Vorrei che la leggessero tutti, chi avrà i brividi come me, e i vari razzisti remigratori
“Cara Roxane,
ti ricordi quando mi comprarono una maglia falsa dello United e io scrissi dietro Ronaldo 7 col pennarello nero?
Non conoscevamo ricchi o poveri.
Conoscevamo solo la felicità.
La banalità del male Matilde, 20 anni, è morta nel 2025 dopo 5 giorni di agonia. L’auto su cui viaggiava è stata tamponata con da una Porsche lanciata ad alta velocità. Secondo le dichiarazioni del CTU c’erano due Porsche a alta velocità: una a 212 km/h e una a 205 km/h
🧵"Desidero che la Papamobile venga trasformata in una clinica mobile e donata ai bambini di Gaza"
Questa è una delle ultime volontà di Papa Francesco prima di morire.
Ad eseguire la disposizione di Papa Francesco, il Vaticano incarica il cardinale svedese Anders Arborelius che a sua volta incarica la Caritas svedese per la trasformazione del veicolo.
Quando la stampa dà la notizia dell'incarico alla Caritas svedese di trasformare la Papamobile in clinica mobile per i bambini di Gaza, scatta la solidarietà dei cittadini svedesi che in pochi giorni inviano alla Caritas cospicue donazioni.
Grazie alle somme raccolte, la Caritas, non solo riesce a trasformare la Papamobile in una clinica mobile fornita di attrezzature mediche di ultima generazione, ma acquista altre 12 ambulanze da inviare a Gaza.
A novembre dello scorso anno, quando i lavori sulla Papamobile sono ultimati, per celebrare l'evento e assolvere all'ultima volontà di Papa Francesco, il Vaticano sceglie Betlemme, la città simbolo per eccellenza della cristianità, la città dove nacque Cristo.
In Piazza della Mangiatoia, il cardinale Anders Arborelius benedice la Papamobile e le ambulanze in partenza verso Gaza.
La Papamobile viene rinominata "Veicolo della Speranza".
Passano giorni, settimane e poi mesi ma gli occupanti israeliani non consentono alla Caritas di fare entrare il Veicolo della Speranza a Gaza.
I rappresentanti del Vaticano e della Caritas chiedono più volte spiegazioni ma Israele si prende gioco di loro inventando storie assurde.
"Non è pervenuta alcuna richiesta di autorizzazione"
E poi ancora: "I materiali sanitari all'interno della Papamobile potrebbero finire nelle mani di Hamas ed essere usati come armi".
E intanto la Papamobile, trasformata in un gioiello della tecnologia medica, in grado di curare 200 bambini al giorno, è ancora lì, dopo sette mesi, sotto una teca in un parcheggio a pochi metri da Piazza della Mangiatoia in attesa di raggiungere i bambini di Gaza.
In uno stupendo articolo scritto dal cardinale Arborelius su ICN, Independent Catholic News (*link nel primo commento) il cardinale si rivolge alle autorità israeliane, chiede, quasi supplica, di lasciare entrare il Veicolo della Speranza ma non rinuncia a scrivere: "Negare le cure mediche ai bambini significa oltrepassare un limite morale che dovrebbe turbare tutti".
Limite morale che non turba i leader politici occidentali che ostentano senza ritegno la loro fede cristiana ma restano in un vile silenzio mentre la colonia di plastica denominata Israele umilia il Vaticano prendendosi gioco delle ultime volontà di un Papa.
Che schifo!
Una mamma di un giovane ciclista mi scrive …. insegnano che lo sport educa.
Che il ciclismo forma uomini e donne prima ancora che atleti.
Che il sacrificio, il rispetto delle regole e il valore della vita vengono prima di tutto.
Poi però un ragazzo o una ragazza decidono di montare in sella inseguendo un sogno…
e qualcuno non gli permette più di tornare a casa.
Da quel momento non muore soltanto un figlio.
Nasce il dolore più feroce che un padre e una madre possano conoscere.
E nasce una domanda che dovrebbe appartenere a tutti noi.
Che cos’è oggi la giustizia in Italia?
E soprattutto: questi ragazzi l’hanno avuta davvero?
Perché i nomi passano nei titoli dei giornali per qualche giorno.
Poi lentamente il silenzio copre tutto.
Ma un padre e una madre non dimenticano.
Non dimenticano Giovanni Iannelli.
5 ottobre 2019.
22 anni.
