene la confusione italiana. Sull’Ucraina il governo parla con almeno tre voci diverse. Tajani dice una cosa. Crosetto ne suggerisce un’altra. Salvini continua a guardare a Putin con una nostalgia che non riesce neppure a nascondere. E Meloni, invece di scegliere una linea chiara, pratica l’arte del nascondino diplomatico.
Quando un governo ha tre posizioni sulla stessa questione, in realtà non ne ha nessuna.
Per questo l’assenza di Tivat non è un episodio. È un simbolo. Racconta un Paese che da protagonista rischia di diventare comparsa. Un Paese che mentre l’Europa prova finalmente a costruire una propria iniziativa politica e diplomatica resta fermo, indeciso, incerto su quale treno prendere.
Meloni dice di aver perso l’aereo.
Può darsi.
Ma la sensazione è che il problema sia più serio. Perché un aereo si può riprendere. Anche il volo successivo.
La Storia, invece, quando decolla senza di te, difficilmente torna indietro. E oggi la fotografia è questa: l’Europa prova a scrivere il prossimo capitolo del suo futuro, mentre l’Italia è ancora in aeroporto a controllare il tabellone delle partenze.
Nucleare di carta, bollette vere
Ci chiedono perché ci siamo astenuti sul disegno di legge del governo sul nucleare, nonostante da anni diciamo che l’Italia dovrebbe affrontare senza pregiudizi il tema dell’energia nucleare.
La risposta è semplice: perché questo provvedimento non parla del nucleare che serve al Paese. Parla del nucleare che serve alla propaganda.
Basta leggere il testo. Non c’è una centrale, non c’è un impianto, non c’è un cronoprogramma, non c’è una localizzazione, non c’è una copertura finanziaria. C’è una cornice vuota, una dichiarazione d’intenti, un titolo da esibire nei talk show. Tutto il resto è rinviato a decreti futuri, decisioni future, governi futuri.
Anzi, le risorse stanziate parlano da sole: le briciole di 60 milioni di euro per il settore e 7,5 milioni per la comunicazione. Viene quasi da pensare che, almeno per ora, sia più finanziata la narrazione del nucleare che il nucleare stesso.
E poi c’è un aspetto che rende questa operazione ancora meno credibile. Giorgia Meloni governa l’Italia da quasi quattro anni. Se davvero il nucleare fosse stato una priorità strategica, questo sarebbe stato un provvedimento da presentare all’inizio della legislatura, assumendosi la responsabilità delle scelte, individuando i siti, costruendo il consenso necessario. Non dopo quattro anni di governo.
Dopo quattro anni dovrebbe essere il tempo della concretezza, non degli annunci. Il tempo dei risultati, non delle cornici normative. Il tempo delle opere, non dei titoli.
Invece siamo ancora al punto di partenza.
E guarda caso, la vera fase operativa arriverà soltanto dopo le prossime elezioni politiche. Perché è facile parlare di mini-reattori in televisione. Più difficile è spiegare agli elettori dove verranno costruiti. Difficile andare a chiedere il voto mentre si scelgono le località in cui collocare gli impianti. Così il governo fa ciò che le riesce meglio: rimanda le decisioni scomode e anticipa gli annunci convenienti.
Nel frattempo, però, le famiglie pagano bollette vere. Le imprese sostengono costi energetici veri. La produzione industriale continua a perdere terreno e migliaia di aziende si confrontano ogni giorno con un costo dell’energia che riduce competitività, investimenti e occupazione.
Il governo sa perfettamente che anche nella più ottimistica delle ipotesi il nucleare non abbasserà di un centesimo le bollette dei prossimi anni. Eppure sceglie di concentrare tutta la comunicazione su questo tema perché serve a spostare l’attenzione da ciò che non sta facendo nell’immediato.
La prova è nelle stesse ore in cui il Parlamento discuteva del nucleare. L’Europa ha concesso all’Italia nuova flessibilità e la possibilità di utilizzare circa 14 miliardi di euro per affrontare la crisi energetica. Una scelta che, paradossalmente, chiede al governo di fare esattamente l’opposto di ciò che ha fatto finora.
Oggi Bruxelles apre nuovi spazi per aiutare famiglie e imprese e il governo appare improvvisamente incerto, incapace di spiegare come utilizzare quelle risorse.
Sul nucleare hanno una conferenza stampa pronta.
Sulle bollette, no.
Noi continuiamo a pensare che il nucleare possa essere parte del mix energetico del futuro. Ma il futuro non si costruisce con gli slogan. Si costruisce con investimenti, scelte, tempi certi e responsabilità.
Per questo non abbiamo votato contro. Ma non potevamo neppure votare a favore di un provvedimento che assomiglia più a uno specchietto per le allodole che a una strategia energetica.
Perché quando un governo, dopo quasi quattro anni, parla soltanto dell’energia che forse produrrà tra vent’anni, spesso lo fa per non parlare dell’energia che manca oggi alle famiglie e alle imprese italiane. E quando i risultati non arrivano, la propaganda diventa l’unica energia che riesce ancora a produrre.
Macron, Merz e Starmer lavorano al tavolo della pace tra Russia e Ucraina. La Meloni purtroppo nemmeno invitata. Ci sono tutti i Paesi europei del G7 tranne l’Italia. Che amarezza. Perché?
La Russia ha testato con successo il missile balistico intercontinentale RS-28 Sarmat. Il vettore ha capacità ad oggi ineguagliabili. Il missile ha una gittata di oltre 35.000 km in volo suborbitale. Nessun sistema antimissile attuale e futuro è in grado di intercettarlo.
@MMmarco0@meteo_italia7 Marco vai avanti tutta e non curarti di quei coglioni che vantano lauree in psicologia che niente hanno a vedere con la meteorologia
@matteosalvinimi Il Ministro dei Trasporti deve pensare ai trasporti, non alle case. Strade, treni, sicurezza e mobilità: è lì che si misura il suo lavoro. Ciuf ciuf
@ultimora_pol Con il governo Meloni abbiamo raggiunto l’apoteosi del delirio.
Dopo l’approvazione di questa proposta di legge ne abbiamo la certezza.
Roma Capitale andrebbe smantellata, non potenziata, e Gualtieri allontanato.