Sessantasette anni
Il paese senza ricambio
Undici giorni fa la Corte dei conti ha messo per iscritto quanto sono costate le Olimpiadi a costo zero. Centosettantasei milioni e mezzo di perdite. Quasi un miliardo di debiti della Fondazione Milano Cortina. A ripianare saranno i soci pubblici, che ne hanno garantito la copertura: Lombardia, Veneto, le Province autonome, lo Stato. Fra i soci c’è anche il Comune di Cortina, che i suoi conti in ordine non li vede da più di un decennio.
Lo stesso giorno la Corte costituzionale ha dichiarato inammissibili le questioni sollevate dalla gip di Milano sul decreto del 2024 che ribadiva la natura privata della Fondazione. Secondo la Corte, la Fondazione era già privata per la legge del 2020. Il decreto del 2024 non aveva cambiato nulla. L’inchiesta della procura per corruzione e turbata libertà degli incanti si avvia all’archiviazione. Un miliardo di soldi pubblici, nessuna gara, nessun processo.
Quella fondazione era presieduta da Giovanni Malagò. Il 22 giugno, cinque settimane prima delle relazioni della Corte, l’assemblea della Federcalcio lo ha eletto presidente con il 68,58 per cento dei voti. Sessantasette anni. Non sto dicendo che quel miliardo lo abbia fatto lui, i bilanci di una macchina simile hanno cento mani dentro. Dico un fatto: quella presidenza la conoscevano tutti, e quei conti non hanno impedito la sua elezione.
Sessantasette è anche la soglia della pensione di vecchiaia in Italia. Dal primo gennaio 2027 diventeranno 67 e un mese, dal 2028 67 e tre, perché la legge di bilancio ha spostato l’asticella spalmando l’aumento su due anni per farlo sentire meno. L’età in cui una cassiera esce dal lavoro è l’età in cui un dirigente italiano ne comincia uno nuovo.
Voglio essere preciso su cosa mi preoccupa, perché il discorso sui vecchi al potere di solito scivola sull’ingiustizia e lì si ferma.
Il problema non è la longevità individuale.
È l’assenza di ricambio.
Un ottantenne capace alla guida di qualcosa non ha mai fatto male a nessuno; un sistema che rende quasi impossibile l’ingresso dei successori fa danni per decenni. Da questa chiusura discendono due conseguenze, e il pericolo sta nella loro somma. La prima è che aumenta la probabilità di decisioni sbilanciate sul presente. La seconda è che chi dovrebbe raccogliere l’eredità non viene formato, perché per formarlo bisognerebbe lasciargli decidere qualcosa.
Comincio dall’estensione del fenomeno, altrimenti sembra una faccenda di sport. Carlo Sangalli, classe 1937, guida Confcommercio dal 2006 ed è stato riconfermato per acclamazione nel marzo dell’anno scorso, a ottantasette anni, con un mandato che scade nel 2030 quando ne avrà novantatré. Pier Ferdinando Casini siede in Parlamento senza interruzioni dal 1983, quarantatré anni. Ignazio La Russa presiede il Senato e ha compiuto settantanove anni nove giorni fa. Mattarella è stato rieletto al Quirinale a ottanta perché un’intera classe politica, in una settimana di votazioni, non ha saputo tirare fuori un’alternativa. Nel calcio la scelta di giugno è avvenuta dentro un insieme di tre uomini che sommano duecentoquattordici anni, tutti già passati per quelle stanze.
Questi incarichi hanno una cosa in comune. Nessuno viene assegnato da un mercato che punisce gli errori. Li assegna un’assemblea di persone che si conoscono da trent’anni, dove pesa la fiducia personale, e la fiducia personale premia chi è lì da più tempo. Sangalli non è stato eletto, è stato acclamato. Il curriculum, da noi, si scrive con gli incarichi ricoperti molto più che con i risultati ottenuti.
Vediamo la prima conseguenza. Un uomo che nel 2030 avrà novantatré anni può essere lucido, informato, perfino visionario. Resta il fatto che preoccuparsi allo stesso modo di un conto in scadenza nel 2045 gli richiede di attribuire la stessa importanza a conseguenze che, con ogni probabilità, non vivrà. Non serve immaginare nessuno in malafede. Le pensioni che nel 2050 non ci saranno, il debito, la transizione energetica, il lavoro impiegatizio che l’automazione sta smontando mentre scrivo: sono tutti problemi il cui esito matura oltre l’orizzonte di chi decide. In quelle condizioni, il costo del rinvio diventa quasi invisibile.
Ma quella stessa conseguenza ne produce un’altra, che riguarda la lettura del presente. Le categorie con cui interpretiamo il mondo si formano soprattutto nei primi decenni della vita e poi cambiano molto meno in fretta della realtà. Chi comanda adesso ha imparato cosa siano il lavoro e la casa in un paese che cresceva, dove uno stipendio pagava un mutuo e l’azienda ti accompagnava fino alla liquidazione. Ha visto arrivare i computer negli uffici quando ne aveva quaranta, ha visto che l’occupazione non crollava, ne ha ricavato una regola generale. Adesso applica quella regola a un fenomeno che non somiglia a niente di già visto. Ai convegni parlano di riqualificazione con la faccia serena di chi ha già attraversato tutto. Pochissimi, in quelle sale, sanno cosa succede a un uomo di cinquantadue anni quando il suo mestiere sparisce in diciotto mesi.