Muore dopo una caduta in volata a pochi metri dal traguardo del Circuito Molinese, a Molino dei Torti, in provincia di Alessandria, Piemonte.
Anni di battaglie del padre per chiedere verità.
Procedimento archiviato.
Per la famiglia, la giustizia non è mai arrivata.
Non dimenticano Jacopo Venzo.
22 luglio 2023.
17 anni.
Muore dopo una terribile caduta in discesa durante una gara Juniores.
Un ragazzo con tutta la vita davanti.
Il dolore resta. Le domande anche.
Non dimenticano Michele Scarponi.
22 aprile 2017.
Travolto da un furgone mentre si allenava.
Il conducente venne condannato.
Ma nessuna sentenza potrà mai restituire un padre ai suoi figli.
Non dimenticano Davide Rebellin.
30 novembre 2022.
Investito da un camion durante un allenamento.
L’autista fugge senza soccorrerlo.
Un processo c’è stato.
Ma la giustizia arriva sempre troppo tardi quando una famiglia è già stata distrutta.
Non dimenticano Fabio Casartelli.
18 luglio 1995.
24 anni.
Campione olimpico italiano.
Muore durante una discesa al Tour de France.
La sua morte cambiò per sempre il tema della sicurezza nel ciclismo.
E non dimenticano nemmeno le ragazze.
Non dimenticano Sara Piffer.
24 gennaio 2025.
19 anni.
Travolta e uccisa da un’auto mentre si allenava con il fratello sulle strade del Trentino.
La famiglia aspetta ancora giustizia.
Non dimenticano Cristina Scozia.
20 aprile 2023.
39 anni.
Muore travolta da una betoniera su una pista ciclabile a Milano.
Processi, accuse, polemiche.
Ma una donna non è più tornata a casa.
Dietro ogni casco lasciato a terra c’è una stanza rimasta vuota.
Una tavola con un posto in meno.
Una bicicletta che nessuno ha più avuto il coraggio di toccare.
Io sono la mamma di un ragazzo Juniores di 17 anni.
E come tutte le madri guardo mio figlio partire trattenendo il fiato fino al suo ritorno.
Perché dietro ogni numero appuntato sulla schiena ci sono vite vere.
Famiglie vere.
Sogni veri.
I nostri figli guardano.
E imparano.
Imparano se la verità conta davvero.
Se le responsabilità esistono oppure si possono cancellare.
Se la giustizia è uguale per tutti o se cambia davanti ai ruoli, ai cognomi importanti, al potere.
E allora oggi io non scrivo contro qualcuno.
Scrivo a favore della verità.
Della sicurezza.
Del diritto di un padre e di una madre di sapere perché loro figlio non è più tornato a casa.
Perché la giustizia vera non è vendetta.
La giustizia vera è avere il coraggio di guardare in faccia gli errori.
È proteggere il futuro degli altri ragazzi affinché certe tragedie non accadano più.
Perché quando manca la verità, il messaggio che arriva ai nostri figli è devastante:
che la vita può valere meno del potere,
meno di un ruolo,
meno di un nome importante.
E questo, per una società che si definisce civile, dovrebbe fare paura a tutti.
La sicurezza non è un dettaglio organizzativo.
È il confine tra la vita e la morte.
Perché un genitore che perde un figlio può sopravvivere al dolore…
ma non potrà mai sopravvivere al silenzio senza giustizia.
E allora continuo a chiedermi una cosa:
cos’è davvero la giustizia nella realtà dei fatti?
Ronchelli Bianca
Una mamma di un giovane ciclista … Caro Carlo Iannelli,
io sono una mamma. Ma prima ancora sono un genitore di uno juniores di 17 anni. E da quando mio figlio vive il ciclismo ho capito una verità che mi ha cambiato per sempre: questi ragazzi mettono la loro vita nelle mani degli adulti ogni volta che salgono su una bici.
La mettono nelle mani di chi organizza. Di chi controlla. Di chi decide. Di chi promette sicurezza. Perché a 17, 18, 20, 22 anni loro pensano solo a correre. Pensano ai sogni. Alla fatica. Alla gloria. Non pensano che una gara possa diventare l’ultimo istante della loro vita.
Ma noi genitori sì. Noi lo sappiamo.
Lo sappiamo quando li vediamo sparire dietro una curva. Quando entrano in una discesa a velocità folli. Quando si infilano dentro una volata con il cuore che esplode nel petto. Lo sappiamo ogni volta che il telefono squilla. Ogni volta che sentiamo una sirena. Ogni volta che passano minuti infiniti senza notizie.
