La Spesa dell’obbligo
Ho due figlie. Una alle medie, una alle superiori. Oltre 700 euro di libri. Non di zaino griffato, non di diario con le luci. Di carta obbligatoria.
Libri a 40 euro. Alcuni oltre. E ogni settembre lo stesso rituale: lista, cassa, mazzata.
In Italia lo chiamano “diritto allo studio”.
Tradotto: lo Stato obbliga, il docente sceglie, la famiglia paga. Quattro gruppi editoriali si spartiscono circa l’80% del mercato.
Ogni anno una fetta di testi “cambia edizione”: tre esercizi spostati, un QR code nuovo, e il volume dell’anno prima diventa carta straccia. L’usato muore. La licenza digitale spesso è one copy–one user: compri usato e la parte online non ti segue.
Tetti di spesa ministeriali? Esistono. Poi si sfora del 15-20% con una delibera e il conto torna a 500, 600, 800 euro, soprattutto in prima superiore.
Non è un destino universale. In Francia molte scuole lavorano con materiali e prestiti e il conto complessivo è più basso. In Olanda, Belgio, Svezia i testi per l’obbligo sono in larga parte a carico pubblico. In Germania dipende dal Land, ma non è normale svuotare il conto corrente per un’adozione. Qui invece il mercato dei libri nuovi vale circa 800 milioni l’anno, l’usato 150. Meno studenti, più fatturato. Un capolavoro.
Due figlie. Stesso tetto, stesso stipendio, stessa scuola pubblica. Oltre 700 euro per imparare quello che lo Stato dice di voler garantire.
Se questo non è uno scempio, è solo perché ci siamo abituati.
Basta nuove edizioni finta-nuove. Basta licenze digitali che uccidono il riuso. Basta far scegliere a chi non paga.
O i libri li mette la scuola, o si smetta di chiamarlo diritto.
Sono alla ricerca di una badante a ore per i miei genitori e le agenzie mi propongono gente di 69/65 anni. In pratica fra un po’ sono i miei di 85 che devono fare da badante alla badante. Io farò i colloqui però sono perplessa. Mamma mia!