La seconda conseguenza è più lenta e fa più danni. Sotto quel tappo cresce una generazione di adulti che non ha mai deciso niente. A cinquant’anni in Italia sei ancora il giovane della situazione, aspetti il tuo turno, impari che la carriera si costruisce non contraddicendo nessuno. Chi non accetta il patto se ne va: nel 2024 il saldo fra partenze e rientri di laureati tra i venticinque e i trentaquattro anni è stato negativo di ventunmila persone. Se ne vanno in silenzio, e il silenzio è il problema. Chi parte non occupa una piazza, non vota contro, non contesta in assemblea. Esce dalla porta e il sistema registra soltanto che le contestazioni sono diminuite. Un meccanismo che non riceve più segnali di errore continua a funzionare uguale fino al giorno in cui si spacca.
Nel frattempo la trappola demografica si stringe. Il rapporto Istat di maggio conta 355 mila nati nel 2025, 1,14 figli per donna, primo parto a 32,7 anni di media. Carriere lente e stipendi da precario producono figli tardi e pochi, i pochi figli producono un paese ancora più vecchio, il paese più vecchio elegge dirigenti ancora più vecchi. Il sistema fabbrica le condizioni della propria sopravvivenza.
Qui devo dire la cosa più scomoda, perché altrimenti sto scrivendo un lamento. Questa classe dirigente non ci ha invaso. Ci somiglia. L’età media degli italiani è 47,1 anni, un quarto della popolazione ha superato i sessantacinque, l’elettore mediano è un signore oltre i cinquanta con una casa da difendere e una pensione da proteggere. Un politico di settant’anni che promette di non toccare niente sta rappresentando il paese reale con precisione millimetrica. Non c’è una congiura da smascherare, c’è un consenso da smontare, e smontare un consenso è molto più difficile.
Il pericolo, alla fine, è tutto in una data. Quel gruppo un giorno se ne andrà insieme, che è la cosa che i gruppi anagrafici fanno, e in quel momento serviranno persone abituate a decidere. Saranno a Berlino, oppure saranno ancora qui, con sessant’anni sulle spalle e nessuna decisione mai presa in vita loro. Nel frattempo, a chi resta e aspetta il proprio turno da vent’anni, prima o poi si presenta qualcuno che promette di buttare giù l’impianto intero, regole comprese, e trova una platea disposta ad ascoltarlo.
Non arriveremo al declino con un tonfo. Ci stiamo arrivando con un paese amministrato in modo decoroso, i conti quasi in ordine, i cantieri inaugurati, che non ha la più pallida idea di dove stia andando perché il futuro di quel paese comincia dove finisce l’orizzonte di chi oggi lo governa.
@Raphy_86@dariodangelo91 E nel frattempo in combutta con la Cina ha avviato la costruzione di 2 fabbriche cacciavite all'interno del suo paese per consentire ai cinesi di aggirare i dazi👏👏👏
Che vergogna la Lega e Salvini che attaccano frontalmente e apertamente il Presidente Mattarella per aver parlato oggi, durante la festa della Repubblica, di “sovranità europea”, assieme a quella italiana.
Salvini è Ministro e Vicepremier e queste penose sgrammaticature istituzionali, fatte perché hanno strizza di finire sotto il 7%, sono grottesche, vergognose, indecenti. E per altro frutto di un’ignoranza monumentale, evidentemente propria di questi soggetti. Il patriottismo repubblicano che oggi celebriamo è infatti figlio di quello risorgimentale, che si è sempre accompagnato a un concetto di sovranità europea. La Giovine Italia di Mazzini faceva paio con la Giovine Europa. Garibaldi, Cattaneo e tanti altri patrioti furono antesignani dell’europeismo per come lo conosciamo oggi.
In un mondo non di giganti, ma di titani come quello di oggi, non immaginare una sovranità europea oltre che italiana è il miglior modo per farsi spazzare via dallo scenario internazionale.
Al Presidente, che ha detto una cosa giusta, solidarietà per questo attacco figlio dell’ignoranza e di tatticismo politico da quattro soldi.
29 dicembre 2019 quando Salvini incitava la folla contro il Presidente della Repubblica..
Bergamo, 29 dicembre sera, festa della Lega.
Dal palco Matteo Salvini aizza la folla.
“Mi raccomando, la sera del 31 tutti ad ascoltare il discorso del Capo dello Stato...”
Non dice altro. Non è necessario. Perché basta quel segnale per scatenare le bestie in platea, che cominciano a fischiare, a ululare, a gridare “buuu” al Presidente della Repubblica. Tra fischi e ululati, si sente anche una frase: “Si rompe il televisore.” Non sono pericolosi estremisti, ma uomini e donne di mezz’età, mamme, nonne, giovani, commercianti, impiegati: gente normale che odia.
L’uomo sul palco ride, finge di moderare e va all’incasso. Ha ottenuto quello che voleva.
Se ci pensate, in una sola scena è riassunto perfettamente il macabro spettacolo di quel tumore della democrazia chiamato Lega: il demagogo sul palco non è un altro che il cinico stratega, l’abile burattinaio, la miccia di una miscela di rabbia, violenza e ignoranza che esiste a prescindere dalla Lega e da Salvini. E a cui qualcuno ha dato legittimità politica.
Elimina l’ignoranza, e Salvini sparisce da solo.
Elimina l’odio, e la Lega non avrà più ossigeno per respirare.
Oggi più che mai esistono due Italie:
Un’Italia che vomita insulti, calpesta le istituzioni, non conosce rispetto e decoro.
E un’Italia gentile, antifascista, che non urla, difende i diritti e la civiltà faticosamente conquistata: l’Italia del Presidente Sergio Mattarella, un faro nella tempesta. #vivalitaliantifascista
Viva il nostro Presidente Mattarella .
Viva la Costituzione.
Lo ha scritto oggi mia figlia, 22 anni, in una storia su Instagram.
A me e a mia moglie è piaciuto molto e così ho deciso di pubblicarlo anche qui.
Credo sia un bel messaggio.
C'è ancora speranza.
#violenzadigenere#femminicidio#giuliacecchettin