Perché chi vive davvero il ciclismo lo sa: questi ragazzi rischiano la vita ogni singolo giorno. In gara. In allenamento. Sulle strade. Nel traffico. Nel silenzio assordante di un sistema che troppo spesso pretende coraggio da ragazzi di 17, 18, 20, 22 anni… ma ha paura della verità quando qualcosa va storto.
Ed è questo che fa più male.
Perché Giovanni Iannelli non era un numero. Non era una pratica da archiviare. Non era una fatalità da dimenticare lentamente nel rumore del tempo.
Era un figlio.
E quando muore un figlio, il silenzio diventa una colpa.
Perché il silenzio non protegge il ciclismo. Il silenzio protegge soltanto le coscienze di chi non vuole guardare fino in fondo. E ogni volta che una responsabilità viene evitata, ogni volta che una verità viene coperta, ogni volta che qualcuno abbassa lo sguardo… un altro ragazzo sale su una bici senza sapere se tornerà a casa.
Questo deve fare paura. Questo deve fare rumore.
Perché nessun genitore dovrebbe vivere con il terrore di vedere un figlio partire e pregare in silenzio di rivederlo tornare vivo.
La sicurezza non è un dettaglio. La sicurezza è vita.
E chi ha sbagliato deve avere il coraggio di assumersi le proprie responsabilità. Per rispetto. Per dignità. Per umanità.
Perché senza responsabilità non esiste giustizia. E senza giustizia il dolore di un padre diventa una ferita aperta dentro tutto il ciclismo.
Lei quindi continui a lottare. Continui a gridare il nome di suo figlio. Anche quando dà fastidio. Anche quando qualcuno vorrebbe il silenzio. Anche quando proveranno a farle credere che il tempo debba cancellare tutto.
No. Un figlio non si cancella. E la verità nemmeno.
Perché la battaglia per Giovanni Iannelli oggi non riguarda solo Giovanni. Riguarda tutti quei ragazzi che domani metteranno un numero sulla schiena e affideranno la propria vita a questo sport.
E il ciclismo deve scegliere da che parte stare: dalla parte del silenzio… o dalla parte dei suoi figli.
Giustizia per Giovanni. Fino all’ultimo respiro. Fino all’ultima voce. Finché il suo nome non sarà più soltanto un ricordo… ma un grido impossibile da ignorare.
Freedom Ronchelli
La commovente lettera di Davide, lo studente di 22 anni sopravvissuto alla violenta aggressione di Milano dello scorso ottobre a opera di 5 giovanissimi, di cui 3 minorenni: «Non odio chi mi ha fatto questo». Il racconto del dolore, della riabilitazione e della scelta di non arrendersi https://t.co/hN7Yl4eWEN
Se vivessimo in un paese civile, questo papà, avvocato, verrebbe ascoltato da chi di dovere.
É anni e anni che fa appelli e invade i social con la storia di Giovanni.
Se ne sono interessati quelli delle iene tanto tempo fa ma poi evidentemente è arrivato qualche avvertimento… tipico dei sistemi mafiosi.
Fate uno sforzo tutti quanti e fate girare questo video, un domani potrebbe succedere a chiunque…
Buona Pasqua a tutti 🐣 🕊️
I cambiamenti importanti, quelli che toccano la cultura richiedono decenni. Penso al fumo. Ci sono voluti più di 100 anni per vietare il fumo nei luoghi pubblici. Per questo ogni tanto occorre riconoscere, anche nel campo della #sicurezzastradale i progressi fatti nell'ultimo decennio, per continuare ad avere energia per spingere il cambiamento. Se 15 anni fa, quando lavorammo per l'introduzione del reato di omicidio stradale avessimo parlato di città30 ci avrebbero preso per matti e riso in faccia.
Adesso alcuni continuano a ridere, ma molti sono favorevoli e ci sono tante città italiane che hanno ridotto in molte zone la velocità massima a 30 km/h, creato strade scolastiche e tanto altro, riducendo mortalità e feriti gravi soprattutto fra gli utenti più vulnerabili. Il cambiamento richiede ottimismo, anche se nel caso della mobilità stradale è difficile vedendo tutte le tragedie di ogni giorno.
Fu ministro degli esteri del primo presidente riformista #Khatami. Negoziava la fine di una guerra che ha ucciso migliaia di persone, paralizzando le economie di continenti. Fu in visita in Europa. Sua moglie uccisa. Possibile che non una voce si levi contro questo scempio? #Iran
Ricorderemo a lungo questo tempo di tenebra. Le bombe al posto dei tribunali internazionali. I criminali di guerra impuniti. E l'inedito di una pena di morte su base etnica e razziale. Mi chiedo a che serva l'UE, se non si schiera con vigore contro tutto questo. Non serve
#Iran
Potatura finita. Una faticata che Ercole scansati. Io l’olio non lo vendo, ma se lo dovessi vendere, solo per la fatica di raccogliere le potature, lo farei 20 al litro (e ci rimetterei comunque). E agli gnegnegne “io lo trovo a 6€”, vai vai, vai a prenderlo a 6€
Dare un riconoscimento di vittima di reato (serio) e quindi maggiore dignità alle vittime. Questo era il primo obiettivo della legge su #omicidiostradale. Grazie al "fratello" di fatto @Barney1404. Un pezzo così bello lo poteva scrivere solo lui!
Carlo Iannelli non si arrende.
Da anni chiede verità e giustizia per suo figlio Giovanni, morto a soli 22 anni durante una gara ciclistica nel 2019.
A pochi metri dal traguardo, un impatto contro un ostacolo non protetto gli è costato la vita.
Una tragedia che poteva essere evitata con transenne e tutte le protezioni di sicurezza che mancavano.
Da allora, un padre continua a lottare contro silenzi, archiviazioni e responsabilità mai chiarite fino in fondo.
Questo video non è solo memoria.
È una richiesta di giustizia.
#GiovanniIannelli #CarloIannelli #Giustizia #Ciclismo #giustiziaperGiovanni #SicurezzaStradale @BabbodiGiovann1
Il RACCONTO SBAGLIATO degli SCONTRI STRADALI
Una bambina di tre anni è stata investita recentemente in Toscana da un automobilista e ha perso la vita. Una tragedia enorme che ha tolto a lei almeno 80 anni e ha cambiato per sempre la vita alla sua famiglia.
Morire da piccoli sulla strada per la nostra società è considerato un fatto normale. Accade e non fa notizia. Solo una breve, scritta come sempre si descrivono le morti in strada (qui un esempio ma sono tutti simili)
=> Si fa l’ipotesi che incolpa la vittima (“sfuggita al controllo della madre”) e non si fa nessuna ipotesi su chi guida. Si fa intendere che la bambina è sbucata all’improvviso, ma non sappiamo se fossimo in un ambito urbano, a che velocità andasse l’automobilista, se fosse in prossimità di una scuola o di un parco giochi e così via.
=> “I carabinieri indagano”, ma se indagano perché, caro giornalista, fai l’ipotesi sulla vittima e non su chi ha investito. Forse è meglio non farla su nessuno dei due.
=> La “piccola” avrà un nome di battesimo. La spersonalizziamo così fa meno impressione che sia morta.
=> Spersonalizziamo anche chi guida, così la responsabilità è diminuita. “investita da un’auto che transitava in direzione”. Non costava molto spazio scrivere “investita da un’automobilista” ma non si fa.
=> Il pezzo si chiude con “la tradizionale festa della polenta con grande partecipazione”. Immagino il sentimento dei genitori a leggere che la loro piccola sarà ricordata per la sua morte in concomitanza con la festa della polenta.
Credo che tutti, giornalisti e cittadini, si debba crescere molto. Anche ammesso che la bimba sia sfuggita dalla madre e improvvisamente si sia gettata sulla strada, non possiamo, come società, accettare che debba essere condannata alla pena di morte per questo.
Abbiamo creato un sistema di mobilità sbagliato che uccide anche tanti bambini innocenti, o forse solo colpevoli di fare quello che tutti i bambini facevano una volta: correre, liberi di divertirsi nelle strade loro paese.
Oggi posso solo provare il dolore immenso che quella famiglia prova, acuito anche da quello che avranno letto: una sentenza senza un tribunale e pure scritta male.
Gli Ultimi
Mi chiamo Raffaele. Faccio il cuoco, prima facevo il pirata nello stagno degli squali ed ero anche abbastanza bravo.
Mi piacciono le belle Signore ma ne amo solo una che è la mia forza, sono appassionato di racconti, ne ho scritto anche una raccolta, si intitola Storie Minime.
Lavoro nel centro di Torino, tra tavoli pieni, prenotazioni segnate con settimane di anticipo, piatti che devono uscire uguali ogni sera. Il mio mestiere è trasformare materie prime in qualcosa che abbia senso, misura, equilibrio. Cucino per chi può scegliere. Per chi apre un menù e decide.
Poi cucino ancora.
La sera preparo altro cibo. Non sono scarti, non è beneficenza dell’avanzo. Sono piatti pensati. Pasta, riso, carne, frittate. Cibo semplice, completo. Lo metto in contenitori di alluminio e attraverso il centro a piedi. Non devo andare in periferia. Gli ultimi sono qui. Sotto i portici, a pochi metri dalle vetrine illuminate e dai dehors affollati.
Lì l’aria cambia. Odore di piscio che ristagna negli angoli, umidità che risale dai muri, pipette del crack lasciate a terra. Cartoni che diventano letti, coperte umide, sacchi a pelo consumati. La città elegante convive con la sua parte scartata. I passanti accelerano. Lo sguardo scende verso lo schermo del telefono. L’indifferenza non fa rumore, ma pesa.
Mi fermo.
Porto da mangiare agli angoli della strada. Non faccio prediche. Non distribuisco consigli. Offro un pasto caldo. A volte ricevo un rifiuto. La marginalità è anche questo: difendere l’ultima scelta possibile, fosse dire no. C’è chi non si fida. C’è chi teme un secondo fine. C’è chi non vuole essere visto mentre accetta.
Incontro occhi spenti, segnati dalle notti all’aperto e dalle sostanze. Incontro anche occhi fieri. La strada non cancella tutto.
Luca ha 54 anni. La moglie lo ha lasciato, la figlia vive all’estero. Un lavoro perso, una serie di rotture, poi la discesa. Oggi vive sotto i portici. Quando si avvicina lo fa con garbo. Chiede: “Posso?”. Non pretende. Non alza la voce. Tiene la schiena dritta anche quando si siede su un cartone. È mio ospite quattro volte a settimana. Mangia con calma, usa le posate di plastica come fossero d’argento. Mi guarda negli occhi. Dice grazie senza enfasi, senza umiliazione.
Una sera mi ha parlato della figlia. Non si lamentava. Diceva solo che spera di rivederla presto, “quando mi sistemo”. Non ha perso la grammatica della speranza. La sua dignità è intatta. Questa cosa mi rende orgoglioso. Non di me. Di lui.
Con l’aiuto delle istituzioni, dopo mesi di richieste e attese, sono riuscito a ottenere dei buoni doccia. Li distribuisco insieme ai pasti. Non è un dettaglio. Una doccia calda e degli abiti puliti non sono un lusso. Hanno un nome preciso. Quel nome è dignità. Presentarsi senza odore addosso, lavarsi, cambiarsi, significa tornare visibili in modo diverso. Significa poter entrare in un ufficio, parlare con un assistente sociale, cercare un lavoro senza essere respinti prima ancora di aprire bocca.
Non salvo nessuno. Non cambio le condizioni che li hanno portati sotto i portici. Porto un piatto caldo in un luogo freddo e, quando posso, un buono per una doccia. Resto qualche minuto. A volte mi siedo. A volte resto in piedi. Poi torno a camminare.
Il centro ha due piani sovrapposti. Quello delle luci, delle carte di credito che scorrono veloci, delle serate che iniziano con un aperitivo. E quello delle crepe, delle mani tese, dei corpi che cercano riparo tra una colonna e l’altra. Io lavoro in entrambi.
Non è eroismo. È un gesto concreto. Il cibo non risolve, ma afferma. Una doccia non cancella il passato, ma restituisce presenza. Dice: ti vedo. Dice: esisti anche qui, anche adesso.
Quando rientro, mi resta addosso l’odore dei portici. È un promemoria. La marginalità non è lontana. È nel cuore della città.
Io cucino. Per me, per i miei clienti, per gli ultimi. Nello stesso centro. Nella stessa notte.
Raffaele Galardi
Pillola #sicurezzastradale numero 5: AUTOVELOX - IL FALSO RACCONTO. Sulla misurazione automatica della velocità sono veramente stanco di dire l'ovvio, riproviamo:
1) Non servono per la sicurezza stradale: FALSO vari studi scientifici ne dimostrano l'efficacia nel ridurre morti e feriti
2) Ce ne sono tanti in Italia: FALSO ne abbiamo meno di Austria e Svizzera in proporzione alle auto circolanti
3) I Comuni fanno cassa: FALSO rappresentano meno del 10% dei proventi totali delle multe
4) Il Ministro dice di metterli vicino a scuole, asili e ospedali: Peccato che le normative del ministero rendano quasi impossibile di metterli in quei luoghi.
Amanti della velocità in auto su strada per favore, non negate l'evidenza. Affermate semplicemente che vi piace andare veloci con la vostra auto e ritenete che superare i limiti sia una cosa lieve e che vi piace stare in un paese che vi concede questa libertà. Non è secondo me corretto ma è umano pensarlo. Sarebbe il compito di uno Stato serio controllare e non farvelo fare per quella tutela del diritto alla salute che è un principio basilare della nostra costituzione.
Grazie a Simone Piantini, Marco Pierini, Giovanni Savino, Cosimo Lucci per il bellissimo studio scientifico finanziato dalla Associazione Lorenzo Guarnieri Onlus e citato anche ieri nello speciale di Report sul tema
Un’intera famiglia distrutta in A1. Unica domanda letta in questi giorni è: come mai la macchina si è fermata improvvisamente? Non ho trovato scritto da nessuna parte la domanda secondo me più giusta da fare. Ne parlo in questo editoriale del @corrierefirenze#sicurezzastradale
Sono e mi chiamo Carlo Iannelli, sono nato a Prato l’11 Luglio 1963 ove risiedo. Sono il babbo di Giovanni Iannelli, il giovane corridore toscano, pratese, di 22 anni d’età, morto a poco più di 100 (cento) metri dalla linea di arrivo, a causa ed in conseguenza dell’evento occorso, durante la tanto prevedibile quanto scontata volata finale di gruppo a ranghi compatti, della corsa ciclistica svoltasi il 5 Ottobre 2019 a Molino dei Torti in Provincia di Alessandria.
Sono un avvocato iscritto all’Albo di Prato sin dal 1990. Ho svolto il servizio militare nell’Arma dei Carabinieri. Sono un uomo che ha dedicato oltre 30 (trenta) anni al Ciclismo, facendo di tutto, tranne il corridore: sono stato Presidente della A.C. Pratese “1927”, una tra le più antiche Società ciclistiche d’Italia insignita dal CONI della Stella D’Oro al Merito Sportivo, organizzando centinaia, migliaia di corse per tutte le Categorie, dai Giovanissimi sino ai Professionisti con il Gran Premio Industria & Commercio di Prato; sono stato Vice presidente per 8 (otto) anni del Comitato Regionale Toscano della Federazione Ciclistica Italiana (di seguito FCI), affiancando il Presidente Onorevole Riccardo Nencini, sono stato per 8 (otto) anni Membro della Giunta Regionale del CONI in rappresentanza della FCI; ho fatto parte della Delegazione Italiana che ha presentato, nel 2010 in Australia, la candidatura al Campionato del Mondo di Ciclismo su strada, che poi l’Italia si è aggiudicato e che si è disputato a Firenze nonché in altre Citta della Toscana nel 2013, facendo parte altresì del Comitato Organizzatore; sono stato per 15 (quindici) anni un Giudice agli Organi di Giustizia della FCI, facendo parte dapprima della Corte Sportiva di Appello e poi del Tribunale Federale, anche della Sezione Disciplinare.
Nella mia “carriera” sportiva, da eletto e mai nominato, ho sempre cercato di dare, da volontario, nel solo ed esclusivo interesse della collettività, il mio contributo per un miglioramento dello Sport in generale, e del Ciclismo in particolare, con una particolare predilezione per il Ciclismo Giovanile e le così dette Società di base, ma anche per un miglioramento delle condizioni dei Corridori che, specie nelle Categorie più elevate, godono di tutele assai scarse.
Vorrei poter continuare a dare il mio contributo anche e soprattutto, concentrando l’attenzione su tema troppo spesso trascurato, se non addirittura ignorato, della Sicurezza dei ciclistici, con particolare riguardo alla questione della Sicurezza alle corse ciclistiche per evitare che in futuro possano succedere tragedie evitabili come quella relativa alla morte di mio Figlio Giovanni. Mi sono candidato alla presidenza del CONI con un principale obiettivo: riportare l’Etica nello Sport ! (nella foto sono con il mio Maestro Alfredo Martini) #carloiannelli #presidente #coni